Cultura

Intervista al compositore Sciarrino. Kafka e l'incubo italiano

di Francesca Gentile

07-07-2010

NEW YORK. L'oppressione della burocrazia, la fatica della creatività, la potenza espressiva dei rumori quotidiani. Salvatore Sciarrino, in arrivo a New York per la prima americana della sua opera "La porta della legge", tratta da un racconto di Kafka, si lascia andare ai temi più impegnativi, intorno alla sua identità di compositore e musicista, riconosciuto a livello internazionale, ma con vita difficile in Italia.

"Il pubblico americano è più attento, colto e informato", ci dice, "In Italia invece si soffoca sotto il peso della burocrazia: il cittadino non è più libero".

"La porta delle legge" è una produzione del teatro dell'opera di Wuppertal in Germania ed è ora ospite del Lincoln Center Festival, dal 20 al 22 luglio al Gerald W. Lynch Theater presso il John Jay College. Si tratta della rielaborazione di un racconto breve di Kafka, comparso in seguito nel romanzo "Il processo". La tematica è nota: l'individuo inerme, "presunto colpevole", posto di fronte alla macchina del potere.

"Per entrare nel mondo kafkiano ho ripensato a quello che ho vissuto in Italia negli ultimi 15 anni", ci dice Sciarrino, che raggiungiamo telefonicamente nella sua casa in Umbria, "questa amministrazione uccide e opprime in modo subdolo. Non posso far finta di non vedere questo problema".

La morsa della burocrazia è una condizione italiana da sempre... "Si', e' vero, ma ora si sente maggiormente".

Per quanto riguarda il testo di Kafka: il libretto dell'opera gli è rimasto fedele?

"Il meccanismo della scrittura mi ha attirato molto", risponde il compositore, "inizialmente ho lasciato la versione originale invariata. Poi è emerso che la lingua di Kafka non funzionava sulla scena e quindi il testo ha subito delle trasformazioni".

Lo stile dell'opera? "Potremmo parlare di drammaturgia minimalista", dice Sciarrino, "più precisamente la descriverei come uno ‘stillicidio di parole'".

Per il lavoro di Sciarrino si è usata spesso la parola "avanguardia" . Le sonorità isolate, i silenzi frequenti, sono il suo marchio di fabbrica.

Come definirebbe la sua musica? "La mia è una musica ‘fisiologica'. Un tempo ero considerato un eretico, ora forse sono un classico. So che il mio stile è diventato riconoscibile. Ogni volta che lavoro e compongo (soprattutto all'estero devo dire), cerco di andare oltre, come se oltrepassassi delle colline, ma dopo questo sforzo, di colline ce ne sono altre, e altre ancora. Il lavoro creativo è molto faticoso e non dà mai soddisfazioni".

Palermitano, classe 1947, Sciarrino è considerato uno dei compositori di musica classica contemporanea più importanti  e influenti. Ha cominciato a comporre all'età di 12 anni, da autodidatta - raccontano le biografie - il suo primo concerto pubblico è datato 1962. Molto ampia la discografia: circa 80 cd, editi dalle più prestigiose etichette internazionali., Ha insegnato in conservatorio a Milano, Perugia e Firenze. Ha vinto numerosi premi, tra i quali nel 2006 il Musikpreis Salzburg.

Torniamo alla Porta della legge. Come è strutturato questo, usando la sua definizione, "stillicidio di parole"?

"E' un monologo circolare", spiega l'autore, "assistiamo più volte alla morte della stessa persona, come un incubo che si ripete. Anche le parole sembrano le stesse. E' un effetto voluto che genera angoscia".

I suoi silenzi sono conosciuti quanto i suoi suoni. Come considera invece i rumori?  "I rumori sono la vita degli esseri viventi, è il tessuto della quotidianità. In questo momento sento che dall'altra parte del mio filo telefonico c'è una stanza con dei rumori, che appartengono al luogo dove lei si trova in  questo momento. Direi che ho un rapporto affettivo con i rumori del mondo".

 

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