La politica

Berlusconi alla verifica. Il premier dovrà accontentare la Lega senza provocare "strappi"

21-06-2011

Sarà un esercizio da equilibrista quello che Silvio Berlusconi sarà costretto a compiere davanti alle Camere per la verifica chiesta dal Colle. Anche se nella sua opera di sintesi potrà contare su due elementi di non poco conto: la volontà di Umberto Bossi di non rompere, nonostante il muro contro muro con il Pdl sui ministeri (anche se in molti nel Pdl temono trappole da alcuni 'luogotenenti' di via Bellerio), e la rottura del dialogo fra Pd e Carroccio, confermata dall'esplicita dichiarazione di Pier Luigi Bersani: "Non vogliamo fare alleanze con la Lega".


ROMA. Accontentare le richieste della Lega, senza rompere il sempre più fragile equilibrio nella maggioranza e senza entrare in rotta di collisione con il Quirinale.

Sarà un esercizio da equilibrista quello che Silvio Berlusconi sarà costretto a compiere davanti alle Camere per la verifica chiesta dal Colle. Anche se nella sua opera di sintesi potrà contare su due elementi di non poco conto: la volontà di Umberto Bossi di non rompere, nonostante il muro contro muro con il Pdl sui ministeri (anche se in molti nel Pdl temono trappole da alcuni 'luogotenenti' di via Bellerio), e la rottura del dialogo fra Pd e Carroccio, confermata dall'esplicita dichiarazione di Pier Luigi Bersani: "Non vogliamo fare alleanze con la Lega".

Resta il fatto che di piccole mine, a Pontida, il Senatur ne ha piazzate più d'una. Spetterà al premier, durante la sua dichiarazione programmatica, disinnescarle una per una.

A cominciare dalla missione in Libia, sulla quale pesa il monito di Giorgio Napolitano. La linea sembra averla dettata Franco Frattini che nell'escludere un ritiro unilaterale dell'Italia dalla coalizione, ha parlato di settembre come data limite per i bombardamenti. A Berlusconi, che non ha mai nascosto dubbi sull'efficacia dell'intervento armato, può anche far comodo che la Lega alzi i toni e chieda una svolta, anche in contrapposizione con la posizione del Colle. Ma non può permettersi che la tensione superi i livelli di guardia e conta, in questo, sulla linea da sempre adottata dal Senatur, ovvero di mantenere buoni rapporti con chi "firma le leggi".

Altro nodo che rischia di strangolare la maggioranza è quello dei ministeri. Nell'entourage del Cavaliere si tende a minimizzare sostenendo che l'accordo già c'é e prevede solamente l'apertura di uffici di rappresentanza, pur se "altamente operativi". A sostegno di tale tesi si ricordano le parole dello stesso Bossi che, sabato scorso, ha detto: "Io ho firmato per il mio ministero e Calderoli per il suo".

Parole che vengono lette come un implicito riferimento a quei decreti ministeriali per l'apertura di sedi distaccate su cui già si era trovata un'intesa nel vertice di Arcore. La questione, però, ha ormai scatenato un dibattito politico che forse va al di là del merito, con Gianni Alemanno e Renata Polverini che, in funzione anti Lega, hanno dato fuoco alle polveri.

Ecco perché i pontieri del Pdl, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, hanno cercato una mediazione che salvi capra e cavoli, anche se il merito della questione sembra ormai superato dallo scontro fra il sindaco di Roma e il Carroccio..

I fedelissimi del presidente del Consiglio minimizzano anche le parole di Bossi che a Pontida ha messo in dubbio che la leadership sia nuovamente affidata al Cavaliere nel 2013. "Lo ha detto più volte anche il presidente che potrebbe essere un altro a correre per palazzo Chigi", conferma uno stretto collaboratore del premier. Ma di questo, giura chi ha lavorato al discorso, Berlusconi non farà cenno davanti alle Camere.

Il suo, ribadiscono quelli che hanno letto l'intervento, sarà un discorso "alto", da "statista". Anziché sminuire la portata della sconfitta alle amministrative e il risultato del referendum lo utilizzerà per ribadire la necessità di procedere nel cammino delle riforme per le quali sarebbe auspicabile il contirbuto delle opposizioni. Parlerà poco di giustizia ("ci sarà solo un passaggio", giurano i suoi), non sferrerà i consueti affondi contro i traditori di Fli, rammaricandosi semmai del fatto che quella attuale doveva essere una legislatura costituente. un intervento, dunque, tutto proteso sulle cose da fare: dal piano per il Sud, alle riforme. Quella costituzionale, certo, ma soprattutto quella del fisco. Quest'ultimo sarà l'argomento sicuramente più delicato. Nessuno dubita che punterà sulla riforma fiscale e sulla revisione del patto di stabilità interno chiesto dal Carroccio per dare sollievo ai comuni virtuosi. Ma si tratta di proposte già avallate da Giulio Tremonti.

Il passaggio delicato sarà quello sulla pressione fiscale. Berlusconi, con la sponda di Bossi, vorrebbe poter dire che insieme alla semplificazione ci sarà una riduzione delle tasse, almeno per alcune categorie. Ma la reazione della borsa italiana, la peggiore in Europa dopo il report di Moody's, rischia di ridimensionare l'effetto annuncio.

Ancora aperta infine, la questione della fiducia. L'idea originaria di farla solo in caso di mozioni dell'opposizione sembra resistere, ma una decisione definitiva sarà presa solo durante la cena convocata a palazzo Grazioli con i vertici del Pdl.

 

 

La Lega detta l'agenda politica

"Prendere o lasciare"

 

di Yasmin Inangiray

 

ROMA. Accontentare le richieste della Lega, senza rompere il sempre più fragile equilibrio nella maggioranza e senza entrare in rotta di collisione con il Quirinale.

Sarà un esercizio da equilibrista quello che Silvio Berlusconi sarà costretto a compiere davanti alle Camere per la verifica chiesta dal Colle. Anche se nella sua opera di sintesi potrà contare su due elementi di non poco conto: la volontà di Umberto Bossi di non rompere, nonostante il muro contro muro con il Pdl sui ministeri (anche se in molti nel Pdl temono trappole da alcuni 'luogotenenti' di via Bellerio), e la rottura del dialogo fra Pd e Carroccio, confermata dall'esplicita dichiarazione di Pier Luigi Bersani: "Non vogliamo fare alleanze con la Lega".

Resta il fatto che di piccole mine, a Pontida, il Senatur ne ha piazzate più d'una. Spetterà al premier, durante la sua dichiarazione programmatica, disinnescarle una per una.

A cominciare dalla missione in Libia, sulla quale pesa il monito di Giorgio Napolitano. La linea sembra averla dettata Franco Frattini che nell'escludere un ritiro unilaterale dell'Italia dalla coalizione, ha parlato di settembre come data limite per i bombardamenti. A Berlusconi, che non ha mai nascosto dubbi sull'efficacia dell'intervento armato, può anche far comodo che la Lega alzi i toni e chieda una svolta, anche in contrapposizione con la posizione del Colle. Ma non può permettersi che la tensione superi i livelli di guardia e conta, in questo, sulla linea da sempre adottata dal Senatur, ovvero di mantenere buoni rapporti con chi "firma le leggi".

Altro nodo che rischia di strangolare la maggioranza è quello dei ministeri. Nell'entourage del Cavaliere si tende a minimizzare sostenendo che l'accordo già c'é e prevede solamente l'apertura di uffici di rappresentanza, pur se "altamente operativi". A sostegno di tale tesi si ricordano le parole dello stesso Bossi che, sabato scorso, ha detto: "Io ho firmato per il mio ministero e Calderoli per il suo".

Parole che vengono lette come un implicito riferimento a quei decreti ministeriali per l'apertura di sedi distaccate su cui già si era trovata un'intesa nel vertice di Arcore. La questione, però, ha ormai scatenato un dibattito politico che forse va al di là del merito, con Gianni Alemanno e Renata Polverini che, in funzione anti Lega, hanno dato fuoco alle polveri.

Ecco perché i pontieri del Pdl, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, hanno cercato una mediazione che salvi capra e cavoli, anche se il merito della questione sembra ormai superato dallo scontro fra il sindaco di Roma e il Carroccio..

I fedelissimi del presidente del Consiglio minimizzano anche le parole di Bossi che a Pontida ha messo in dubbio che la leadership sia nuovamente affidata al Cavaliere nel 2013. "Lo ha detto più volte anche il presidente che potrebbe essere un altro a correre per palazzo Chigi", conferma uno stretto collaboratore del premier. Ma di questo, giura chi ha lavorato al discorso, Berlusconi non farà cenno davanti alle Camere.

Il suo, ribadiscono quelli che hanno letto l'intervento, sarà un discorso "alto", da "statista". Anziché sminuire la portata della sconfitta alle amministrative e il risultato del referendum lo utilizzerà per ribadire la necessità di procedere nel cammino delle riforme per le quali sarebbe auspicabile il contirbuto delle opposizioni. Parlerà poco di giustizia ("ci sarà solo un passaggio", giurano i suoi), non sferrerà i consueti affondi contro i traditori di Fli, rammaricandosi semmai del fatto che quella attuale doveva essere una legislatura costituente. un intervento, dunque, tutto proteso sulle cose da fare: dal piano per il Sud, alle riforme. Quella costituzionale, certo, ma soprattutto quella del fisco. Quest'ultimo sarà l'argomento sicuramente più delicato. Nessuno dubita che punterà sulla riforma fiscale e sulla revisione del patto di stabilità interno chiesto dal Carroccio per dare sollievo ai comuni virtuosi. Ma si tratta di proposte già avallate da Giulio Tremonti.

Il passaggio delicato sarà quello sulla pressione fiscale. Berlusconi, con la sponda di Bossi, vorrebbe poter dire che insieme alla semplificazione ci sarà una riduzione delle tasse, almeno per alcune categorie. Ma la reazione della borsa italiana, la peggiore in Europa dopo il report di Moody's, rischia di ridimensionare l'effetto annuncio.

Ancora aperta infine, la questione della fiducia. L'idea originaria di farla solo in caso di mozioni dell'opposizione sembra resistere, ma una decisione definitiva sarà presa solo durante la cena convocata a palazzo Grazioli con i vertici del Pdl.

 

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