Analisi e commenti

Referendum. Vince la democrazia, ma quanto ci costa

di Egidio Todeschini*

21-06-2011


Sorprende che una notevole maggioranza di Italiani si sia recata a votare per i referendum, facendo così raggiungere il quorum del 50% + 1 richiesto dalla legge. Non accadeva da 16 anni; l'ultima votazione che l'aveva ottenuto risale al 1995.

I comitati referendari esultano: hanno ottenuto, per la prima volta dopo tre lustri, una partecipazione tale da garantire la validità della consultazione. Hanno fatto di tutto per vincere, senza forse nemmeno sperare di poter registrare un'affluenza alle urne così alta, tanto meno di veder approvati i loro quesiti con una maggioranza attorno al 95-97% dei sì. Ed ora interpretano la vittoria come una seconda bocciatura dell'attività governativa, dopo quella registratasi nelle precedenti Amministrative. In effetti, i referendum per l'abrogazione, totale o parziale, di una legge, se richieste da cinquecentomila elettori o da cinque Consigli regionali, rappresentano uno strumento di democrazia diretta, in quanto consentono ai cittadini di esprimere il proprio parere su come una dato problema è stato affrontato e regolato.

Benché previsto dall'art. 75 della Costituzione, che stabilisce anche il quorum di validità, il testo legislativo per l'attuazione di tale norma costituzionale fu approvato solo nel maggio 1970, con un ritardo di 22 anni. Che si allungò di altri 4 anni, visto che solo nel 1974 agli Italiani fu chiesto per la prima volta di approvare o abrogare la legge Fortuna - Baslini sul divorzio.

La partecipazione ai referendum, fino al 1995, fu tale da renderne efficaci i verdetti. Poi il quorum non fu più raggiunto, forse per l'insufficiente chiarezza dei quesiti ma, soprattutto, per il successivo aggiramento, da parte dei politici, dei responsi referendari, in particolare quelli relativi al finanziamento pubblico dei partiti, alla responsabilità civile dei giudici e all'abolizione di alcuni Ministeri (Partecipazioni statali, dell'Agricoltura, del Turismo). Ministeri che esistono ancora con nome diverso e lo Stato rimborsa tuttora spese elettorali ed errori giudiziari.

Questa volta, invece, gli Italiani hanno votato, facendo registrare un quorum più alto del necessario. Tanto da far ritenere che, se il voto delle Amministrative aveva rappresentato una sberla per il centrodestra, a causa della diserzione di tanti suoi elettori e delle numerose vittorie di esponenti dell'opposizione, stavolta il dissenso all'Esecutivo è stato sancito anche dai suoi sostenitori. A dimostrazione, scrive sul Corriere della Sera Massimo Franco, "che la sintonia fra il capo del Governo e il suo elettorato non è più quella di una volta".

Non a caso Bersani ne strumentalizza oggi il risultato, chiedendo le dimissioni del Premier. Forse dimenticando o trascurando il fatto che un quesito sull'acqua tendeva a far abrogare un provvedimento previsto dal Ministro prodiano Ronchi; che il voto referendario non è equivalente ad un atto di sfiducia nei confronti del Governo; e che l'informazione, mediatica e televisiva, sui referendum è stata lacunosa, tardiva, soprattutto bugiarda.

Indubbio, il "legittimo impedimento" previsto nella quarta scheda contrasta con la norma costituzionale (art. 3) secondo la quale "tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge". Ma c'è da chiedersi, allora, perché i politici possono godere di privilegi economici (per esempio, la pensione dopo solo 5 anni di attività parlamentare) contrari alle norme esistenti. Ovvio, l'acqua è un bene pubblico e tale deve restare: però le disposizioni legislative da abrogare (schede 1 e 2) miravano solo ad immettere i privati nel servizio idrico. Certo, era prevedibile che, dopo il recente disastro in Giappone, gli Italiani avessero paura del nucleare, motivo per cui molti berlusconiani hanno optato per il sì. Benché il decreto "Omnibus" rinviasse di un anno ogni decisione in merito.

Una vittoria, quella referendaria, della quale saranno gli Italiani a pagare il prezzo, oltre ai 5 milioni di euro già sborsati per far ristampare la terza scheda sul nucleare. Infatti alcuni economisti sostengono che ciò comporterà inevitabilmente più tasse. Per affrontare il problema acquifero, perché i nostri acquedotti assomigliano più a colapasta che non a condutture. Al Sud più che al Nord: basti pensare a quello del Sele, tanto danneggiato dal tempo e dall'incuria, da far perdere il 60% dell'acqua.

Per rimetterli in sesto sarà necessario investire, nei prossimi 30 anni, 60 miliardi di euro. Un costo per le casse comunali che comporterà un rialzo dell'onere fiscale, come ha già fatto Nichi Vendola in Puglia. Oppure continuare a fare il poco o nulla fatto sino ad oggi. Con il risultato di disperdere mediamente il 40% dell'acqua.

La rinuncia al nucleare costerà di più, grazie agli incentivi concessi a chi installa pannelli solari o pale eoliche. Non cifre da poco: si parla infatti di 5 miliardi di euro annui per 20 anni. Come dire 100 miliardi. Una spesa che ha già comportato un aumento del 3,9% delle bollette dell'elettricità.

Senza contare che Francia, Svizzera, Germania ed Austria hanno le centrali ai confini d'Italia. E che, secondo il ministro giapponese dell'Industria, Banri Kaieda, l'energia nucleare "continuerà a essere uno dei quattro pilastri della politica energetica del Paese" in quanto "l'elettricità ha impatti sull'attività economica e la vita delle persone". Come dire che è in gioco il futuro del nostro Paese dove, in conseguenza dei sì referendari, non si potrà tagliare la bolletta dell'energia o ridurre i deficit delle municipalizzate. Un voto segnato dall'emotività ed ottenuto in modo strumentale, quindi, ma da rispettare, perché il popolo è sovrano. Anche se vittima di cattiva informazione e di manipolazione del consenso. 

*Sacerdote missionario e giornalista

Il palinsesto di oggi