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Birmania. Alung Suu Kyi esce da Rangoon in vacanza

05-07-2011

BIRMANIA AUNG SUU KYI ESCE DA RANGOON IN VACANZA

BANGKOK. Ufficialmente è una visita personale assieme al figlio Kim, nella massima riservatezza. Ma il viaggio di Aung San Suu Kyi verso l'ex capitale imperiale Bagan - la prima volta che la leader dell'opposizione esce da Rangoon dopo il rilascio avvenuto lo scorso novembre - rappresenta una sorta di test della pazienza del regime dopo che la scorsa settimana alla donna è stato intimato di restare fuori dalla politica. Suu Kyi è arrivata nella pianura di Bagan - uno dei più bei siti archeologici al mondo - ieri mattina, trovando il figlio e alcuni esponenti della sua "Lega nazionale per la democrazia" (Nld) ad accoglierla all'aeroporto, dove erano presenti anche membri in borghese delle forze di sicurezza.

Il premio Nobel per la Pace (66 anni, e 15 degli ultimi 22 passati in detenzione) non ha fatto nessun commento e si è diretta subito in albergo, senza uscire per il resto della giornata.

Il figlio si è detto "molto felice" e ha dichiarato che "avevamo entrambi bisogno di una vacanza": i due rimarranno a Bagan fino a venerdì, e la donna intende visitare anche il sito natale del padre Aung San, eroe dell'indipendenza. Nonostante il carattere privato del viaggio, tra le fila del Nld è presente la consapevolezza di essere osservati dal regime, tanto che i vertici del partito hanno esortato i sostenitori di Suu Kyi - in particolare i familiari di alcuni prigionieri politici - a non accoglierla all'arrivo per timore di non provocare le autorità. L'avvertimento giunto la settimana scorsa dal regime aveva messo in guardia la donna alla vigilia di quello che - nelle intenzioni originarie - sarebbe dovuto essere un tour politico delle province.

Con una lettera recapitata al Nld e un editoriale del giornale governativo ‘New light of Myanmar', il regime aveva infatti ordinato a Suu Kyi di non fare politica, dato che il suo movimento è ora fuorilegge per aver boicottato le elezioni dello scorso novembre.

L'articolo faceva presagire inoltre il rischio "caos e agitazioni" e di una "fine tragica" nel caso di un riabbraccio con il popolo, con evidente riferimento all'imboscata tesa a Suu Kyi dagli scagnozzi del regime nel maggio 2003 - il "massacro di Depayin", che causò 70 morti e fece iniziare l'ultimo periodo di reclusione dell'icona della dissidenza - proprio durante un tour nelle aree rurali che aveva attirato ovunque grandi folle. La sicurezza del premio Nobel, aveva fatto intuire la gazzetta del regime, non potrebbe essere garantita dalle autorità. Che le minacce nei confronti di Suu Kyi debbano "venir prese seriamente" è stato confermato anche da Kyan Win, il numero due dell'ambasciata birmana a Washington, che oggi ha comunicato di aver fatto defezione chiedendo l'asilo politico negli Stati Uniti.

Il diplomatico ha motivato la sua scelta spiegando che "malgrado le elezioni, i militari continuano a detenere un potere incontestabile, tentando di mettere a tacere tutte le voci di coloro che cercano la democrazia".