Dal Mondo

Iran. L'ultima parola sul pastore evangelico sarà della Guida Suprema Ali Khamenei

11-10-2011

IRAN SULLA SORTE DEL PASTORE EVANGELICO DECIDERA KHAMENEI

DI LUCIANA BORSATTI

TEHERAN. Sulla sorte di Youcef Nadarkhani, convertito al cristianesimo e condannato a morte in Iran, l'ultima parola sarà della Guida Suprema ALi Khamenei, il vertice politico e religioso della Repubblica islamica cui si riconduce anche il potere giudiziario. Ha stabilito così il tribunale di Rasht, nella provincia settentrionale di Ghilan, liberandosi di uno scottante caso che ormai ha fatto il giro del mondo, spingendo molte diplomazie occidentali - Stati Uniti e Italia compresi - a fare appello per la liberazione del pastore. A comunicarlo è stato il suo avvocato, Mohammad Ali Dadkhah, che lo ha difeso dall'accusa di apostasia sulla base di un principio a suo avviso ben chiaro nella legge iraniana, in cui "non esiste - ha detto - il reato di apostasia e dunque non vi può essere nessuna punizione per chi abbandona l'Islam". L'accusa a Nadarkhani, secondo il legale, si basa infatti su una lettura della sharia. E' vero che per il codice penale iraniano la legge islamica deve essere rispettata, ma questa non prevede punizioni per chi abbandona l'Islam". Non su questa terra, perlomeno. Convertito a 19 anni, Nadarkhani - che ora ne ha 34 ed è padre di due figli - è diventato la guida spirituale di una piccola comunità evangelica ribattezzata Chiesa dell'Iran. Arrestato nel 2009, è stato condannato a morte l'anno dopo, ma sulla sentenza era stato fatto ricorso alla Corte Suprema, che a sua volta aveva inviato il caso al tribunale locale per ulteriori approfondimenti.

Secondo Bosnewslife - sito di informazione che si occupa di cristiani e minoranze religiose perseguite - il tribunale doveva accertare se Nadarkhani proveniva da un ambiente musulmano e, se questo era il caso, chiedergli di rinnegare la nuova fede. Cosa che l'uomo non ha voluto fare, incorrendo così nel rischio di una esecuzione. Anche se l'ultima per apostasia in Iran risale al 1990, con l'impiccagione a Mashad del pastore Hossein Soodmand. Ma è stata probabilmente la risonanza mediatica del caso a condurre verso tutt'altra strada la vicenda di Nadarkhani e a far propendere i giudici per una soluzione inusuale. Quanto la vicenda fosse divenuta spinosa lo dimostra del resto il fatto che il vicegovernatore generale della provincia di Ghilan, Gholam-Ali Rezvani, ha nei giorni scorsi precisato che l'uomo era giudicato "per stupro ed estorsione" e non per essersi convertito o aver fatto proselitismo. "E' un sionista, un traditore e ha commesso crimini legati alla sicurezza", ha precisato il politico, secondo cui il pastore aveva aperto una "casa di corruzione". Del resto nel "nostro sistema - ha confermato il governatore - nessuno può essere condannato a morte per aver cambiato religione".

A dirimere la vicenda dovrà essere ora l'Ayatollah Khamenei. Ed è forse per questo che l'avvocato Dadkhah - a sua volta condannato a nove anni per aver collaborato con il Centro per i diritti umani del premio Nobel Shirin Ebadi - ha preferito sostiture gli argomenti giuridici con quelli storici e religiosi. Il nome del mese in corso, Mehr risale alla storia antica della Persia e anche nella tradizione sciita è connesso ai valori di "giustizia, pietà, amore e gentilezza". Considerato anche che in questi giorni è cominciato il pellegrinaggio alla Mecca, ha concluso, si tratta dunque di un periodo che dovrebbe favorire il perdono.

 

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