La sfida degli Usa a Pechino passa per Rangoon
P assa per Rangoon la sfida americana al predominio cinese nel Sudest asiatico. Il presidente Barack Obama, dopo cinquant'anni di gelo, impone una svolta storica nei rapporti tra Stati Uniti e Birmania, annunciando una missione diplomatica di Hillary Clinton a inizio la dicembre: la prima da parte di un segretario di Stato in mezzo secolo in un Paese alle prese con una difficile transizione dalla dittatura militare alla democrazia, in un clima di riconciliazione nazionale.
E non è un caso che Hillary, nell'ambito dei suoi incontri in Birmania, avrà un colloquio anche con Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace e simbolo nel mondo della lotta per i diritti civili, tenuta prigioniera per oltre 15 anni e che si prepara a presentare il suo partito alle prossime elezioni.
La decisione di Washington di riallacciare il dialogo con la Birmania, s'inserisce nella strategia generale dell'amministrazione Obama nello scacchiere orientale, in modo da assicurare ai Paesi nell'orbita cinese una valida alternativa, sul fronte politico-strategico, come su quello economico-finanziario. Una mossa che inevitabilmente finisce per provocare l'irritazione di Pechino, consapevole che il protagonismo americano nella regione punta a contrastare la sua egemonia.
Il presidente Usa ha deciso dopo avere parlato per telefono con la stessa Suu Kyi, che lo ha esortato ad accelerare l'apertura. L'assist che l'America di Obama lancia alla ‘nuova Birmania' rischia di accendere nuove tensioni sul punto cruciale dei diritti umani. Barack Obama, incoraggiando i tentativi di democratizzazione da parte di un Paese che resta tra i più poveri e che sinora ha vissuto solo grazie agli scambi commerciali con la Cina, indirettamente chiede a Pechino di accettare la sfida sul piano della tutela del dissenso e l'allargamento dei diritti civili minimi.
"Per decenni - ha detto Obama parlando a Bali - l'America ha espresso preoccupazione per le continue violazioni dei diritti umani basilari in Birmania. La repressione dei riformisti, la brutalità mostrata contro le minoranze etniche e il concentramento dei poteri nelle mani di pochi militari ha sconvolto le nostre coscienze e ha isolato il Paese. Ma ora - ha concluso Obama - dopo anni di buio, vediamo nelle ultime settimane segnali di forte progresso".
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