La politica

Mafia. Nuovi processi per Cuffaro

15-01-2012

PALERMO. E' in carcere da un anno. Dal 22 gennaio del 2011, quando la Cassazione confermò la condanna a sette anni di reclusione con l'accusa bruciante di avere favorito la mafia e lui si presentò direttamente a Rebibbia senza nemmeno aspettare la notifica del provvedimento. Ma per Totò Cuffaro i conti con la giustizia non sono ancora chiusi.

I casi aperti sono due: l'inchiesta sulle tangenti che Massimo Ciancimino dice di avere distribuito a vari politici e il procedimento in cui Cuffaro è accusato di concorso in associazione mafiosa, un'imputazione ancora più grave di quella che lo ha portato in carcere. Per le tangenti di Ciancimino l'ex presidente della Regione é indagato con l'ex ministro Saverio Romano e il senatore Carlo Vizzini del Psi. Avrebbe incassato 50 mila euro. Per l'accusa di associazione mafiosa dovrebbe invece comparire il primo marzo davanti alla sesta sezione della corte d'appello di Palermo.

La Procura aveva chiesto per Cuffaro 10 anni, oltre i sette che sta scontando per favoreggiamento aggravato di Cosa nostra, ma il gup Vittorio Anania lo ha prosciolto applicando il principio del "ne bis in idem" che vieta un nuovo giudizio per gli stessi fatti. Lo ha prosciolto ma ha trasferito nelle motivazioni un giudizio su Cuffaro descritto come un "politico assolutamente arguto e avveduto" che ha improntato la sua attività a un "disinvolto registro comportamentale" con relazioni, amicizie e frequentazioni nel grande giro mafioso. Le valutazioni del gup riprendono, in sostanza, temi e giudizi del processo per le "talpe della Dda": un intreccio politico-mafioso nel quale alcuni investigatori, qualcuno (come l'ex deputato regionale Antonio Borzacchelli) compensato con incarichi parlamentari, hanno alimentato una fuga di notizie riservate su complesse indagini antimafia.

Cuffaro sarebbe stato il terminale delle informazioni top secret ma anche uno snodo fondamentale della rete di "controspionaggio" messa in piedi per violare la riservatezza delle indagini. Sarebbe stato proprio lui a "segnalare" al medico Giuseppe Guttadauro, capo della cosca di Brancaccio, l'esistenza di microspie nel salotto di casa.

Il processo ha pure svelato il "patto mafia-politica" (così lo ha definito la Cassazione), provato con testimonianze provenienti da fonti "attendibilissime" che serviva da un lato a selezionare candidati alle elezioni regionali graditi alla mafia e dall'altro a favorire il "re" della sanità privata siciliana, Michele Aiello, indicato come il prestanome di Bernardo Provenzano. Rinviato a giudizio e processato quando era presidente della Regione, Cuffaro è stato condannato con la sentenza di primo grado del 18 gennaio 2008 a cinque anni per favoreggiamento semplice. Non si dimise subito. Fu costretto a lasciare la carica di governatore dopo essere stato fotografato con un vassoio di cannoli come se "festeggiasse" (ma lui ha sempre detto che lo stava solo spostando) un verdetto a lui favorevole. Nel giudizio d'appello, concluso il 23 gennaio 2010, la condanna fu elevata a sette anni a causa dell'aggravante del favoreggiamento della mafia, esclusa dai giudici di primo grado. Una sentenza che l'ex governatore ha accolto "con rispetto".

"Sono stato un uomo delle istituzioni - ha ribadito in una recente intervista in carcere - ed è mio dovere continuare a rispettare le istituzioni". E facendo anche autocritica: "Sono andato a sbattere contro la mafia. Io ho la certezza di non averlo mai voluto. Ma qualche errore l'ho fatto anche io".