Analisi e commenti

Crisi. L'Italia ha bisogno dell'aiuto dell'Europa

Di Pierfrancesco Freré

25-01-2012

 

 

Mario Monti ha vinto la battaglia della credibilità in Europa, ma rischia di perdere la guerra delle finanze con la Germania.

Il vertice Ecofin, infatti, è stato un successo e il Professore ha riscosso riconoscimenti unanimi per il suo piano di riforme. Tuttavia si tratta di un piano che per funzionare ha bisogno di una cornice di stabilità europea: come dice il Fondo monetario, l'Italia non può farcela da sola; persino gli Stati Uniti rischiano il contagio della crisi. L'unica via per garantire la ripresa è immettere nuove risorse nel "firewall", la cassaforte in cui è custodita la liquidità dell'Unione contro le emergenze.

Ora, nonostante tutte le pressioni il premier italiano non ha ottenuto nulla da Angela Merkel. Berlino resta contraria ad aumentare la dotazione finanziaria del fondo salva-Stati. Il pericolo è dunque che il vertice di fine mese della Ue si risolva in un fiasco (non sarebbe la prima volta) con le inevitabili ripercussioni sui mercati.

Monti ammette che il lavoro ai fianchi della Germania è ancora tutto "da finalizzare", ma resta convinto che le cose cambieranno dopo la firma del fiscal compact, il patto di bilancio che è l'obiettivo strategico tedesco. Una volta incassata la garanzia dell'adozione di rigorosi criteri di bilancio, la cancelliera tedesca - secondo il Professore - potrebbe fare qualche passo avanti sul ruolo della Bce e sulla dotazione della cassaforte comune (forse a marzo quando ci sarà un ennesimo vertice).

Naturalmente tutte queste incertezze non fanno bene al nostro Paese. Il primo pensiero del premier è quello di scongiurare uno svuotamento del suo piano di riforme a causa di nuove tempeste monetarie e per garantirsi in tal senso lavora a una rete diplomatica che riesca a imbrigliare la Germania. Il secondo obiettivo è di tenere unita la maggioranza che comincia a dare segni di nervosismo.

Ecco perché il presidente del Consiglio sottolinea che i sacrifici possono essere minori se li fanno tutti e spinge per un iter rapido della riforma del mercato del lavoro: terreno quest'ultimo che è in salita - riconosce il democratico Enrico Letta - perché è impensabile andare allo scontro con i sindacati in un momento così difficile. Ma nemmeno si può tornare alla solita instabilità.

Monti perciò si ripromette di procedere a passi veloci pur rispettando le esigenze della contrattazione.

Del resto il Pdl gli rimprovera di adottare con i sindacati quel guanto di velluto che non ha mostrato invece nei confronti delle categorie interessate dalle liberalizzazioni.

Questa è la palude in cui il premier deve evitare di insabbiarsi: i veti incrociati sono funzionali solo alle difese delle corporazioni. Perciò il governo da una parte non esclude le precettazioni (per i Tir come per i taxi) né il ricorso alla fiducia sui provvedimenti importanti e dall'altra promette risultati eclatanti in stile quasi berlusconiano (un aumento del Pil di undici punti).

Risultati ai quali Angelino Alfano lega il futuro dell' esecutivo tecnico. Il Pdl, infatti, è il partito di maggioranza che al momento soffre di più, stretto nella tenaglia delle due Leghe, quella del Nord di Umberto Bossi e quella del Sud di Gianfranco Micciché. L'ex fedelissimo del Cavaliere sostiene il movimento dei forconi, spiega che in Sicilia è cominciata una rivoluzione di popolo che si può allargare a tutto il Paese. L'asse con il Carroccio ne è una conseguenza naturale.

Il fatto è che tra i berlusconiani c'è un'ala insoddisfatta della Grande Coalizione e tentata dal ritorno alle urne. Alfano e lo stesso Berlusconi studiano i sondaggi che segnalano il partito in discesa e hanno difficoltà ad interpretare gli umori del blocco sociale del centrodestra. Ciò spiega perché l'alleanza con il Carroccio non sia considerata archiviata dal segretario: se Monti non porterà a casa risultati positivi per l'economia, tutto potrebbe tornare in alto mare. Il Pdl non vuole essere la ruota di scorta del disegno neocentrista del terzo polo né sdoganare una grosse koalition in salsa italiana di cui la mozione comune sulla Ue potrebbe rappresentare per alcuni il manifesto politico.

pierfrancesco.frere@ansa.it