Analisi e commenti

Cresce la credibilità dell'Italia. Ma il quadro politico interno resta incerto e sfilacciato

Di Alfredo Orlando

29-01-2012

G ià rilevante al momento del suo arrivo a Palazzo Chigi, la considerazione di cui Mario Monti gode sul piano internazionale è in crescita. Lo dimostra il "forte apprezzamento" del presidente degli Usa Barak Obama per l'operato del governo di Roma "in campo economico e finanziario", espresso alla vigilia dell'annuncio della visita del premier italiano alla Casa Bianca (il 9 febbraio). E lo dimostra la sia pur cauta apertura all'auspicio di Monti (l'Europa marci unita contro la crisi economica globale puntando non solo al rigore ma anche alla crescita e all'occupazione) fatta al Forum economico di Davos, in Svizzera, dal cancelliere tedesco Angela Merkel: "Noi siamo pronti a essere più europei, non solo sulla disciplina di bilancio, ma anche per una crescita sostenibile per l'Ue e per il mondo".  Alta, poi, rimane anche la fiducia degli italiani nei confronti di un governo composto sì da esimi professionisti ma per il quale non hanno votato. Un governo che sarà pure "tecnico", ma che è stato in grado di adottare decisioni politiche talmente innovative da provocare le proteste - spesso sbagliate nelle motivazioni - di una serie di categorie finora felici dell'immobilismo sociale del paese e dei propri privilegi. 

A fronte di un arco così ampio di estimatori dell'azione del governo dei "professori", fa da contrappeso un quadro politico nazionale quanto mai incerto e sfilacciato a causa dei difficili rapporti dentro e fra i partiti sia della vecchia maggioranza, quindi Popolo delle libertà e Lega, sia di quelli che erano all'opposizione del precedente governo: Partito democratico e Italia dei Valori (mentre finora il Terzo Polo ha mostrato di essere solido e compatto). Per quanto concerne la precedente maggioranza, le fibrillazioni più evidenti si registrano nella Lega, ma anche il Pdl non ne è immune.

Il leder leghista Umberto Bossi, fiaccato dalla malattia; consapevole di non controllare più come una volta il partito - nel quale crescono i consensi per Roberto Maroni -; votato a una netta opposizione all'attuale esecutivo che lo ha allontanato dall'"amico" Silvio, passa dalle minacce (se il Pdl continuerà ad appoggiare Monti faremo cadere la giunta di centrodestra alla regione Lombardia), agli insulti (Berlusconi è una "mezza cartuccia"). Ma non può non sapere, il Senatùr, di maneggiare un'arma spuntata. E infatti, mentre Berlusconi è costretto per varie ragioni a bere l'amaro calice dell'appoggio a Monti, lui, a meno di improbabili gesti inconsulti, è costretto a tenere in piedi il governatore della Lombardia, il pidiellino Roberto Formigoni. Per una ragione molto semplice: la Lega, gli hanno ricordato i vertice del Pdl, guida due importanti regioni del Nord, il Veneto e il Piemonte, grazie a voti berlusconiani. Morale della favola: se i leghisti passeranno dalle parole ai fatti, in quelle due regioni scatterà la rappresaglia. Conviene al Carroccio innescare questa reazione a catena? Evidentemente no. Tutto lascia quindi prevedere che difficilmente la minaccia di Bossi - anzi il suo "ricatto, come lo hanno definito nel Pdl - si tradurrà in atti concreti. Del resto, pur avendo in passato riservato espressioni ancora più pesanti all'indirizzo di Berlusconi (lo aveva chiamato "il mafioso di Arcore"), non ha poi esitato a tornare ad allearsi con lui. Ecco perché il Cavaliere è convinto che il leader legista abbaia ma non potrà morderà.

Anche il Pdl è attraversato da dubbi e malumori. Malgrado ciò, però, il tormentato sostegno a Monti ha finora retto. Certo, nel partito dell'ex premier si allarga la frangia dei parlamentari che mal sopportano di stare nell'attuale maggioranza. Lo si è visto di recente alla Camera dove il governo, su un proprio provvedimento (il cosiddetto "Milleproroghe), ha ottenuto 26 voti in meno rispetto alla votazione del 16 dicembre sulla manovra anti-deficit(469 contro 495): arretramento dovuto soprattutto alle assenze in aula, sempre più numerose, dei deputati del Pdl. Tra i quali è palpabile il timore che le misure dell'esecutivo aumentino il distacco fra la destra - già in notevole calo secondo tutti gli ultimi sondaggi - e l'elettorato tradizionalmente con essa schierato: lavoratori autonomi, avvocati e altri professionisti come notai e farmacisti, pur se questi ultimi solo in parte sfiorati dalle liberalizzazioni.

Categorie, teme l'ala dura del Pdl, che alla prima occasione utile potrebbero trasferire i loro voti alla Lega. Ma mentre nel Carroccio la leadership di Bossi appare sempre più in discussione, nel Pdl non si vede chi potrebbe solo lontanamente pensare di mettere il discussione il Cavaliere. Il quale, in questo momento, non ha alcun interesse a fare passi indietro. Intanto perché non è affatto scontato che da eventuali elezioni anticipate il centrodestra uscirebbe così rafforzato da poter dare vita a un governo solido. E poi perché le conseguenze di una crisi sarebbero tali da imporre a qualsiasi nuovo esecutivo, sotto la spinta delle reazioni che si scatenerebbero sui mercati finanziari e a livello di istituzioni economiche e politiche europee e internazionali, misure ancora più dure e impopolari di quelle varate da Monti. 

Più che le pressioni di quanti lo spingono a scegliere subito la strada dell'opposizione, a determinare le prossime mosse di Berlusconi potrebbero essere l'esito del processo Mills (la sentenza, se non interverrà la prescrizione, è prevista per metà febbraio), i risultati delle prossime amministrative di maggio in alcune grandi città, e la promessa - o la minaccia, secondo i punti di vista - di Monti, di riformare a breve i criteri di nomina dei vertici della Rai, limitando drasticamente l'influenza della politica sulla Tv pubblica. Un proposito che ha messo in agitazione il Pdl, convinto di avere diritto all'ultima parola sulle nomine più importanti delle testate giornalistiche, a cominciare - in vista delle imminenti amministrative e delle prossime elezioni - dal Tg1.

Alla direzione di quello che resta, nonostante un consistente caldo di ascolti, il telegiornale più visto in Italia, il Pdl ha chiesto (e quanto pare ottenuto) che a succedere al rimosso Augusto Minzolini (causa esorbitanti note spese) fosse l'attuale "reggente", Alberto Maccari, già in pensione, giornalista di fede berlusconiana: la nomina dovrebbe avvenire martedì prossimo, ma la scelta del direttore generale, Lorenza Lei, è stata già comunicata al Cda, nonostante il parere contrario del presidente Paolo Garimberti, che ha minacciato le dimissioni. Il "duello" sul Tg1 ha creato un certo allarme nel governo, dal momento che una soluzione non gradita all'ex premier potrebbe avere, se prevalesse l'orientamento dell'ala pidiellina più intransigente, conseguenze sulla stabilità dell'esecutivo. Una grana di cui Monti avrebbe fatto volentieri a meno e di cui il paese non sentiva il bisogno.

Nel centrosinistra, è soprattutto il Pd ad avere i maggiori problemi interni. A crearli è in particolare uno dei leader della componente dei moderati dell'ex Partito Popolare, Giuseppe Fioroni, ipercritico verso ogni ipotesi di dialogo fra i democratici e Idv e Sel di Niki Vendola. "Non si può sostenere Monti e allo stesso tempo allearsi con quelli che stanno ferocemente all'opposizione", ha mandato a dire Fioroni a Bersani, invitandolo a puntare per le prossime elezioni a una alleanza con Casini. Ma Vendola e Di Pietro hanno rilanciato, sollecitando il segretario dei democratici a "riaprire il cantiere del centrosinistra".

Una richiesta che il leader Pd non può e non intende ignorare, a costo di scontentare Fioroni. Che, se nel "cantiere" dovesse intravedere qualche costruzione politicamente troppo ardita per i suoi gusti, potrebbe anche decidere di trasmigrare, con un certo seguito, nell'Udc. Ma questo scenario, ove mai dovesse verificarsi, apparterrebbe già al dopo-Monti. Il quale, se supererà lo "scoglio" Rai, ha la ragionevole speranza di una navigazione tranquilla almeno sino alle prossime amministrative di primavera.