Egitto. Due morti e mille feriti a piazza Tahrir
IL CAIRO. Lacrimogeni, sparati in così gran numero da provocare oltre un migliaio di feriti e la morte di almeno una persona al Cairo - mentre uno scultore è stato ucciso da proiettili sempre nella capitale ed altri due manifestanti a Suez - autoambulanze che corrono su e giù per piazza Tahrir e dintorni, cordoni plurimi di poliziotti e militari che difendono il ministero dell'Interno al Cairo e la sede centrale della Sicurezza di Stato ad Alessandria.
Nelle stesse ore a qualche centinaio di chilometri, nella irrequieta penisola del Sinai due turiste americane che andavano al monastero sacro di Santa Caterina vengono rapite da beduini, che però le rilasciano dopo poche ore e nel nord della stessa penisola da sempre pretesa dall'Egitto e guardata con desiderio da Israele, italiani dipendenti di un'azienda vengono rapinati dell'auto e di una somma di danaro.
Un'altra giornata di un Egitto sempre meno riconoscibile da chi lo ha per anni considerato un Paese di grande sicurezza e di vacanze tranquille.
Mancano pochi giorni all'anniversario dell'11 febbraio, quando il rais-faraone Hosni Mubarak fu costretto ad abbandonare il potere dalle proteste di piazza e l'Egitto è in preda ad una tensione innescata di gravi tafferugli allo stadio di Port Said che mercoledì sera hanno provocato il più grave degli incidenti in una sede sportiva mai registrato dalle cronache.
Non un semplice scontro tra tifoserie, ma incidenti - secondo vari analisti - fomentati da chi ha interesse ad evitare che, nonostante le prime elezioni svoltesi dopo decine d'anni in Egitto con procedure dall'apparenza realmente democratica, o forse proprio per questo, il Paese delle Piramidi non trovi la strada della ripresa, democratica o no, parlamentare o presidenziale. Già perché il dubbio è anche quale di queste soluzioni debba scegliere il popolo egiziano in vista delle elezioni presidenziali programmate per giugno.
Soprattutto in presenza di un potere militare che continua a definirsi "guardiano della rivoluzione" e "dei diritti che il popolo è riuscito a conquistarsi". Militari che però, proprio da quelle forze islamiche, come i Fratelli Musulmani che hanno conquistato quasi il 50 per cento dei seggi nelle recenti elezioni parlamentari di dicembre e gennaio oggi vengono accusati di aver creato "un vuoto nella sicurezza del paese".
Nella più pesante contestazione che la confraternita religiosa abbia mai rivolto al potere in Egitto, in una sua dichiarazione online la Guida Suprema del movimento, Mohamed Badie, dichiarato da sempre moderato, sostiene che "non si può definire solo negligenza" il disinteresse manifestato dalla polizia nello stadio di Port Said ed ipotizza che "certi ufficiali abbiano voluto punire il popolo per avere fatto la sua rivoluzione e recuperato la sua libertà e i suoi diritti", aggiungendo che è necessario ristrutturare il ministero dell'interno ed interrogare il ministro su quegli incidenti. E considera anche che bisogna trattare i quadri del vecchio regime ora in prigione a Torah "come tutti gli altri prigionieri" e trasferire il "presidente decaduto all'ospedale della prigione privandolo di mezzi di comunicazione. E' imperativo per mantenere la sicurezza del Paese."
A fare da contraltare a questa decisa presa di posizione suona piuttosto flebile il comunicato numero 3 del Consiglio militare che "conferma il diritto alle manifestazioni ed ai sit in pacifici per annunciare rivendicazioni che i funzionari dello stato devono capire", ma sollecita anche tutte le forze politiche a riunirsi ed unire i ranghi per superare "una tappa estremamente critica, la più grave e delicate della storia dell'Egitto". Ribatte a tarda sera il presidente della camera, Saad el Katatni, esponente dei Fratelli Musulmani, convocando per domani d'urgenza la commissione parlamentare sulla sicurezza nazionale per esaminare "la grave situazione".
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