Dal Mondo

Nucleare. Sale la tensione tra Israele e Iran

04-02-2012

 

TEL AVIV. Sale l'eco dei tamburi di guerra fra Iran e Israele, sullo sfondo di allarmi, minacce, scenari di bombardamenti primaverili e tecniche da battaglia psicologica. Agli ammonimenti israeliani di giovedì, ha risposto ieri da Teheran la Guida Suprema, ayatollah Ali Khamenei, che nel consueto sermone del venerdì islamico ha rispolverato immagini truculente e apocalittiche: riaffermando l'intenzione di andare avanti sulla strada dei programmi nucleari e definendo lo Stato ebraico "un tumore da estirpare" Toni che paiono giustificare il clima da resa dei conti imminente.

E offrono il destro ai media americani per dar credito alla sensazione - affibbiata al capo del Pentagono in persona, Leon Panetta - che Israele possa essere ormai orientato a un attacco militare dal cielo contro le installazioni nucleari dell'Iran prima dell'asserito punto di non ritorno: l'avvio del concreto assemblaggio di ordigni atomici che, secondo l'intelligence, la Repubblica Islamica potrebbe realizzare entro l'anno disponendo ormai di "uranio arricchito al 20% sufficiente alla produzione di quattro bombe".

L'ipotetica data X d'un attacco, indicata finora con maggiore probabilità verso novembre, potrebbe essere anticipata in primavera, fra aprile e giugno, secondo le intenzioni che Panetta sembra attribuire adesso al premier israeliano, Benyamin Netanyahu: almeno stando a quanto riferito da David Ignatius, editorialista del Washington Post, e ripreso poi da fonti anonime dell'Amministrazione Obama citate dalla Cnn. Sensazioni che il segretario alla Difesa Usa si è rifiutato di confermare in pubblico, notando di non aver delegato nessuno a esprimere i suoi pensieri, ma che non ha neppure smentito.

Gli osservatori israeliani, dal canto loro, si mantengono prudenti. Divisi fra chi ritiene che il governo Netanyahu stia per ora giocando la carta di una minaccia apparentemente più incombente per rendere credibile la pressione sull'Iran; e chi pensa possa essere invece disposto a varcare davvero il Rubicone laddove l'inasprimento delle sanzioni (petrolio compreso) annunciato da Usa e Ue non si rivelasse in grado d'imporre lo stop a Teheran. Sulle sanzioni, Israele resta d'altronde scettico. E proprio il ministro della Difesa, Ehud Barak ha avvertito che se esse "dovessero fallire, sarà necessario considerare la possibilità di agire".

Un monito che negli auspici della diplomazia dovrebbe spingere l'Iran a qualche passo indietro, di fronte agli ispettori dell'Aiea (l'agenzia atomica dell'Onu) e agli spiragli di ripresa dei colloqui ‘5+1'. E che tuttavia non sembra produrre al momento effetti visibili, quanto meno sulla retorica ufficiale del regime.

A confermarlo, ove mai ve ne fosse stato bisogno, sono grandinati ieri gli anatemi dell'ayatollah Khamenei: il quale - aprendo le celebrazioni del 33/o anniversario della Rivoluzione islamica - ha tenuto un discorso di fuoco dinanzi a una folla osannante, al presidente del Paese, Mahmoud Ahmadinejad, e alla nomenklatura politica schierata al gran completo.

Discorso in cui ha detto no a qualsiasi arretramento: tanto sul fronte ideologico (evocato a colpi di denunce contro "il materialismo" e "il consumismo") quanto su quello dei rapporti internazionali e del dossier nucleare. A quest'ultimo riguardo, Khamenei ha liquidato come controproducenti gli avvertimenti rimbalzati dagli Stati Uniti, replicando che l'Iran dispone delle proprie armi e saprà farne uso, se necessario, al momento opportuno.

Le parole più aggressive sono state però indirizzate, secondo costume, all'odiato "regime sionista", al quale la Guida si è rivolta per ripetere che l'Iran intende "liberare Al Qods (Gerusalemme) e le terre palestinesi".

Ed è pronto a "sostenere chiunque", dagli Hezbollah libanesi alle fazioni palestinesi di Hamas e Jihad Islamica, voglia impegnarsi nella lotta contro il nemico comune israeliano: "Un tumore da estirpare" nelle parole - non nuove, ma in questi giorni più incendiarie che mai - del successore di Khomeini.