Analisi e commenti

L'inciampo sulla giustizia non preoccupa il premier

Di Marco Dell'Omo

04-02-2012

 

L'inciampo della maggioranza sulla giustizia, che ha fatto emergere una divisione fin qui latente ma che è esplosa non appena si è toccato un tema estraneo alla ‘mission' del governo, ha messo in allarme Mario Monti, che ha voluto subito guardare negli occhi i leader dei partiti che lo sostengono per capire fino a che punto l'incidente può riverberare i suoi effetti negativi sul quadro politico.

Nel vertice di giovedì a Palazzo Chigi, chiesto da Bersani, è stata raggiunta una tregua tra i tre soci della maggioranza: la norma sulla responsabilità civile dei magistrati, su cui si è ricompattato l'asse tra Pdl e Lega, sarà parzialmente ritoccata al Senato e il tema non dovrebbe diventare il casus belli in grado di scardinare quella maggioranza che Monti, dando prova di realismo, dipinge come "ampia ma evanescente".

Casini assicura che nel vertice tutti hanno dato a Monti ampie rassicurazioni sulla fedeltà all'esecutivo, che riguarderà, sottolinea il leader centrista, tutti temi in agenda e non solo quelli economici. Il Pd ha preso atto, ma il partito di Bersani è guardingo, perché teme che il Pdl dia vita a nuovi blitz. Tanto che Bersani, incontrando ieri mattina Napolitano, ha espresso le sue preoccupazioni al capo dello Stato lamentandosi della mancanza di lealtà del partito di Berlusconi.

Monti, in ogni caso, non sembra essere particolarmente preoccupato dalle fibrillazioni tra i partiti. Tanto che, archiviato l'incidente sulla giustizia, ha ripreso con piglio deciso l'attività di governo: il Consiglio dei ministri ha approvato ieri il decreto sulle semplificazioni, che era già stato esaminato la scorsa settimana, e, parallelamente, il premier è tornato a spingere sull'acceleratore della riforma del mercato del lavoro.

Dopo essersi scusato con chi si è sentito offeso per la sua battuta sul lavoro fisso "monotono", il premier ha fatto capire di considerare la mobilità come un valore positivo, invitando i giovani ad abituarsi all'idea di poter cambiare lavoro più volte durante la vita. Per Monti, l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che impedisce i licenziamenti senza giusta causa nelle aziende con più di 15 dipendenti, blocca il sistema, discrimina tra chi ha "troppe tutele" e chi di tutele non ne ha nessuna; ma soprattutto , ha sostenuto il premier, "così com'è scoraggia gli investimenti", italiani e stranieri.

A questo punto l'obiettivo è di arrivare presto a una riforma: forse anche entro marzo. Un'agenda impegnativa, che Monti vuole affrontare con lo spirito del medico che non si fa impietosire dalle piaghe che deve curare. Perché, è il suo argomento, "se l'Italia è ridotta male è perché i governi italiani precedenti hanno avuto il cuore troppo buono".

Il fatto che Monti si mostri così "decisionista" all'indomani di un infortunio parlamentare come quello del voto sulla responsabilità civile dei magistrati, che ha fatto saltare i nervi a più d'uno nell'ala sinistra della maggioranza che gli garantisce in Parlamento, suggerisce che il presidente del consiglio sente di avere le spalle coperte. Del resto, le rinnovate prove di lealtà e sostegno venute da Berlusconi, che da qualche giorno non fa che ribadire il suo "pieno appoggio" al presidente del Consiglio, gli hanno fatto capire che da quella parte non dovrebbe aspettarsi sorprese, almeno nell'immediato.

La vera incognita è nell'atteggiamento che terrà il Pd quando la trattativa sul mercato del lavoro e sull'articolo 18 sarà arrivata al punto cruciale. Monti dovrà tenere gli occhi aperti e usare questo tempo per evitare le spinte centrifughe della maggioranza; e, se ci riuscirà, per rendere il suo governo un po' meno "strano".