Allarme per il blitz Pdl-Lega. Le maggioranze variabili indeboliscono il governo Monti
Primi grattacapi per il governo. A provocarli, gli "infortuni" della scorsa settimana del vice ministro del Lavoro Michel Martone e dello stesso presidente del Consiglio; e, soprattutto, il blitz sulla responsabilità civile dei giudici congegnato alla Camera dalla vecchia maggioranza Pdl-Lega. Conseguenze nell'immediato per la tenuta dell'esecutivo? Molto improbabile. Quanto è successo dovrebbe però indurre il premier a una maggiore prudenza verbale e a opporsi con decisione a maggioranze diverse, sia pure occasionali, da quella che sostiene il suo esecutivo. Vediamo i fatti.
Dire che un universitario di 28 anni non ancora laureato è da considerarsi uno "sfigato", più che un'affermazione grave è una irritante scemenza non a caso concepita da chi ha fatto una fulminea carriera come docente universitario grazie - sono lì ad indicarlo tutte le circostanze - a un padre influente e con le conoscenze giuste. Non succede infatti a tutti, come è capitato a Martone junior, di diventare ricercatore a 26 anni e professore ordinario a 31, quando i docenti al di sotto dei 40 anni in Italia sono appena l'1,5 del totale.
Un vero e proprio incidente mediatico è stato invece, anche se le sue parole sono state decontestualizzate da un discorso più ampio, quello capitato a Mario Monti quando, nel corso di una lunga intervista televisiva, si è lasciato andare a sostenere che il posto fisso rappresenta una "monotonia". Frase che, pronunciata dopo gli ultimi dati Istat secondo i quali in Italia la disoccupazione giovanile ha raggiunto la cifra record del 31 per cento, ha scatenato la rabbia e l'ironia di tanti ragazzi e ragazze, inducendo poi il premier a dichiarare di essere stato frainteso.
Se quella di Martone è la "gaffe" di un personaggio tutto sommato di secondo piano della compagine governativa (nonostante il posto nel quale è stato catapultato), la sortita di Monti rappresenta la prima caduta di stile e, forse, l'inizio di un calo di popolarità di una personalità che, chiamata a salvare l'Italia, aveva finora raccolto solo consensi. Nulla di paragonabile, in ogni caso, se considerano le possibili ripercussioni sul governo, a quanto è successo giovedì nell'aula di Montecitorio, quando un emendamento sulla responsabilità civile dei giudici, presentato da un deputato della Lega, è passato con i voti del Pdl e di una quarantina di "franchi tiratori" (si votava a scrutinio segreto). Per il governo, contrario alla norma, si è trattato della prima sconfitta in Parlamento. E per Monti di un serio campanello di allarme.
Preoccupati di essere i soli a pagare il prezzo più alto dell'appoggio dato all'esecutivo dei "tecnici", alcuni dei più autorevoli esponenti del Pd non hanno esitato a reagire con una certa durezza. Arrivando a prospettare, come ha fatto il capogruppo alla Camera Enrico Franceschini, "gravi conseguenze per il governo", se la norma "anti giudici" non sarà depennata al Senato. Monti non poteva a quel punto far finta di niente e a stretto giro di posta ha infatti chiamato Palazzo Chigi i leader della coalizione che gli assicurano la maggioranza in Parlamento: il centrista Pier Ferdinando Casini, il segretario democratico Pier Luigi Bersani e quello del Pdl, Angelino Alfano. A tutti e tre il premier ha chiesto una più forte coesione: perché la crisi economica continua a incombere; perché la speculazione, se avesse sentore che i due maggiori partiti della coalizione non collaborano davvero col governo, potrebbe tornare con veemenza all'attacco; perché, infine, la credibilità riacquistata dall'Italia all'estero crollerebbe rapidamente, condannandola a una condizione di isolamento che provocherebbe nuovi e più gravi danni.
Potendo fidarci sino a un certo punto, come l'esperienza insegna, delle dichiarazioni ufficiali seguite all'incontro, proviamo a immaginare come può essere andato, nella quasi certezza di non sbagliare di molto. Con Casini il presidente del Consiglio avrà sfondato una porta aperta. E c'è da giurare che su di lui può contare ciecamente. Da Bersani avrà ottenuto la conferma di un appoggio sicuro, a patto che si accetti di discutere senza chiusure pregiudiziali alcune sue richieste sulle riforma del mercato del lavoro, e, soprattutto, che il Pdl mostri autentica "lealtà" verso gli alleati e verso il governo. Un sì condizionato, dunque, quello del segretario Pd, ma espresso con chiarezza. E il Pdl? A parole avrà assicurato sostegno. E probabilmente senza porre paletti. A parole.
Diffidenza immotivata? Prendiamo l'ultimo episodio, l'emendamento riguardante la responsabilità civile dei magistrati, vecchio pallino dei radicali di Marco Pannella, fatto proprio da sempre dai berlusconiani e ora, ma solo ora, dalla Lega. Intanto una considerazione sul merito della norma ( la cui costituzionalità, per altro, è stata messa in dubbio da autorevoli giuristi): già oggi il cittadino che ha subito un danno provocato da un comportamento, un atto o un provvedimento giudiziario ingiusto, dovuto a dolo o colpa grave di un magistrato, ha diritto a un risarcimento dallo Stato, che poi si avvale su chi ha sbagliato.
A parte ciò, quello che più colpisce è come si arrivati al voto dell'emendamento leghista. Fino all'ultimo, il capo dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, aveva assicurato democratici e terzopolisti che i suoi, compatti, avrebbero votato contro l'emendamento, convinti anche loro che la questione dovesse essere affrontata nel quadro di una riforma complessiva della giustizia. E invece, come un solo uomo, i deputati "azzurri", educati evidentemente a nutrire un'avversione viscerale nei confronti dell'ordine giudiziario, su precisa disposizione del segretario Alfano, hanno votato con la Lega. Da qui il sospetto di Bersani che tutto era stato architettato per tendere una "trappola" al Pd (e al Terzo Polo). Trappola che, però, potrebbe finire per creare seri problemi anche a Monti.
Ora, la norma che ha fatto insorgere tutte le correnti della Magistratura - comprese quelle più moderate - il Pd, e per i tempi di presentazione anche il Terzo Polo, sarà cancellata al Senato, come auspicato dal ministro della Giustizia, Paola Severino? Può darsi ma non sarà facile. Un berlusconiano duro e puro come il senatore Gaetano Quagliarello, ha infatti già detto che dovrà essere confermata. Se così avverrà, con essa sarà confermata quella "maggioranza variabile" che, quando fa comodo al Popolo della libertà, può sostituire quella che attualmente tiene in vita il governo. Così com'era del resto successo di recente, con l'accordo col quale Pdl e Carroccio si sono spartirti le nomine ai vertici delle più importanti testate Rai: Tg1 e Tgr. Ma può il governo andare avanti così, esistendo in Parlamento una maggioranza alternativa, pronta a manifestarsi quando lo ritiene conveniente?
In questo momento, o da qui a poco, è improbabile che uno dei due maggiori partiti che sorreggono Monti si assuma la responsabilità di staccargli, come suole dirsi, la "spina". E' invece scontato che in queste condizioni il premier e i suoi ministri, chiamati a sciogliere nelle prossime settimane nodi delicati come la riforma del mercato del lavoro (e in particolare l'articolo 18 che regola i licenziamenti nelle aziende con oltre 15 dipendenti), tanto per citarne uno dei più intricati, possano lavorare con serenità e nell'interesse del bene comune. Il che è molto negativo.
L'immagine di Obama sui media è negativa
19-05-2012










