Analisi e commenti

Lettera a me stesso. Il destino, il bisogno, i precari e i consumi

Di Enzo Trantino*

06-02-2012

 

Enzo,

il destino si è licenziato.

Una volta viveva con noi, anche se non sempre per noi, ed inevitabilmente l'eccesso di frequenza lo esponeva ad assumere dimensioni umane.

Era un dio consolatore e giusto che portava rassegnazione nei fatti amari della vita ("era destino"), o consegnava speranze agli ardimentosi, che, secondo millenario precetto, lo volevano fabbro della sorte di ognuno, a condizioni che ognuno assumesse verticalità, che stesse in piedi cioè per essere più vicino ai frutti da raccogliere e non guardare l'albero, sdraiandosi all'ombra, perché altri vi provvedessero per lui.

Il destino era uno dei nostri, da giovani. Lo rispettavi temendone la collera, perché se mancavi senza ragione agli appuntamenti era facile all'ira. Senza violenza: ti volgeva le spalle.

Se partecipavi al rischio della vita, per ciò solo, sapevi che ti era riservato un premio: non potevi restare a mani vuote, non potevi fallire.

E così era. La regola dell'ordinarietà ragionava con solido buonsenso: ci sono tante attese da soddisfare; tu, mettiti in viaggio, non ti mancherà la stazione di arrivo.

Non c'era angoscia, la disperazione era dei pazzi, l'ansia senza isteria era la febbre della giovinezza; frequentavi le scuole e sapevi di edificare la tua sorte; il differenziale consisteva nelle diverse qualità di ognuno, certi che nessuno di quelli iscritti alle gare della vita restava indietro: o in fuga, o in gruppo, o staccato e quindi con maggiore difficoltà, il traguardo si avvertiva come inevitabile. Come destino, appunto. Era l'onesta restituzione di un prestito fiduciario.

Poi cominciarono i giochi con le carte truccate, e quel che è peggio, i bari venivano premiati dalle ingiuste vincite.

Chi sapeva meglio imbrogliare, riusciva a vincere facilmente, anche perché non metteva sul tavolo provviste proprie. Non correva il rischio di perdere, cioè.

Coincise, in quel momento, il malessere del destino. Il quale non se la sentiva più di assistere impotente a un interminabile ballo in maschera, dove paraventi improbabili nascondevano nani, trasformati in giganti, per il ricorso ai trampoli che mistificavano le dimensioni reali.

Senza piegarci alla malinconia, siamo ora interessati a chiedervi le ragioni perché non c'è più destino.

Vi offriamo, a titolo di confronto, una nostra ossessiva convinzione: mancano le mappe, i percorsi certi. Se prima ti mancava la visione, scalavi salite per conquistare paesaggi, così occupando, come avveniva ai pionieri, spazi liberi per la carovana dei tuoi progetti.

Chi era meno ricco, non si sentiva povero. Si accordava col destino, e faticando, privandosi, a volte, di tutto in dignitoso pudore, riusciva, così tirando il totale dei sogni della famiglia che lo vedeva crescere con gli occhi.

Poi venne l'ordine di stracciare le regole, gli statuti, i codici di comportamento. Di avvelenare la logica. Perciò il destino si allontanava sempre più.

Confidava a un vecchio amico (il bisogno) lo strazio che provava in tempi recenti nell'assistere a una insedabile rissa in cui si rivendicava il diritto a odiare l'altro, ovunque alitasse il potere.

Quindi, necessariamente, sconvolto, ascoltò editti farneticanti, nell'apparente freddezza dei proponenti, tutti concordi nell'elogio della pazzia: "i giovani disoccupati crescono?" (Il destino confidava: "vi siete divertiti a sbaraccare nel tempo gli antichi mestieri? Che vi aspettavate?) "Come soluzione, noi allunghiamo la vita lavorativa dei pensionati"! (Come se, aumentando il prezzo del medicinale, si contribuisce alla guarigione).

E poi: "mancano i soldi per il necessario?" "Allora proviamo ad aumentare le tasse". Ancora: "il posto fisso? Una monotonia". (Invece, precario è bello, si è in tanti. Ci si diverte.")...

Infine: "se calano i consumi, c'è l'immediato rimedio. Alziamo i prezzi, dato che si deve fronteggiare il pagamento delle tasse".

Troppo. Il destino non ce la fece più. Gli veniva da piangere, e per la prima volta sentì il morso della disperazione.

Volgendosi al vecchio amico, il bisogno, lo invitò a prendere in mano la situazione, concludendo: "Sono tempi tuoi. Io mi congedo. Andrò a vivere forse in uno zoo, forse nella foresta. Se non c'è spazio per la ragione che senso ha la mia inutile presenza?".

Il bisogno, strattonato da molti, chiamato da tanti, non ebbe il tempo di rispondergli.

Enzo.

(enzo.trantino@alice.it)

*Catanese, avvocato e deputato al Parlamento per nove Legislature