Monti sulla riforma del lavoro: "è una questione di flessibilità"
ROMA. Nessuna volontà di "esasperare" il confronto, ma neanche di rinunciare ad una riforma del mercato del lavoro indispensabile per rilanciare la crescita e combattere la disoccupazione, soprattutto fra i giovani. Mario Monti conferma di voler "dialogare" con le parti sociali, ma ribadisce che non si fermerà di fronte alle resistenze di sindacati o partiti. L'obiettivo, come ha detto al segretario generale dell'Ocse Angel Gurria, non è tanto quello di arrivare ad una "maggiore flessibilità", ma semmai di introdurre una "migliore flessibilità". E per varare la riforma non è escluso che si utilizzi anche, ma non solo, lo strumento del decreto legge.
Monti e il ministro competente, Elsa Fornero, non hanno ancora stabilito quali veicoli normativi useranno per varare uno dei capitoli più delicati del programma di governo. Eppure, chi ha parlato con il presidente del Consiglio riferisce che l'idea di usare "anche" il dl (almeno per alcuni aspetti della riforma) non è affatto esclusa. Anzi. "L'unica cosa già decisa è che la riforma non sarà fatta tutta per decreto, ma attraverso più strumenti e fra questi, oltre alla legge delega, dovrebbe trovare posto anche un decreto", spiega una fonte di governo, senza però precisare quale parte delle nuove norme sarà varata con il dl.
L'intenzione di Monti, come ha detto lui stesso pubblicamente, è di chiudere la partita entro fine marzo. E non solo per non farsi superare dal governo spagnolo, anch'esso impegnato in una riforma analoga, ma anche per evitare di rimanere impantanati in un negoziato infinito.
"La vicenda è talmente spinosa che non possiamo trascinarla troppo a lungo", spiega una fonte che ha accesso diretto al premier. Sul fatto che il professore intenda procedere in modo "incisivo" nessuno ormai sembra nutrire dubbi. E le dichiarazioni sulla necessità di superare l'idea del ‘posto fisso' da parte dei membri del governo - ultima in ordine di tempo Anna Maria Cancellieri - sembrano confermarlo. Nessuna volontà di "esasperare" il confronto, assicura però il premier, ma solo quella di trovare - anche attraverso il dialogo con le parti sociali - le migliori soluzioni per rilanciare la crescita e combattere la disoccupazione, soprattutto fra i giovani.
Il capitolo riforma del lavoro è stato uno dei piatti forti dell'incontro con Gurria a palazzo Chigi. E non è un caso se al termine del colloquio, il segretario generale dell'Ocse abbia indicato fra le sfide "cruciali" che attendono l'Italia proprio la concorrenza e il mercato del lavoro. Monti gioca di sponda con le istituzioni internazionali anche per piegare le resistenze interne. Del resto, ricordano a palazzo Chigi, "la riforma del mercato del lavoro è una delle prime chieste dall'Europa". Dove per Europa si intende Bruxelles, ma anche Francoforte.
Il premier ripete a tutti i suoi interlocutori che la crisi non è finita, nonostante lo spread sia sceso. A maggior ragione fino a quando non si chiuderà un accordo sul debito greco. Certo, il Paese è meno esposto, ma il percorso delle riforme deve continuare, anche per non deludere le attese dei partner internazionali. Ecco perché Gurria e Monti hanno convenuto sul fatto che l'Organizzazione che ha sede a Parigi - come riferisce uno dei membri della delegazione - redigerà un rapporto entro la fine di marzo per verificare lo stato di avanzamento della riforma e quantificarne l'impatto potenziale. L'orientamento è quello di seguire i tre pilastri già annunciati: semplificazione della contrattualistica; riforma degli ammortizzatori; e rafforzamento della formazione per chi il lavoro l'ha perso.
Legge elettorale. Il Pdl allarga le consultazioni
ROMA. Il giorno dopo la decisione di Berlusconi di proporre al Pd un patto elettorale, il Pdl decide di 'allargare' il confronto facendo sedere al tavolo delle trattative anche il Terzo Polo, la Lega e tutti gli altri partiti, da Sel all'Idv (anche se quest'ultimo incontro è ancora da confermare perché secondo i dipietristi "le sedi più opportune per trattare questi temi sarebbero le aule parlamentari").
L'inversione di rotta, si spiega in ambienti del centrodestra, sarebbe stata presa non solo per non scatenare ulteriormente le ire della Lega, ma anche per non scontentare tutta quella parte del partito che continua a guardare soprattutto all'Udc con un certo interesse. E anche perché sul punto il Pd è stato molto chiaro: la riforma della legge elettorale va fatta con tutte le forze del Parlamento. Se si pensa a un accordo solo tra Pd e Pdl, spiega il responsabile Riforma del partito Luciano Violante, "non andremo molto lontano", non ci sarà nessuna legge su misura.
Così da oggi la delegazione composta dal coordinatore del Pdl Ignazio La Russa, dal presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera Donato Bruno, dal vicecapogruppo al Senato Gaetano Quagliariello ha fissato un lungo calendario di incontri. Si è comincia in mattinata con la Lega per proseguire nel primo pomeriggio con il Pd, anche lui rappresentato da un nutrito pool di 'tecnici' delle riforme come Violante, Gianclaudio Bressa e il vice capogruppo al Senato Luigi Zanda. Mercoledì sarà la volta del Terzo Polo e di Sel. Giovedì infine, i tre berlusconiani si confronteranno con La Destra, Grande Sud, Rifondazione Comunista e, probabilmente, Italia dei Valori.
Nessuno voleva discriminare nessuno, si affretta a precisare il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, "non siamo certo noi - aggiunge - a voler discriminare l'Udc sul terreno dell'elaborazione della legge elettorale". Una delle prospettive politiche sul terreno, infatti, è quella di "una grande alleanza politica fra tutti i moderati". L'"apertura" di Berlusconi piace però al presidente della Camera Gianfranco Fini che la definisce "un atto di maturazione". Mentre la Lega lancia il suo avvertimento: "Se Pd e Pdl - assicura il deputato Paolo Grimoldi - dovessero accordarsi sulla legge elettorale nel tentativo di far fuori la Lega, i cittadini del Nord farebbero pagare caro questo tradimento".
Il Pd, con il presidente dei senatori Anna Finocchiaro, su questo dà ampie rassicurazioni e ribadisce che il confronto sulla legge elettorale dovrà essere "il più possibile aperto e ampio", senza "assi privilegiati con nessuno, senza pregiudiziali, esclusioni o veti" di sorta. Per questa ragione i Democratici offrono come base della trattativa la propria proposta di riforma e chiedono una riunione congiunta dei capigruppo di Senato e Camera "per stabilire un percorso certo e condiviso su tempi e modi" anche per la complessiva riforma dei regolamenti parlamentari e del bicameralismo perfetto.
Iter questo condiviso dal segretario Udc Lorenzo Cesa secondo il quale, solo dopo le riforme costituzionali, si potrà mettere mano davvero alla legge elettorale perché questa dovrà essere "la conseguenza" di questo riordino. La cosa più importante, interviene il presidente del Senato Renato Schifani, non è tanto da quale ramo del Parlamento si darà il via alle riforma, quanto che si arrivi davvero a una reale modifica del 'Porcellum' introducendo le preferenze nell'interesse dei cittadini. Al momento però le posizioni non sembrano conciliabilissime: per il Pdl, ribadisce Quagliariello, il bipolarismo non si tocca. Gli altri, invece, a cominciare dall'Udc, guardano con interesse a un sistema più proporzionale. Senza contare la 'condizione' che mette Di Pietro: prevedere l'incandidabilità dei condannati, che non sembra riscuotere il gradimento generale.












