Analisi e commenti

Missione a doppia faccia. L'incontro di oggi tra Monti e Obama alla Casa Bianca

Di Pierfrancesco Freré

09-02-2012

 

 

La missione americana di Mario Monti, che chiude il tour diplomatico delle cancellerie occidentali, ha una doppia faccia. Il premier da un lato presenta a Barack Obama la "sua" rivoluzione economica che in soli quattro mesi ha permesso di cambiare il volto dell'Italia con la riforma delle pensioni, le liberalizzazioni e una riforma del mercato del lavoro che l'esecutivo è deciso a varare entro marzo. Con il conseguente rafforzamento dell'euro.

Dall'altra, il Professore non vuole perdere l'occasione di presentare allo stesso presidente degli Stati Uniti un modello di tecnocrazia, cioè di professionalità applicata all'arte di governare, che in qualche modo rappresenta una svolta per il mondo occidentale ammalato di competizione partitica spesso sganciata dai programmi concreti da sottoporre all'opinione pubblica (vedi la campagna delle presidenziali in corso negli Usa).

E' prevedibile che la mission sia destinata al successo, visti i riconoscimenti di Sarkozy e Merkel agli "spettacolari" risultati ottenuti dal governo dei tecnici e soprattutto le parole con le quali il governo americano ha sottolineato il rapporto privilegiato tra Italia e Stati Uniti.

Monti si è fatto precedere, come in occasione del viaggio a Berlino, da un'intervista rassicurante all'autorevole Wall Street Journal nella quale ribadisce che la flessibilità e la riforma del lavoro entreranno ben presto a far parte della cultura economica italiana; ma anche dalla richiesta ad Obama di garantire questa difficile fase di transizione dell'eurozona con una "solida gestione" dell'economia Usa, compito peraltro - ragiona - "molto difficile da realizzare". Le recenti analisi di Ben Bernake sui limiti della rete di sicurezza della Fed in caso di una nuova crisi monetaria stanno lì a dimostrare quanto sia mirata la riflessione del presidente del Consiglio.

Naturalmente per offrire un modello credibile fino in fondo, Monti ha necessità della compattezza della maggioranza. Ma sa che è proprio adesso che si entra nella fase più difficile.

Il perché è presto detto: finora si è trattato di votare provvedimenti economici ineludibili e praticamente blindati. L'irruzione sulla scena del dibattito sulle riforme - da cui Monti si è tenuto saggiamente a distanza - rischia di sconvolgere gli equilibri della grande coalizione.

La nuova legge elettorale, che a parole tutti dicono di volere, è infatti strettamente legata a quello che sarà il dopo-Monti. Il terzo polo vorrebbe farne il terreno per proseguire l'esperimento della grande coalizione anche al di là delle elezioni del 2013 (c'é chi ha fatto circolare il nome di Corrado Passera quale futuro candidato premier): un modo per fare del centro il crocevia strategico di qualsiasi maggioranza.

Ma Silvio Berlusconi e Pierluigi Bersani hanno altri piani. Il Cavaliere, avviando le "consultazioni" con gli altri gruppi, sapeva di aprire lo spazio ai partiti e di entrare allo stesso tempo in campo minato: ma ha ottenuto lo scopo di dare dinamismo al Pdl e di riagganciare la Lega che infatti mugugna ma ascolta. Il Pdl ha anche riscontrato una forte intesa con il Pd sulla difesa del bipolarismo.

Con il terzo polo, invece, i berlusconiani hanno convenuto di lavorare per il "premierato forte". L'interesse dell'Udc (che parla di un clima molto positivo) è quello di non farsi tagliar fuori dal negoziato anche se si sa che ben difficilmente il proporzionalismo potrà trovare qualche spazio. Piuttosto saranno possibili intese sulla fine dei parlamentari nominati e un ritorno alla scelta da parte di cittadini (con le preferenze o con i collegi uninominali).

Sembra di essere tornati ai tempi della Bicamerale che peraltro non naufragò su questi temi ma sulla giustizia. A sinistra Bersani deve fronteggiare la diffidenza di quanti temono che di questo passo il Pd finisca per agevolare la rimonta del Pdl. E poi c'é il problema del doppio binario, come la riforma elettorale possa conciliarsi con quella dello Stato.

A creare preoccupazione tra i democratici è il rifiuto del Senato di svolgere una conferenza dei capigruppo congiunta con la Camera come proposto da Fini e dallo stesso Bersani: c'è chi si vuole tenere le mani troppo libere. Sarà un vertice dei segretari di maggioranza a sciogliere i nodi.

pierfrancesco.frere@ansa.it