Economia

Monti a Piazza Affari: una spinta da Borsa e banche

21-02-2012

La Borsa italiana “é una delle ricchezze del nostro sistema: il numero delle società quotate è ancora inferiore rispetto alle altre realtà europee”, ha sostenuto Monti parlando nella sala delle grida di Palazzo Mezzanotte e sottolineando che “una Borsa con un numero più alto di imprese quotate può dare un contributo fondamentale per la crescita”.

 

 

MILANO. La competitività del Paese, l'importanza della Borsa ma anche l'invito alle banche a far la loro parte per la ripresa sostegno, col credito, le imprese. E' ruotato attorno a questi temi il confronto odierno che Mario Monti ha avuto prima con una ventina di top manager e banchieri a Piazza Affari, e poi nell'incontro allargato del premier con gli esponenti della comunità finanziaria. La Borsa italiana "é una delle ricchezze del nostro sistema: il numero delle società quotate è ancora inferiore rispetto alle altre realtà europee", ha sostenuto Monti parlando nella sala delle grida di Palazzo Mezzanotte e sottolineando che "una Borsa con un numero più alto di imprese quotate può dare un contributo fondamentale per la crescita".

In un intervento a tutto tondo il premier, reduce dalle trasferte nella City e a Wall Street, ha poi ribadito che "non ci sarà bisogno di una nuova manovra perché sono incorporati margini di prudenza".

Mentre sulla riforma del lavoro, tra le tematiche più calde e spinose, il Professore ha detto: "Siamo molto fiduciosi che entro la fine di marzo presenteremo al Parlamento un provvedimento con l'accordo delle parti sociali". Ma ha anche avvertito: "Lo presenteremo comunque, speriamo con l'accordo delle parti sociali".

Monti, che in più di un'occasione è tornato a confermare che "al più tardi a marzo" 2013 finirà il governo dei professori ha anche annunciato di voler "rendere la vita più semplice ai contribuenti onesti" attraverso il gettito proveniente dalla lotta dell'evasione. E, in tal senso, il premier ha indicato che venerdì il Consiglio dei ministri esaminerà il pacchetto di semplificazioni fiscali. Dal premier è poi arrivata una stoccata ai poteri forti. "E' bello che ci siano crociate contro i privilegi della casta" ha detto precisando, però, che "siamo ben lontani da realizzare quello che andrebbe fatto ma qualcosa è stato fatto" anche se "il numero delle auto blu resta sconfinato".

E non sono rimasti immuni da commenti anche i cosiddetti salotti buoni. "Dispiace andare contro la nozione elegante e piacevole di salotto buono, ma pensiamo che in passato abbia qualche volta tutelato il bene esistente e consentito la sopravvivenza un po' forzata dell'italianità di alcune aziende, impedendo la distruzione creatrice schumperteriana e non sempre facendo l'interesse di lungo periodo", è stato il pensiero del presidente del Consiglio.

Alla platea di Piazza Affari Monti ha anche spiegato che "una riforma delle autorità di vigilanza e controllo, devo confessare, non è nel nostro programma", mentre ha evidenziato che il governo "sta difendendo con i denti in Parlamento" le liberalizzazioni, sottolineando che porteranno "una crescita del 3,5% del Pil in 10 anni". E la difesa è perché "é nostro dovere - ha detto - far prevalere il bene comune".


 

Lavoro. La riforma entro marzo anche senza accordo

 

ROMA. Il governo tira dritto sull'obiettivo di chiudere entro un mese la riforma del mercato del lavoro, che sia con o senza l'ok di sindacati e imprese. "Siamo molto fiduciosi", assicura il premier Mario Monti, che "entro la fine di marzo presenteremo al Parlamento un provvedimento con l'accordo delle parti sociali. Lo presenteremo comunque, speriamo con l'accordo delle parti sociali". E su questo il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, non nasconde di essere d'accordo: "E' giusto sentire le parti, dopo di che non ho nulla in contrario che ad un certo punto il governo vada avanti e presenti la riforma", considerando che "su alcune cose saremo d'accordo, su altre no", dice riferendosi al confronto con le altre organizzazioni.

La trattativa resta difficile, la strada in salita: l'articolo 18 presto riaccenderà gli animi (la flessibilità in uscita sarà sul tavolo del nuovo incontro governo-parti sociali programmato per il primo marzo), intanto è battaglia sugli ammortizzatori sociali, con l'ipotesi di revisione dell'attuale cassa integrazione straordinaria e il superamento della cassa in deroga e la 'nascita' di una indennità di disoccupazione involontaria, un sussidio unico che sostituirebbe la disoccupazione ordinaria, speciale, con requisiti ridotti ed anche la mobilità.

"Noi vogliamo fare l'accordo, spero lo voglia fare anche il Governo", replica il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, secondo cui il "refrain" di Monti "può valere mediaticamente un giorno, ma il terzo giorno comincia a puzzare". Il numero uno della Cgil, Susanna Camusso, assicura che il sindacato resterà al tavolo e sottolinea la "novità" che il premier usi "con sempre più insistenza" la parola accordo, ma - dice - se il governo ha intenzione di disfare il mercato del lavoro, di non metterci risorse e di togliere l'articolo 18 è "difficile" fare l'accordo.

Le parti ieri si sono ritrovate al ministero del Lavoro, per una nuova riunione guidata dal ministro Elsa Fornero (con il viceministro Michel Martone e il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera) con al centro gli ammortizzatori sociali (capitolo che sarà approfondito ancora in un nuovo appuntamento fissato per giovedì 23 febbraio): questa riforma non potrà partire "prima dell'autunno 2013", premette Fornero alle nove sigle delle associazioni sindacali e datoriali presenti al tavolo: oggi dobbiamo gestire la crisi con gli strumenti che abbiamo, sottolinea. Ma le parti sociali fanno muro: sui tempi, sulle risorse e sugli strumenti sul piatto, di cui - sottolineano - non sono stati precisati né la copertura né la durata.

La riforma si farà "con i soldi che abbiamo", dice Fornero, proponendo un sistema basato essenzialmente sul riordino della cassa integrazione, con un uso limitato nel tempo e legato al probabile rientro del lavoratore in azienda (scomparirebbero alcune causali della cigs come la cessazione di attività e il fallimento) e sull'assicurazione contro la disoccupazione involontaria, con un'unica indennità che sostituisca, come detto, quelle attuali, estesa a tutti i settori ed anche a lavoratori oggi esclusi come gli apprendisti.

Ma sindacati e imprese contestano innanzitutto i tempi dell'entrata in vigore della riforma prospettati da Fornero, ossia tra 18 mesi: "Per almeno due anni è importante mantenere gli ammortizzatori che ci sono oggi, non modificarli"

. Cambiarli in un momento così difficile rischia di creare danni ai lavoratori", sintetizza Marcegaglia indicando piuttosto come parametro di riferimento la fine effettiva della crisi e il tasso di disoccupazione: "Siamo d'accordo con i sindacati, 18 mesi sono assolutamente insufficienti". Poi c'é la questione delle risorse: è "un problema essenziale, se vogliamo costruire un sistema di ammortizzatori sociali universale", dice Camusso, che al termine dell'incontro di ieri parla di una "discussione faticosa, con molti interrogativi".

Anche Bonanni chiede al governo di essere chiaro: "Vogliamo capire se il governo vuole una riforma o una controriforma". La riforma degli ammortizzatori funzionerà, dice il numero uno della Uil, Luigi Angeletti, "se si risolve il problema delle risorse, se sarà possibile attivare meccanismi per trovare un altro posto di lavoro e affrontare il nodo delle differenze territoriali nel mercato del lavoro".

Per il segretario generale dell'Ugl, Giovanni Centrella, c'é il rischio che il governo "peggiori" il sistema. Poi ci sono gli incentivi all'assunzione, con l'idea di Fornero di rendere più conveniente la stabilizzazione dei lavoratori a tempo indeterminato rispetto ai contratti a termine. Ma il no delle imprese ad un aumento della burocrazia e dei costi a loro carico per la cosiddetta flessibilità in entrata buona è chiaro ("Non è giusto aumentare i costi sul contratto a termine", dice Marcegaglia).

E su questo capitolo le associazioni datoriali lavorano ad un documento comune da presentare a Fornero prima di giovedì.

 

 

Napolitano in Sardegna replica a chi lo contesta: "Non rappresento il capitale"

 

CAGLIARI. "Io non rappresento le banche ed il grande capitale finanziario come qualcuno umoristicamente crede e grida". "Forse è più semplice incontrarvi quando le cose vanno bene e il carattere è festoso. Invece, è importante la presenza delle istituzioni al massimo livello quando la situazione è difficile". Giorgio Napolitano si presenta così a Cagliari, dove ha inizio la sua visita di due giorni in Sardegna per i 150 anni dell'Unità d'Italia rilanciando la riforma del welfare e tornando a pressare sulle indispensabili riforme. Il Capo dello Stato è consapevole che la situazione in Sardegna, forse più che in altre parti del Paese, è difficile per le ripercussioni della crisi economica sul contesto occupazionale e vuole che lo Stato faccia sentire la sua presenza. Anche a costo di affrontare qualche contestazione.

Ad aspettare Napolitano non ci sono soltanto tricolori e rappresentanti delle istituzioni locali. Cé anche un centinaio di manifestanti: pastori e disoccupati che lo seguono nel corso della visita. Il presidente della Repubblica sembra rivolgersi proprio a loro quando interviene sulla crisi: "Io so benissimo quale carica di malessere, malumore, malcontento e protesta ci sia nell'isola in questo momento - afferma - ma occorre rimanere padroni di noi stessi e delle situazioni per quanto difficili e urticanti siano".

Il capo dello Stato intende porre anche un freno a intemperanze che superano i limiti di una "pur comprensibile protesta": "Io non rappresento le banche ed il grande capitale finanziario, come qualcuno umoristicamente crede e grida", quindi sottolinea. Ma, al di là della polemiche, il presidente invita a trovare soluzioni per uscire dalla crisi ed indica anche la strada: riforme entro l'anno. Sul piano economico non basta "il risanamento delle finanze pubbliche", occorre far ripartire lo sviluppo e la crescita al di là degli "slogan ideologici". L'invito è a dar vita al più presto alla fase due del governo.

Il capo dello Stato interviene sulla questione del welfare. "La coesione sociale non significa immobilismo né mantenere in piedi il welfare come è stato nei decenni passati", è il monito. "Questo - sottolinea - lascia scoperte alcune sacche di povertà mentre noi dobbiamo occuparci di chi non ha: dobbiamo rinnovare per poter migliorare e preservare". "Ma - prosegue Napolitano - resta ancora molto da fare anche per ridisegnare l'architettura istituzionale del nostro Stato".

"Si deve fare un tratto di strada, ora in questa fase, ad un anno di distanza dal compimento della legislatura". E questo "tratto di strada tocca farlo alle forze politiche, ai partiti al di là della caratterizzazione ideologica", ovvero "al di fuori dei binari ordinari".

Prima - sottolinea - non è stato possibile perché abbiamo vissuto anni nei quali la democrazia della alternanza è stata vissuta in termini di conflittualità distruttiva ed incomunicabilità". Le riforme sono necessarie alla crescita e "non solo per affrontare l'emergenza finanziaria" ma soprattutto per "avviare nuove politiche di sviluppo ed in particolare per il Mezzogiorno". Casomai evitando quei "tagli alla cieca" degli investimenti, atti solo a "risanare il bilancio pubblico e ridurre la spesa pubblica corrente".

Per il capo dello Stato é impensabile, infatti, "che si debba attendere la conclusione di una fase di risanamento delle finanze pubbliche". "E' compito - precisa - che non può essere rinviato ad un futuro più o meno vicino". "Per le basi dello sviluppo non basta rimuovere ostacoli e barriere ma pensare ad una nuova politica di investimenti di sviluppo industriale, ad una nuova politica di ricerca e formazione".

Napolitano affronta la questione del "ruolo dell'università": "E' chiaramente essenziale".

E invita a puntare su "formazione e ricerca e ad una parola che per l'Italia non deve essere piccola: la cultura".

Il presidente si rivolge alla Sardegna e alle sue difficoltà. Occorre "pensare ad una nuova politica industriale" anche per il Mezzogiorno". Si deve "superare il divario tra Nord e Sud" che rende ancora incompiuto "il processo di unificazione".

Per completare quel cammino si deve però anche dare compimento al "riconoscimento delle autonomie regionali, un filone da portare ancora avanti".