Cultura

I 30 anni di Born in the Usa. Springsteen patriota di sinistra

07-06-2014


WASHINGTON. 'Born in the Usa', una delle canzoni simbolo di Bruce Springsteen, compie 30 anni. Molto più di un pezzo rock, è diventato subito un manifesto politico, un inno, per moltissimi americani paragonabile a 'Star and Stripes'. Grazie a quell'attacco di batteria che ricorda colpi di fucile a quel testo duro, diretto, che cita i veterani del Vietnam, il loro dramma umano e sociale, the Boss è riuscito a fondere pacifismo a orgoglio nazionale, amore per la bandiera e odio per la guerra, voglia di libertà a giustizia sociale.

E grazie a lui la sinistra americana, dieci anni dopo le manifestazioni anti-Vietnam, riscoprì il valore di un patriottismo democratico, non imperialista. E dire che sino a quel tempo, Bruce non era ancora quel 'working class hero' che oggi conosciamo, non si era mai apertamente schierato politicamente. A compiere il 'miracolo' è stato, suo malgrado, Ronald Reagan.

Era il 1984, e Ronnie correva per la rielezione. Il suo obiettivo era conquistare voti tra gli indipendenti e i moderati. A fine agosto, subito dopo la Convention repubblicana, un columnist conservatore George Will, andò a sentire Bruce in concerto a Largo, Maryland. E ne scrisse estasiato: ''Se i lavoratori americani, nel produrre macchine, scarpe o stoffe, avessero l'energia, la fiducia e l'ottimismo di Springsteen e la sua band, allora non avremmo bisogno di nessuna legge protezionistica''.

Appena sei giorni dopo, Reagan si trovava a Hammonton, New Jersey, la patria del 'Boss'. E qui tentò di 'arruolarlo' alla sua causa: ''Il futuro dell'America sta nelle migliaia di sogni che stanno nei vostri cuori, nel messaggio di speranza delle canzoni di un uomo che tanti giovani ammirano, nato qui, Bruce Springsteen''. Due giorni dopo, la replica che segnò la svolta della sua vita pubblica. ''Il presidente ha fatto il mio nome. Ora mi chiedo oggi quale sia, tra i miei album, il suo preferito. Non credo sia Nebraska'', un album austero registrato in una sola notte, in una casa vuota presa in affitto, con canzoni che parlano di gente solitaria, criminali. A quel punto, dal palco di Pittsburgh, capitale dell'acciaio in crisi, the Boss canta proprio un pezzo di quel disco, 'Johnny 99', un brano amaro che racconta la storia di un uomo rimasto senza lavoro, dopo la chiusura della sua fabbrica di auto, che torna a casa ubriaco, fatto di psicofarmaci e spara al portiere di notte.

Per la prima volta, Springsteen riconosceva pubblicamente le radici politiche delle sue canzoni. E svelava anche quel celebre equivoco che aveva fatto pensare a 'Born in the Usa' come una canzone nazionalistica: refrain a parte, i suoi versi sono pieni della rabbia di un veterano di guerra, non c'è traccia di quell'ottimismo e idealismo tanto caro a Reagan. E da allora, non s'è più fermato. Negli anni successivi ha cantato a favore degli homeless, ha raccolto fondi per le 'vittime' della 'reaganomics', ha sempre appoggiato le battaglie degli ultimi, di chi ha perso il lavoro e la dignità. Negli anni '90, è stato in California, in Arizona, a fianco di chi difendeva gli immigrati latinos. A partire dal 2004, con John Kerry, appoggio pubblicamente un candidato presidente, offrendo alla sua campagna una delle sue perle 'No Surrender' .

Sino alle primarie del 2008, quando s'impegnò a favore di quel senatore democratico nero dell'Illinois, che sfidando tutto e tutti puntava alla Casa Bianca. Allora disse a Montreal: ''Sento un vento nuovo soffiare a casa mia''. E il 16 aprile, il giorno prima il voto cruciale delle primarie in Pennsylvania, convinse i lavoratori bianchi, sulla carta poco inclini a votare per Barack a cambiare idea. Sino alla sua performance alla festa del primo insediamento di Obama, sui gradini del Lincoln Memorial, e al concerto di Madison, Wisconsin, la sera prima della nuova vittoria elettorale del 2012.

 

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