Cultura

I Grandi Di Grante. Intervista

Franco Borrelli

18-10-2014


 

I Grandi del Romanticismo visti da... Grante, Carlo per la precisione, pianista tra i più sorprendenti che ci siano oggi in circolazione. "Un compagno-sfida - dice di lui il maestro Fabio Luisi -, che conosce benissimo il suo campo ma è anche fine esperto degli altri". "Vero pianismo da virtuoso di classe, - gli fa eco il critico Harold Schonberg - retto da una sonorità splendida". Il Nostro - nato all'Aquila nel 1960 - ha già al suo attivo concerti ovunque nel mondo e innumerevoli incisioni di gran valore ed enorme successo (Domenico Scarlatti su tutti, ma anche Godowsky, Rachmaninoff, Schumann e altri); è ora alla vigilia di un ciclo storico che, dal 31 ottobre a febbraio, lo vedrà impegnato in una serie di concerti all'Alice Tully Hall @ Lincoln Center: "Masters of High Romanticism".

 

Perché "alto" Romanticismo?

«L'Alto Romanticismo musicale interessa quell'importante fase di seminagione intellettuale e artistica in musica di cui Mendelssohn, pur con uno sguardo rivolto al recente passato, fu un iniziatore. Se già nell'ultimo Beethoven e certamente in Schubert entriamo in una fase romantica della composizione musicale, il "cuore", la fase "acuta", soprattutto per il pianoforte, la troviamo in Schumann e Chopin, pur essendo il secondo un romantico a sé nello stile, nell'inaudito linguaggio armonico e nello stile melodico così caratteristico, senza essere veicolo dei grandi temi ed assiomi dell'idealismo trascendentale che il Romanticismo letterario incarnava. La musica di Brahms, pur essendo cronologicamente in ritardo (per così dire), rappresenta in pieno l'Alto Romanticismo, che con Wagner (fra l'altro influenzato molto dal linguaggio cromatico di Chopin e da quello armonico di Liszt) tenderà invece a sfilacciarsi, portando quindi ad un modernismo musicale che al Romanticismo invece si oppone. Ci sono i vari Pre- Post- Tardo- Romanticismi, finanche nel XX secolo: quello di Chopin, Schumann e Brahms, che interessa pochi ventenni del XIX secolo, è il Romanticismo nella sua essenza storica e stilistica più sostanziale».

Chopin il 31 ottobre, Schumann il 15 dicembre e Brahms il 10 febbraio: che cosa accomuna questi grandi e che cosa li divide?

«Sono tre compositori-pianisti, che usano lo strumento come vocabolario, non solo come destinazione. In tutti e tre ogni dettaglio è ottimizzato al massimo, con alta densità espressiva. Li divide l'origine culturale e linguistica: Chopin, polacco residente a Parigi, emule di Mozart e Bach (per quanto sembrino questi due autori inudibili nella sua musica), Schumann, musicista-letterato che vive in una Sassonia che dell'Alto Romanticismo è territorio privilegiato, Brahms, emulo di Schumann e Beethoven, conservatore nella forma e progressista nell'uso integrale di un procedimento compositivo così preciso e rigoroso nella sua integrità  che sarebbe stato un modello per lo sviluppo dello strutturalismo modernista».

Il suo approccio interpretativo - recita la critica unanimamente - "rispetta tempi ed atmosfere culturali dei singoli compositori": come si traduce questo in sala-concerto?

«La sala da concerto induce alla comunicazione, come quella da registrazione induce alla documentazione. Nel secondo caso si ha spesso il desiderio di essere più obiettivi con se stessi, nel primo invece si tende a voler fare del momento presente l'obiettivo dell'esecuzione. Il concerto è un momento importante ed anche fugace, quindi l'esecutore vuole impegnarsi a non lasciare che il momento presente - importante - prenda il sopravvento sul progetto e la concezione di ciò che suona. In questo senso più che ripristinare in toto i tempi storici del compositore l'esecutore vuole rievocare lo stato affettivo e psicologico creato dalla musica di quel tempo, che però - questo è il vantaggio della musica classica - deve essere sempre attuale, non rimanere ingabbiato nel suo periodo di composizione, invitare insomma a viaggiare in una macchina del tempo indossando abiti moderni se così si vuole».

Quale il messaggio di questi tre giganti per il XXI secolo?

«In poche parole, se posso fare un tentativo di sintesi: autenticità e veridicità di sentimenti e ideali, eroismo, passione, amore, culto della qualità, rispetto per l'uomo, professionalità e perfezionismo».

Logica e naturalezza interpretative: come e quanto rispettare il testo che si esegue?

«Il più possibile; è importante conoscerlo bene proprio al fine di trovarsi in uno stato di familiarità e naturalezza».

Incredibile vastità di repertorio il suo: quale o quali gli autori che sente più vicini, e perché?

«Mi sento vicino alla musica e al messaggio di Busoni, amo molto Mozart, Bach, i tre romantici Chopin, Schumann, Brahms, mi sento stimolato da Liszt e Rachmaninoff, intrigato da Debussy, Ravel, Sorabji, Godowsky, vivo nel mondo di Scarlatti... mi fermo qui o non finisco più!»

Ha inciso molto Domenico Scarlatti: in che misura si può parlare di modernità in questo nostro grande compositore?

«Spesso nelle sonate di Scarlatti ci si imbatte in procedimenti in cui la musica sembra non avere né passato, né futuro: una risultanza compositiva che Johnathan D. Kramer chiamerebbe "musica verticale", che "nega il passato e il futuro a favore di un presente esteso". Ne parlo in un saggio pubblicato dalla rivista Note Musicali (Caltanissetta, Ottobre-Dicembre 2012), disponibile online: http://www.istitutobellini.cl.it/file.php/1/Note_Musicali/II_sito/Grante_II.pdf

Come scrivo in questo saggio, c'è qualcosa di davvero unico nella coscienza musicale di Domenico Scarlatti, una idiosincrosia strana, inquietante, della sua "italianità", del suo modo di giocare con il flusso del tempo, che lo studioso americano, Joel Sheveloff, ha portato alla luce codificando il termine "vamp" (oggi usato nel teatro musicale leggero), discendente dall'inglese antico "vampe" e dal francese "avant-pié": un momento di sospensione drammatica che nel teatro musicale è l'attesa del ritorno in scena del protagonista e dello svolgimento drammatico, con una ostinata reiterazione di formule di accompagnamento. In queste "vamp" si avverte una chiara estetica pre-minimalista e quello "Spielfreud" di cui parla Peter Böttinger, un  "piacere naïve delle singole note come se queste fossero "neve fresca", "intonza e intatta". E' lo Scarlatti meno noto, ma anche il più sorprendente».

Ha girato mezzo mondo ed eseguito concerti in ogni grande tempio della musica: dove si sente più a suo agio?

«Ci sono sale che per il loro linguaggio architettonico avvolgono positivamente l'esecutore e se l'acustica è anche buona lo fanno sentire a suo agio. In particolare, molte sale austriache (come Musikverein di Vienna e Stefaniesaal di Graz) hanno questa tipicità. La Sala Santa Cecilia del Parco della Musica di Roma, disegnata da Renzo Piano, fa sentire il solista "abbracciato" dal pubblico. Recentemente ho suonato al Rudolfinum di Praga ed ho avuto la stessa impressione. Ma spesso è la sinergia fra repertorio ed esecuzione soddisfacente che crea una memoria affettiva del luogo in cui si suona».

Cosa si attende da questi tre importanti appuntamenti al Lincoln Center? E perché "proprio" New York?

«Non suono a New York da vari anni e sono contento di tornare con un repertorio che amo profondamente. H.H. Promotions London e il Concert Artists' Promotions Trust sono nati per opera di un'americana, Helen McIlhenny Heslop, che come me ama New York. La Alice Tully Hall è stata una scelta logica. E New York oggi appare una città aperta al futuro, ottimista, anche più di prima, nonostante, o forse a causa, delle ferite causate dai recenti eventi storici. E' un immenso privilegio esserne partecipe anche come artista in una sua importante sede».

Nel '97 tenne già nella Big Apple un'altra serie di concerti di grande successo di pubblico e di critica (elogi particolarissimi soprattutto dal "NY Times"): cosa è cambiato nel virtuoso Grante in questi circa venti anni?

«Certamente è cambiata la mia "faccia tosta" nel voler sperimentare tutto nel repertorio del mio strumento, che è una miniera inesauribile. Mi accontento di dedicarmi ed esperire una parte del repertorio più vasta possibile che non può purtroppo rappresentarlo in pieno a livello storico, linguistico ed estetico, rinunciando a quel pericoloso desiderio di esaustività cui spesso l'artista indulge fortemente».

Si è laureato alla Santa Cecilia ed ha studiato sia alla University of Miami sia alla Juilliard di Manhattan: somiglianze e diversità tra queste tre scuole pianistiche? Vive a Roma e viene spesso a New York: differenze e\o similitudini cultural-artistiche fra le due "Capita Mundi"?

« A Miami ho fatto la mia prima esperienza di "campus" universitario americano. E' stata un'importante esperienza sociale, oltre che musicale, mentre alla Juilliard si avverte la circolarità degli interessi dei suoi studenti, concentrati quasi totalmente sulla realizzazione dei loro obiettivi musicali nella vita e nel lavoro. Fra Roma e New York credo ci sia poco in comune. Basti guardare il passo in strada degli abitanti delle due città per capire come è diverso il rapporto della persona con il tempo. A New York non esiste quel senso di inerzia che a Roma può rassicurare o irritare, a seconda di come questo possa favorire o impedire la realizzazione della persona o il suo godimento della realtà sociale in cui vive. L'architettura storica di Roma "parla" ai suoi abitanti, fa lezione di bellezza ideale e ispira ad un approccio estetico che mette la sostanza ed il significato delle cose al primo posto. New York comunica l'importanza del vivere nel presente, di trattare il posto in cui si vive come un habitat mutevole, legato alla contingenza e all'attualità, che chiede, al contrario di Roma, di non guardare troppo indietro.

Per l'attività musicale New York non è facilmente sorpassabile, mentre Roma fa fatica - anche per via di un assetto urbanistico che non favorisce gli spostamenti dentro le mura - a raggiungere, pur con la sua pur operosa produzione, un pubblico che, con l'eccezione delle grandi stagioni concertistiche storiche, tende a comporsi di persone fidelizzate a questa o quella iniziativa. Inoltre l'Italia sta ora imparando a non considerare più l'offerta culturale come una garanzia assoluta, ma come l'effetto di ingegno organizzativo e necessità di uno stile di vita che arricchisca la persona. Credo e spero che questo stato di transizione possa portare a sviluppi positivi, data la capacità italiana di ottimizzare le proprie capacità quando si è in stato di carenza di risorse».

Quali programmi in sala incisione e in quella concertistica dopo questi tre appuntamenti newyorkesi?

«Torno a registrare Scarlatti per completare l'integrale iniziata ed ora in via di conclusione. Conto anche di continuare a registrare Godowsky e Busoni,  oltre a Brahms, Schumann, e molto altro ancora».

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