Notizie

Libri .“Il grande califfato” raccontato da Quirico

di Gioia Giudici

14-02-2015

Se "il Califfato già ora amministra la vita di centinaia di migliaia di persone" è anche colpa dell'Occidente: "la nostra passività è una delle cause principali di ciò che sta accadendo" dice il giornalista Domenico Quirico, che al progetto di totalitarismo islamista ha dedicato il suo ultimo libro ‘Il grande califfato' (Neri Pozza), un viaggio nelle terre dominate dall'ideologia di Al Baghdadi.

Il suo libro "non è un trattato di geopolitica o di analisi, io faccio un mestiere diverso, quello - spiega l'inviato de La Stampa - del raccontatore e del viaggiatore e oltre non vuole andare: non ho ricette né formule, mi limito a constatare la realtà". Quando Quirico tornò in Italia dopo essere stato prigioniero degli uomini di Al Nusra, al Qaeda in terra siriana, rivelò che il Grande Califfato non era un sogno velleitario, ma un preciso progetto strategico, ma non fu ascoltato.

"Eravamo abituati a ragionare nei termini dell'antico terrorismo di al Qaeda, pensavamo che questa idea di costruire uno Stato fosse fantasia, è mancata - sottolinea - la constatazione dell'enorme salto di qualità dei progetti e dell'organizzazione". Se l'organizzazione di Bin Laden "si proponeva di uccidere come unica attività", quelli dell'Is invece "vogliono riconquistare le terre di Dio".

Per questo per Quirico il loro si profila come un nuovo totalitarismo "come lo erano quello nazionalsocialista o staliniano, sulle basi di un criterio che è la fede islamica che impone la separazione del mondo in due parti, con l'eliminazione di tutto ciò che è impuro". Proprio perché quello del califfato è un progetto totalitario "ha qualcosa di antropologicamente nuovo: il combattente jihadista - spiega - non è l'ambasciatore di morte di Bin Laden, è un uomo nuovo".

Per Quirico i jihadisti di oggi somigliano di più alle brigate internazionali che parteciparono alla guerra in Spagna: "uomini che nel progetto di rivoluzione mondiale di allora si erano liberati della loro identità umana precedente, erano pagine bianche su cui qualcuno aveva scritto un nuovo codice genetico". Così come succede oggi "a Londra, a Parigi, nello Yemen, dove c'è una nuova specie che parte per andare a morire in Siria". Questi uomini nuovi "ho avuto la fortuna di conoscerli perché ho vissuto con loro e - dice ricordando i mesi di prigionia - da questa frequentazione involontaria ma straordinariamente importante per la conoscenza ho capito la loro pericolosità".

Grazie a questa convivenza forzata, il giornalista dice che "nei libri si parla di qualcosa che non esiste. Quando leggo certe analisi mi chiedo "ma questi l'hanno mai visto un jihadista?", nel 99% dei casi la risposta è no. Non metto in dubbio l'onestà intellettuale, ma sono costruzioni sociologiche basate sulla teoria del modello, che non funziona". Bisogna conoscerli, i foreign fighters, per capire che "sono il risultato del fallimento delle politiche di integrazione".

Quello che attira questi giovani in Siria "è la tentazione totalitaria, lo stare dalla parte dei giusti in un mondo dove tutto è intercambiabile: non c'è nulla come la religione - riflette - che ti consenta di uccidere senza rimorso". Se in Tunisia, Egitto, Nigeria il jihadismo "ha approfittato della corruzione, della miseria, delle storture del mondo musulmano", "i combattenti stranieri non sono tutti emarginati, ci sono esperienze incomprensibili - racconta - di chi ha buttato via una vita normale".

Tutto questo non sarebbe successo "se non avessimo fatto finta di niente: quello che sta accadendo è una filiazione diretta della rivoluzione siriana, che non era islamista. Abbiamo ignorato i ribelli, non li abbiamo aiutati ad abbattere Assad e gli islamisti hanno capito che quella era la loro occasione. Sarebbe bastato fornire armi ai ribelli e il corso della storia sarebbe cambiato, ora si cerca di recuperare il tempo perduto".

Intanto la cartina nera che campeggia sulla copertina del suo libro giorno dopo giorno sta diventando un incubo sempre più reale: "Se le si appoggia sopra quella dei Paesi dove domina la sharia i confini non sembrano già fantascientifici, il Califfato già ora amministra la vita di centinaia di migliaia di persone. La Libia in aereo - ricorda - dista meno di un'ora dall'Italia".

Il palinsesto di oggi