Cultura

La morte di Gunter Grass, coscienza della Germania

13-04-2015

 

ROMA. Gunter Grass, scomparso ieri a 87 anni, sempre più, nel bene e nel male, ha rappresentato la realtà e lo spirito della Germania, prima nascondendo i suoi sensi di colpa e dichiarandosi antinazista, poi confessando in tarda età di essere stato a 17 anni una Waffen-SS, da giovane che credeva nel suo paese e vedeva quel corpo militare come un'unità d'elite; così gioendo per la caduta del Muro ma poi diventando molto critico con ''E' una lunga storia'' sulla riunificazione con la DDR; ancora, nascendo come autore d'avanguardia, una delle colonne del Gruppo 47, ''coscienza critica'' della Germania, e restando poi giubilato dal premio Nobel per la letteratura, ricevuto nel 1999.

Detto questo sarebbe sbagliato, come potrebbe essere facile, dare una lettura essenzialmente politica della sua produzione letteraria, in gran parte di altissimo livello. Tra l'altro, dopo la sua clamorosa confessione di un passato nazista nel 2006, anticipando ciò che stava scrivendo nella sua autobiografia ''Sbucciando la cipolla'', la sua figura di scrittore, di autore di romanzi, poesie, teatro, ha subito una sorta di nemesi, che ha fatto prendere rilievo assoluto principalmente alle sue scomode prese di posizione politiche, a cominciare da quella molto critica verso Israele. Anche il suo capolavoro, ''Il tamburo di latta'', il libro che nel 1959 gli ha dato fama internazionale, ha avuto naturalmente una lettura storico-politica.

Il nano Oskar Matzerath che si rifiuta di crescere è sembrato un po' la Germania del dopoguerra davanti al suo passato hitleriano: la sua storia, partendo da quella della propria famiglia in un luogo emblematico come Danzica, viene rievocata dall'inizio del Novecento alla fine della seconda guerra mondiale dalla cella di un manicomio in cui è rinchiuso.

Situazione subito estrema, malata, grottesca che trova la propria forza nella vena umoristica nera, fortemente provocatoria, burlesca e anarchica, che resta però sempre lucidamente realista nel ridicolizzare l'universale dimensione piccolo-borghese del mondo che circonda Oskar, che lo guarda dal basso, scoprendone falsità e viltà, senza moralismi, con una sua perfida oggettività specie quando affronta gli anni del nazismo. Nella sua narrazione non c'è spirito critico, ma un'osservazione stupefatta e curiosa sostenuta dal gioco e la musicalità della scrittura, quasi sensoriale nell'attenzione a una certa fisicità, agli odori come alla visione. Il suo tamburo di latta appeso al collo per Oskar è arma di difesa, ma anche di offesa, battendo la quale si procura ''la necessaria distanza tra sé e gli adulti'', ma assieme si sforza di dare ''un segnale al mondo''.

Un segnale che giunse forte e chiaro, ridando dignità alla grande tradizione letteraria tedesca. Una mostruosità fisica connota anche il liceale Joachim Mahlke, protagonista sempre a Danzica del successivo ''Gatto e topo'' (1964), continuamente in lotta col suo difetto nel tentativo di dissimularlo a una società perfida e sempre in agguato.

Racconto ''pudico e sempre sfrenato'' ma che imbriglia la propria vitalità in una misura quasi classica e mostra la direzione che andrà prendendo l'appassionato realismo di Grass, corroborato da una freddezza della fantasia e una disciplina di scrittura, anche se con una sua tendenza alla spiegazione, alla citazione, all'allusione quasi didascalica, che dà forza e assieme sgonfia anche il dramma ''I plebei provano la rivolta'', quella operaia di Berlino nel 1953.

Molto critico verso la figura di Brecht, indagando il rapporto tra letteratura e verità, tra teatro e vita. Dello stesso anni, 1966, è anche il terzo romanzo dei suoi inizi, ''Anni di cani'', che riprende i temi del primo con meno forza e verità, usando tre diversi io narranti che ripercorrono, concentrandosi sulle vicende dei due protagonisti Walter Matern e Eddi Amsel, un trentennio di storia tedesca, tra la prima guerra mondiale e il secondo dopoguerra. Quello di Grass è un itinerario umano, personale, e letterario che cerca di riflettere sempre in profondità con la consapevolezza che la letteratura non cambia il mondo, ma è parte della realtà e di una sua presa di coscienza. Così le sue opere restano legate alla società e la storia, da ''Anestesia locale'', che nel 1969 affronta i temi della contestazione studentesca, al ''Diario di una lumaca'' del 1972, documento del suo attivo impegno politico al fianco di Willy Brandt, sino a ''E' una lunga storia'' e il romanzo ''Il passo del gambero'' riflessioni critiche sulla riunificazione tedesca e sull'incapacità di dimenticare della Germania, e infine i due volumi d'autobiografia, l'esplosivo ''Sbucciando la cipolla'' e il più famigliare ''Camera oscura''.

Mentre diversi e nuovamente ricchi di fantasia e libertà letteraria, pur in una nuova vena più moralista, sono i due romanzi ''Il rombo'' (1977) con questo pesce parlante che racconta a suo modo la storia dell'umanità, e ''La ratta'' (1986), visione profetica e apocalittica sul futuro autodistruttivo dell'uomo.

Discorsi sempre controcorrente in cui si impegna personalmente, da uomo di sinistra libero, ogni volta suscitando discussioni, letterarie e ideologiche, perché ''Grass è un rompiscatole, è un pescecane nello stagno delle sardine, è un solitario selvaggio nella nostra letteratura addomesticata'', come definì una volta Hans Magnus Enzensberger questo suo collega, questo personaggio che resterà comunque punto di riferimento centrale per la storia contemporanea del suo paese e dell'Europa.

 

 

Addio a Galeano, autore cult a sinistra

 

Di Javier Fernandez

 

MONTEVIDEO. Eduardo Galeano, lo scrittore uruguaiano morto ieri a 74 anni, era uno degli autori più letti e amati della letteratura sudamericana moderna, e con "Le vene aperte dell'America Latina" (1971) ha raggiunto la più popolare ed emblematica espressione del pensiero della sinistra del subcontinente, negli anni di rivolta che hanno fatto seguito alla Revolucion cubana del 1959. Nato nel 1940 in una famiglia alto borghese e cattolica di Montevideo - il suo vero cognome era Hughes, e il fatto che abbia sempre evitato usarlo dimostra il suo spirito ribelle - Galeano debuttò nel giornalismo a 14 anni, come disegnatore satirico, ma siccome "c'era un abisso fra quello che immaginavo e quello che tracciavo" si orientò verso poi la scrittura.

Poco più che ventenne, diventò una delle firme principali, e poi il capo redazione, di Marcha, un settimanale politico e culturale di sinistra che diventò un punto di riferimento ben al di là dei confini del piccolo Uruguay, e cominciò ad interessarsi di politica anche come giornalista. Dopo una serie di libri dedicati a reportage e analisi della situazione in Cina, Guatemala e altri paesi, nel 1971 pubblicò "Le vene aperte dell'America Latina", in cui ricostruiva il saccheggio delle ricchezze del subcontinente da parte delle potenze coloniali, e il suo proseguimento attraverso le strutture del postcolonialismo capitalista. Tradotto in più di 20 lingue, best seller internazionale, "Le vene aperte" diventò un'opera di riferimento e un manuale di storia per la sinistra terzomondista e i movimenti rivoluzionari nati in Sudamerica, ma anche in altri continenti, sulla scia della vittoria dei "barbudos" castristi all'Avana. In tempi più recenti, Galeano prese una certa distanza dal suo libro più noto.

"Non mi pento di averlo scritto, ma non lo rileggerei: volevo scrivere un saggio di economia politica e non avevo la formazione necessaria", disse nel 2014, aggiungendo che considerava "superata" una "certa prosa di sinistra, che ora trovo pesantissima". Lungo gli anni della sua carriera letteraria - proseguita dalla Spagna, dopo la fuga dalle dittature militari del suo paese natale e dell'Argentina - Galeano creò un stile personale sui generis, a cavallo fra la documentazione storica e la riflessione poetica, che portarono al successo internazionale di "Memoria del Fuoco", una trilogia pubblicata dal 1982 al 1986.

Quest'opera fu incensata dalla critica internazionale, soprattutto americana - il Times Literary Supplement lo paragonò a quelle di Dos Passos e Garcia Marquez - e risultò un nuovo best seller globale, anche se nel suo paese natale Galeano, come il suo coetaneo e amico Mario Benedetti, pur rimanendo popolarissimo fu sempre apprezzato più per le sue posizioni politiche che per il suo talento letterario.

Difensore militante dei governi di sinistra dell'America Latina del secolo XXI - Chavez regalò una copia delle "Vene aperte" a Obama nel vertice americano del 2009 - Galeano mantenne anche un rapporto cordiale ma critico con la Cuba castrista. Dopo aver denunciato la "decadenza di un modello di potere popolare" e la "rigidità burocratica" nel 2003, tornò nell'isola nel 2012, sottolineando che "un vero amico ti critica in faccia e ti elogia dietro le tue spalle".

 

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