Dagli USA

Strage a Charleston. Giovane bianco uccide 9 neri in chiesa

19-06-2015

Urlando "io lo devo fare, voi violentate le nostre donne e dovete sparire", Dylann Roof, un ragazzo bianco di 21 anni, ha aperto il fuoco all'impazzata in una delle più antiche e simboliche chiese della comunità afroamericana del Sud degli Stati Uniti, a Charleston: in pochi minuti ha ucciso nove persone, e poi si è dileguato.

 

NEW YORK. Urlando "io lo devo fare, voi violentate le nostre donne e dovete sparire", Dylann Roof, un ragazzo bianco di 21 anni, ha aperto il fuoco all'impazzata in una delle più antiche e simboliche chiese della comunità afroamericana del Sud degli Stati Uniti, a Charleston: in pochi minuti ha ucciso nove persone, e poi si è dileguato.

Ma la sua fuga è durata solo 12 ore. In mattinata è stato catturato, in North Carolina, a circa 400 km dal luogo della strage. È difficile esprimere a parole tutta "l'angoscia e la tristezza", ma anche "la rabbia" di fronte ad un massacro così, ha detto Obama parlando in diretta tv all'America ancora sotto shock. "Troppe volte - ha sottolineato - ho dovuto fare dichiarazioni del genere. Comunità come questa hanno dovuto sopportare tragedie simili troppe volte". "Non c'è alcun dubbio sul fatto che si tratti di un crimine d'odio razziale", ha detto il capo della polizia di Charleston, e in questo senso ha aperto un'indagine, così come il ministero della giustizia e anche l'Fbi e la polizia dello stato.

Un crimine d'odio pianificato con lucida follia, e messo a segno in una chiesa dall'alto significato per la comunità afroamericana, e in particolare per quella di Charleston, che un tempo era uno dei maggiori porti d'arrivo degli schiavi provenienti dall'Africa. Nel corso della sua storia, ha ricordato anche Obama, "fu rasa al suolo perchè i suoi fedeli lavoravano per mettere fine alla schiavitù".

E con lucida determinazione, Roof è poi entrato in azione, ieri sera, verso le nove, appunto nella Emmanuel African Methodist Episcopal Church, dove a quell'ora era in corso una lezione sulla Bibbia. "È entrato e ha chiesto dove fosse il pastore Clementa Pinckney", che è anche senatore dello stato del South Carolina. "Qualcuno glielo ha indicato e così - ha poi raccontato uno dei sopravvissuti - è andato a sedersi accanto lui". È rimasto tranquillo fino alla fine della lettura della Bibbia, per circa un'ora, quando ha infine scatenato il suo odio: "State prendendo il sopravvento nel nostro Paese e dovete sparire" ha urlato e ha iniziato a sparate, decine di colpi. Ha ricaricato la sua arma almeno cinque volte. Tra i primi a cadere è stato proprio il pastore Pinckney, e poi altri due uomini, e sei donne. Un bimbo di cinque anni si salvato per miracolo, fingendosi morto accanto ai cadaveri ricoperti di sangue. Lo hanno poi raccontato alcuni membri della sua famiglia. Insieme a due altre persone, una delle quale è rimasta ferita, è l'unico sopravvissuto. Una donna è stata risparmiata volontariamente dal killer, che le ha cinicamente dato 'l'ordinè di raccontare ciò che ha visto.

A quel punto, Roof ha quindi iniziato la sua folle corsa, mentre la polizia ha allo stesso tempo avviato una vasta caccia all'uomo. La svolta è arrivata poche ore dopo, quando si è fatto avanti lo zio, che lo ha identificato grazie ad una sua foto scattata da una telecamera di sorveglianza e rapidamente diffusa dalla polizia.

Agli investigatori lo ha descritto come un ragazzo tranquillo e ha raccontato che per il suo compleanno ha ricevuto dal padre in regalo una pistola, una calibro 45. La polizia ha quindi diffuso altre due foto del "sospetto": una foto segnaletica (è infatti emerso che ha precedenti per droga e violazione di domicilio), e una che lo ritrae con lo sguardo truce e con indosso un giubbotto nero su cui sono cucite due bandierine: una è degli afrikaner del vecchio Sudafrica dell'apartheid, l'altra è della defunta Rhodesia razzista.

L'epilogo è poi arrivato davanti ad un semaforo rosso di una superstrada verso il Nord. Era a bordo della sua vecchia auto nera quando una pattuglia di polizia lo ha riconosciuto e lo ha arrestato.

Era ancora armato, ma "ha collaborato" con gli agenti, secondo quanto è stato reso noto. "Si tratta di un essere umano terrificante" ha poi affermato il sindaco di Charleston Joseph Riley. Ora è in prigione, "sotto custodia, e ci rimarrà per il resto dei suoi giorni".

 

 

Chi è l'assassino

 

NEW YORK. La famiglia di Dylann Roof era preoccupata. Un mese fa aveva scoperto che il ragazzo, 21 anni, era attratto da certe teorie razziste.

E aveva confessato ad alcune persone che era coinvolto con alcuni gruppi che del razzismo fanno una filosofia di vita.

Eppure il giovane killer - che in una chiesa di Charleston, nel South Carolina, ha ucciso mercoledì notte nove afroamericani riuniti insieme ad altra gente in preghiera - a sentire i parenti e i conoscenti è stato un ragazzino tranquillo, gentile.

"Andava bene a scuola e amava gli animali", raccontano i familiari frastornati da quello che è accaduto nelle ultime ore.

Poi, improvvisamente, negli ultimi due anni la sua vita è cambiata: nel 2010 ha abbandonato il liceo di Lexington che frequentava e ha cominciato a condurre una vita sbandata. Trasformandosi sempre più in un solitario.

Lo scorso febbraio fu arrestato per possesso di stupefacenti in un mall di Columbia: il rapporto della polizia lo descrive vestito tutto di nero e con un atteggiamento aggressivo verso alcuni dipendenti del centro commerciale.

Interrogato, disse che era nervoso perchè i suoi genitori lo pressavano per trovarsi un lavoro.

Fu rilasciato due giorni dopo dal carcere di Lexington grazie al pagamento di una cauzione di 5 mila dollari.

Nell'aprile fu di nuovo arrestato nel parcheggio di un mall, dopo che gli era stato intimato dalla polizia di restare lontano dall'area dopo che i dipendenti avevano più volte denunciato la sua presenza con domande sul centro commerciale, su quante persone lo frequentavano, e su quante rimanevano all'interno dopo la chiusura. Anche in questo caso fu rilasciato su cauzione.

Sulle pagine del suo profilo Facebook spicca la foto che lo ritrae con una felpa con sopra la bandiera del Sudafrica dell'‘Aparthied e quella della Rhodesia bianca.

 

 

La lunga scia del razzismo negli Usa

 

WASHINGTON. Non è la prima volta che una chiesa frequentata da neri viene attaccata negli Usa. Episodi simili punteggiano una lunga scia di sangue con cui l'odio razziale segna la storia degli Stati Uniti.

L'EPISODIO SIMBOLO IN ALABAMA - Il 15 settembre 1963, una bomba piazzata da membri del Klu Klux Klan in una chiesa a Birmingham, in Alabama, uccise quattro ragazze.

Accadeva oltre 50 anni fa e all'epoca risuonavano forte e chiare le parole di Martin Luther King: "La loro morte ci dice che dobbiamo lavorare con passione e senza risparmiarci per la realizzazione del Sogno Americano".

L'ASSASSINIO DI MARTIN LUTHER KING E DI MALCOM X - Cinque anni dopo aver pronunciato quelle parole, il 4 aprile 1968 alle ore 18.01, Martin Luther King venne assassinato a Memphis: si trovava da solo sul balcone al secondo piano di un motel a Lorraine a Memphis, quando venne colpito e ucciso da un colpo di fucile di precisione alla testa, un proiettile calibro 30-06.

Lo stesso destino che era stato già scritto per un altro leader afroamericano: Malcom X, il 21 febbraio 1965. Il 14 febbraio i Malcolm avevano subito - quasi fosse un avvertimento premonitore - un attacco dinamitardo contro la loro casa.

Una settimana dopo, Malcom X fu ucciso da sette colpi di arma da fuoco durante un discorso in pubblico a Manhattan. Aveva soltanto 39 anni.

L'ODIO NON SI FERMA - Nel 1996 fu necessario tenere audizioni al Congresso dopo che per due anni nel sud-est degli Stati Uniti si era verificato un numero altissimo di incendi sospetti.

Solo in Sud Carolina è lunga la lista delle chiese frequentate dalla comunità afroamericana che - tra incendi, saccheggi e dissacrazioni - ne rimasero vittime.

Uno dei più recenti 'incendi sospettì contro una chiesa di questo tipo e che ha attirato l'attenzione dell'opinione pubblica ha avuto luogo in Massachusetts nel giorno dell'inaugurazione per Barack Obama presidente.

DA FERGUSON A BALTIMORA - La tensione è tornata particolarmente alta nell'ultimo anno negli Stati Uniti dopo i fatti di Ferguson, in Mississipi, la scorsa estate che hanno dato vita ad un'ondata di proteste, in alcuni casi sfociate in violenze, dopo che un poliziotto bianco ha ucciso un giovane nero apparentemente disarmato.

La rabbia è tornata ad esplodere lo scorso aprile anche in Sud Carolina dove un uomo nero è stato ucciso da un poliziotto bianco (poi assolto da ogni responsabilità) che gli ha sparato alle spalle, fino alla morte di Freddie Gray dopo che era stato arrestato a Baltimora che ha scatenato proteste e manifestazioni in tutta l'America.

 

 

Obama: succede solo in America

 

Di Ugo Caltagirone

 

NEW YORK. "Tutto questo accade solo negli Stati Uniti, e in nessun altro Paese avanzato": la collera di Barack Obama è tanta di fronte all'ennesima strage di innocenti provocata da un giovane bianco esaltato, armato di pistola.

Per di più stavolta si tratta di una strage di afroamericani, la più grave che si ricordi negli ultimi anni. E in una delle città simbolo della lotta alla schiavitù e al razzismo: quella di Charleston, nella South Carolina, dove approdavano le navi cariche di schiavi provenienti dall'Africa.

Il presidente americano parla di "rabbia" e di "angoscia". Ma chi lo osserva in diretta tv mentre commenta il massacro non può non notare soprattutto la frustrazione dipinta sul suo volto. L'avvilimento di un presidente, il primo presidente nero della storia americana, impotente di fronte a una tragedia così grande, che colpisce una comunità che proprio in lui aveva riposto enormi speranze.

È il grande cruccio di Obama: quello di vedere come la questione razziale sia tornata al centro della scena proprio con lui alla Casa Bianca. Come l'America si trovi ancora oggi a fare i conti "con la parte più oscura della sua storia". "Non è la prima volta che la comunità afroamericana e le chiese dei neri vengono attaccate.

E l'odio razziale e religioso rappresentano una particolare minaccia per la nostra democrazia e per i nostri ideali", sottolinea il presidente.

Ma c'è anche lo scoramento per non essere riuscito in una sfida enorme che si era posto come priorità assoluta: quella di varare una stretta sulla diffusione incontrollata di armi da fuoco in America. Ed è su questo aspetto che Obama insiste di più. Del resto la piaga delle stragi di massa sembra impossibile da estirpare in un Paese dove il diritto a possedere un'arma è sancito dalla Costituzione.

E lo dimostra la lunga scia di sangue che ha caratterizzato anche la presidenza Obama: dalla strage di bambini a Newtown al massacro del cinema di Aurora, fino alla tragedia della 'black church' di Charleston.

"Troppe volte sono stato costretto a fare dichiarazioni di questo genere", ben 14 volte annota il Washington Post. "Ancora una volta persone innocenti vengono uccise perchè qualcuno che vuole colpirle non ha alcuna difficoltà nel procurarsi un'arma da fuoco", tuona Obama.

E con grande franchezza ammette: "Dobbiamo riconoscere che questo tipo di violenza di massa non accade in altri Paesi avanzati. Non accade in maniera così frequente. Sarebbe sbagliato non tenerne conto e non fare i conti con questa realtà". Ma il partito delle armi finora si è dimostrato imbattibile.

E la lobby della National Rifle Association (Nra) continua a godere del consenso della maggioranza degli americani e di un sostegno bipartisan in Congresso.

E questo spiega come la riforma Obama sia rimasta lettera morta, anche solo per quel che riguarda i controlli su chi vuole acquistare armi, per verificare la presenza di precedenti penali o di disturbi mentali. Così in gran parte degli Stati Uniti per comprare una pistola o un fucile automatico basta andare al supermercato.

Sempre che a regalarteli non sia un tuo familiare. Per il compleanno, come nel caso del ventunenne Dylann Roof, il killer di Charleston. O per Natale, come accadde ad Adam Lanza, il ventenne che massacrò 20 bambini alla scuola elementare Sandy Hook di Newtown.

 

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