Economia

La Cina affonda i mercati

13-08-2015

La Cina torna ad affondare i mercati, facendo bruciare all'Europa 227 miliardi: i mercati temono un Ferragosto rovente alimentato dalla nuova svalutazione dello yuan decisa oggi, che fa temere una brusca frenata del motore economico cinese e all'impatto su Usa ed Europa.

 

ROMA. La Cina torna ad affondare i mercati, facendo bruciare all'Europa 227 miliardi: i mercati temono un Ferragosto rovente alimentato dalla nuova svalutazione dello yuan decisa oggi, che fa temere una brusca frenata del motore economico cinese e all'impatto su Usa ed Europa.

Per il secondo giorno consecutivo le borse vanno giù, con i Big dell'export verso Pechino - come il settore dei prodotti di lusso e le auto - a guidare le perdite. Gli investitori corrono verso il porto sicuro dell'oro, dei treasury americani, del bund (tassi a minimi record), e scommettono su un ritardo del rialzo dei tassi Usa. Sale l'euro, sopra a 1,11, mentre continua la scivolata del petrolio, ieri sotto i 43 dollari, sui timori per la domanda globale. Dopo il taglio del 2% della banda di oscillazione rispetto al dollaro deciso ieri, il più forte visto in un decennio di cambi aggiustati giornalmente, la Banca centrale cinese oggi ha abbassato quel riferimento di un altro 1,6%. È una mossa che era prevista da molti, secondo cui lo yuan ha ampio potenziale di ribasso, studiata per sostenere l'economia in difficoltà. Ma la tempistica serrata non ha fatto che alimentare la fuga dalle borse.

Allo scivolone dello yuan - che ha chiuso a Shanghai con un ribasso di poco inferiore all'1%, a quota 6,387 dollari, dopo aver toccato un minimo di 6,45 sul dollaro - si è accompagnato quello di molte valute asiatiche, come il Dong vietnamita, dando il via a un effetto domino partito da Hong Kong (-2,1%), Sydney (-1,66%), Tokyo (-1,58%). L'effetto è ancora più amplificato in Europa, fra ripresa ancora molto fragile e alta dipendenza dall'export verso la Cina. E così Francoforte segna un pesante -3,27%, Parigi -3,40%, Milano -2,96%, Londra -1,40%. Ci sono i timori per l'export, che fanno segnare a Fca (Fiat Chrysler) un pesante -6,46%. Giù anche Bmw (-3,7%) o in Francia Peugeot e, fra le case del lusso, Lvmh, in perdita di oltre il 4%. L'Europa, che pensava di aver archiviato l'ottovolante di Borsa mettendo al sicuro la Grecia, ora deve fare i conti con una minore competitività da cambio e meno clienti dall'Asia.

E tremano anche gli Usa, con Apple, una delle aziende americane che più esporta verso la Cina, che, all'apertura di New York, ha ceduto il 3,4% salvo poi recuperare nel corso della giornata. Male anche i titoli finanziari. Gli indici di borsa a New York cedono oltre lo 0,70%, mentre ci s'interroga sulle ripercussioni per la Federal Reserve, che potrebbe essere costretta a rinviare il 'liftoff', il rialzo dei tassi d'interesse.

Ma c'è anche il punto interrogativo su cosa stia davvero succedendo in Cina, un paese a basso tasso di trasparenza finanziaria, dove al deflusso di investimenti esteri si accompagna una frenata dell'economia (lo dicono anche i dati di oggi su produzione industriale, frenata a +6%, e investimenti) sempre più lontana dall'obiettivo di crescita del 7%.

La Banca centrale cerca di tranquillizzare gli investitori: la svalutazione decisa è una "una tantum", non ci sono le basi per una "persistente svalutazione". E ancora, "di recente i principali indicatori economici si sono stabilizzati".

Parole che non sono servite a fugare i timori di un "atterraggio duro" per il gigante cinese, data la bolla immobiliare e creditizia, alimentata da un sistema bancario-ombra sul quale le autorità hanno scarso controllo. Per Moody's la frenata dell'economia nel terzo trimestre potrebbe, al contrario, indurre la banca centrale a un nuovo ribasso dei tassi per spingere il credito.

 

Pechino preoccupa Obama, Apple trema

 

NEW YORK. La Cina svaluta lo yuan. E complica i piani di Barack Obama. Impegnato in una battaglia per ottenere maggiore autorità per la chiusura di accordi commerciali, il presidente americano si scontra con la decisione unilaterale di Pechino: il rischio è che possa esacerbare la spaccatura in Congresso rafforzando il fronte del no, e alimentando quello che vuole misure di ritorsione contro chi è considerato manipolatore di valute.

Corporate America è intanto alla finestra per valutare gli effetti della svalutazione. Apple - secondo gli analisti - è quella più penalizzata e corre il rischio di dover aumentare i prezzi dei prodotti. La Cina è per Apple il secondo mercato dopo gli Stati Uniti. I ricavi di Cupertino in Cina sono saliti del 112% nell'ultimo trimestre. Un dato che fa intravedere quanto la svalutazione dello yuan potrebbe farsi sentire sui conti.

"La svalutazione a sorpresa conferma i timori del mercato sulla crescita economica cinese - afferma Arthur Liao, analista della banca taiwanese Fubon -. Prevediamo una più debole domanda di iPhone in Cina. E se la svalutazione dovesse continuare, Apple potrebbe dover aumentare i prezzi". Cupertino non commenta, rimandando alla conference call sui conti del terzo trimestre, quando Apple ha ammesso che l'andamento dei tassi di cambio peserà sui margini dei profitti e sulla crescita dei ricavi. General Motors si affretta a rassicurare. La svalutazione non avrà effetto materiale sui conti. L'esposizione allo yuan è "gestibile".

Ma per le aziende americane, già alle prese con il caro dollaro rispetto alle altre maggiori valute, la svalutazione cinese rappresenta un possibile nuovo problema. Fra i big che sono considerati 'perdentì con la decisione di Pechino c'è Johnson & Johnson, per la quale la Cina è uno dei suoi più importanti mercati. Ma anche Yum Brands, la società a cui fanno capo Kentucky Fried Chicken e Pizza Hut, che realizza la metà dei suoi ricavi in Cina.

La svalutazione mette la Fed davanti a un nuovo dilemma e - secondo alcuni analisti - potrebbe essere la mossa decisiva per uno slittamento dell'aumento dei tassi di interesse, atteso a settembre. La decisione di Pechino sarà probabilmente uno dei temi al centro dell'incontro fra Obama e il presidente cinese, Xi Jinping, che sarà ricevuto alla Casa Bianca in settembre.

Nonostante le pressioni del Congresso, l'amministrazione Obama ha finora resistito dal bollare la Cina come 'manipolatore di valute'. "È ancora troppo presto per valutare l'impatto" ha detto il Tesoro americano. Gli ha fatto eco la Fed. "È troppo presto e potrebbe non essere inappropriato per lo yuan aggiustarsi all'andamento dell'economia".

 

Il palinsesto di oggi