Il fatto

Stop alla ricerca sugli embrioni

28-08-2015

 

STRASBURGO. La legge 40 sulla fecondazione assistita passa indenne l'ultimo esame della Corte europea dei diritti dell'uomo: l'Italia può continuare a vietare qualsiasi sperimentazione sugli embrioni, e quindi proibirne anche il dono a fini scientifici, come previsto dall'articolo 13 della norma.

L'ha stabilito ieri una sentenza definitiva sul ricorso presentato da Adelina Parrillo, la vedova di Stefano Rolla, morto nell'attentato di Nassiriya del 2003. Nel rivolgersi alla Corte di Strasburgo la donna aveva sostenuto che il divieto impostole dallo Stato di donare gli embrioni creati nel 2002 con il suo compagno ledeva il suo diritto al rispetto della vita privata e quello al rispetto della proprietà privata. I togati di Strasburgo le hanno dato torto su entrambi i punti osservando tra l'altro che "gli embrioni umani non possono essere ridotti a una proprietà come definita dall'articolo 1 protocollo 1 della Convenzione europea dei diritti umani". Una decisione che è stata salutata da molti come una grande vittoria e un punto fermo sulla questione. "La Corte ha riconosciuto la ragionevolezza della legge 40 a partire dal non avere ridotto gli embrioni ad una proprietà", ha detto il ministro della salute Beatrice Lorenzin. Mentre Carlo Casini, presidente onorario del Movimento per la vita, una delle organizzazioni intervenute davanti alla Corte contro Parrillo, ha sottolineato la "straordinaria importanza della sentenza perché nel suo nucleo fondamentale essa afferma che l'embrione non può essere oggetto di proprietà anche quando la sua vita è appena cominciata e si trova in una provetta". Di "buone notizie" da Strasburgo ha parlato anche Paola Binetti, parlamentare di Area popolare: la Corte ha stabilito che "gli embrioni non sono semplice materiale biologico da utilizzare per esperimenti scientifici". Ma i giudici hanno soprattutto analizzato approfonditamente la questione dal punto di vista del rispetto della vita privata, e quindi del diritto a decidere per gli embrioni, di Parrillo. E su questo, nonostante il voto finale sulla sentenza (16 favorevoli e solo un contrario) non lo mostri, la Corte si è spaccata tra chi ha ritenuto eccessivo il margine di manovra così riconosciuto di fatto alla legislazione nazionale e chi avrebbe voluto cogliere l'occasione per definire meglio il diritto alla vita di embrione e feto.

Lo stesso testo della sentenza ha del resto confermato quanto la questione resti controversa. Circa due terzi delle 68 pagine che la compongono sono occupate dalle obiezioni, spesso di segno opposto, sollevate da ben 14 giudici. Tra questi, otto hanno criticato fortemente la decisione di ieri perchè, secondo loro, ha riconosciuto in linea di principio il diritto a decidere sugli embrioni, costituendo così un precedente per altri eventuali ricorsi anche se quello della Parrillo non è stato accolto.

Un punto fermo la Corte l'ha invece messo ieri su un altro tema controverso affermando che non c'è nessun obbligo, per chi voglia presentare un ricorso a Strasburgo, di farlo solo dopo che la questione sia già stata esaminata dalla Corte Costituzionale nazionale.

 

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