Cultura

Muore Manlio Cancogni. Cento anni da scrittore tra allegria e memoria

02-09-2015

 

ROMA. "Era per vincere l'indifferenza e la noia che gli uomini avevano inventato la retorica delle passioni, delle complicazioni sentimentali, i problemi del male, della religione, della politica'' scriveva Manlio Cancogni, scomparso ieri a 99 anni, in "Azorin e Mirò'' scritto negli anni '40. Un racconto sull'amore per la vita, le verità e i principi che si legano alla giovinezza e alle sue scoperte condivise con voglia di allegria e ricerca della felicità ‘'nei rari istanti in cui il tessuto opaco delle cose si rompeva'', eppure già segnato da una vena di nostalgia. Così, come a ribadire un percorso tra desideri e disillusioni, si intitolano "I perfidi inganni'' e "Dolci spine'' due romanzi esemplari, cui aggiungeremmo ‘'Allegra gioventù', con cui vinse lo Strega nel 1973, storia fantastica di un gruppo di anziani tornati ragazzi.

Quelle di "Azorin e Mirò'' sono pagine autobiografiche e si tratta di uno dei romanzi brevi considerati tra i più belli del dopoguerra, frutto di una stagione felice, che dette anche, per citare non a caso, "Il taglio del bosco'' di Carlo Cassola. Non a caso, perché i due giovani nascosti sotto i nomi del titolo sono proprio lo stesso Cancogni e Cassola, e tema è appunto la loro amicizia, la loro educazione alla vita di artisti alla ricerca di se stessi: ‘'documento di autocritica appassionata e spietata al tempo stesso'', come lo ha definito Baldacci.

Nato a Bologna il 6 luglio 1916 Cancogni, prima professore nei licei di Storia e filosofia, divenne poi un giornalista di qualità, autore di inchieste storiche come quella del 1956 pubblicata da ‘L'Espresso' col titolo ormai proverbiale ‘'Capitale corrotta = Nazione infetta". Nel 1976 è stato l'ultimo direttore de "La Fiera Letteraria'' , poi dal '78 ha soggiornato a lungo in America, firmando corrispondenze e anche insegnando Letteratura italiana allo Smith College, nel Massachusetts. Militante del Pci durante il periodo della resistenza, approdò poi al Partito d'Azione Fu collaboratore di giornali che vanno da "Il Popolo'' al "Mondo'', per arrivare quindi a essere una firma del "Corriere della Sera'' e poi de ‘'Il Giornale Nuovo'' con Montanelli, fedele a quella linea di libertà individuale che non voleva fosse definita né di destra né di sinistra, senza mai però lasciare la letteratura e smettere di curare la propria scrittura, limpida e intensa. Su vedano le pagine di "Lo scialle di Marie'' (1967), delicato romanzo che vuol mostrare il prevalere dei valori esistenziali anche i più semplici rispetto a quelli storici e ideologici.

Autore abbastanza prolifico (Elliot sta ristampando molti suoi libri), accanto alla sua linea più apparentemente spensierata, che divenuto uno dei grandi vecchi della nostra letteratura ha come idealmente ripreso ultranovantenne, forte di quello sguardo che ha riassunto due anni fa nel titolo "Tutto mi è piaciuto'', conversazione con Simone Caltabellotta sulla vita, la libertà, la letteratura, c'è poi nel suo lavoro un forte legame con il senso e l'importanza della memoria, da cui sono nati due dei suoi libri più belli e importanti. "La linea del Tomori'' (premio Bagutta nel 1966 e di recente ripubblicato, rivisto e intitolato"Il Signor Tenente'') ricordi e riflessioni di guerra sul fronte greco-albanese dove fu richiamato nel 1941, uno dei migliori tra i pochi libri si scrittori sulla seconda Guerra Mondiale, momento di crescita e presa di coscienza del logoramento di ogni illusione di armonia possibile. Temi che, per alcuni versi, tornano in una specie di seguito di quel libro, l'epopea collettiva de "Il ritorno'' del 1971 (premio Campiello), pagine su un'odissea di 500 chilometri per tornare a casa dopo l'8 Settembre, in cui affiora un certo spirito kafkiano e quella attenzione al grottesco che sono alla base della vena surrealista e talvolta parodistica di questo scrittore dallo sguardo ironico e antieroico, da ‘La carriera di Pimlico' del '56 a ‘Quella strana felicita'' (Premio Viareggio 1985), da "Matelda'' a "Sposi a Manhattan'', nei quali riaffiora quel rapporto tra ideologia e realtà, quel contrasto insanabile tra anelito alla giustizia e la civiltà (alla felicità) e la barbarie della nostra società che l'uomo può contrastare solo andando al fondo della ricerca sul senso della propria esistenza.

Ed è questo, leggendo i suoi libri, spesso diversi, il senso della sua opera, di quel fare quella ‘'letteratura che non serve a niente'', come amava dire negli ultimi tempi, sempre con una sorta di spinta gioiosa nonostante le delusioni in agguato., con quella passione che diventava libera.

e si esprimeva tutta nel tifo per il calcio, che torna in vari suoi scritti e, oltre che nel libro ‘'Il Mister'' su Zeman, nel più recente ‘'Toro delle meraviglie'' (2012). E della generazione di scrittori, spesso dimenticati, che crebbero nel fascismo, vissero la guerra e scelsero la Resistenza, scoprendo poi i limiti e le delusioni della nuova Italia, Cancogni era forse l'ultimo testimone.

 

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