Cultura

Festival di Venezia. L'omicidio che cambiò Israele

07-09-2015

 

VENEZIA. Vent'anni dopo cosa resta? E' l'interrogativo che ci si pone al termine di Rabin, the last day, il film che Amos Gitai ha portato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia raccontando l'assassinio di Yitzhak Rabin a Tel Aviv la sera del 4 novembre 1995, al termine di una manifestazione in supporto agli accordi di Oslo che avviavano il processo di pace con la Palestina di Arafat.

Mescolando film originali e ricostruzioni con attori, Gitai dà un affresco del violento clima in Israele in quegli anni, la competizione elettorale con la destra del Likud di Nethanyau, le manifestazioni di pace in supporto di Rabin e Shimon Peres, il radicalismo dei rabbini ultraortodossi con la solenne maledizione di Pulsa Danura e l'estremismo dei coloni impegnati ad installarsi negli insediamenti. Tutto il contesto culturale e politico in cui maturò l'assassinio politico di Rabin e soprattutto le falle colpevoli dell'apparato di sicurezza di un primo ministro per il quale la folla in opposizione chiedeva la morte di un traditore.

"Dopo la morte di Rabin in Israele niente sarà più come prima" fa dire Gitai al presidente della commissione d'inchiesta che sta indagando sull'omicidio, mentre la vedova Leah dice: "Non riesco a provare collera, sono solo addolorata".

"Non voglio santificare Rabin ma raccontare come lui sia stato uno dei pochi a capire un concetto semplice ma arduo: per fare la pace, come in una relazione, l'intento non può essere unilaterale, c'è bisogno di considerazione reciproca", dice Gitai chiedendo un minuto di silenzio per la morte della giovane mamma palestinese Reham Dewabsheh, in seguito all'attentato attribuito a due estremisti ebrei in cui sono morti anche il figlio di 18 mesi e il marito.

"Questo come sapete è un momento difficile, l'arte non può cambiare la realtà ma deve farsi avanti: il cinema è il mio modo di contribuire e quello in cui riesco a esprimermi meglio", spiega Gitai che aggiunge con il film dedicato al premio Nobel per la pace un nuovo pezzo alla sua cinematografia impegnata e antimilitarista tutta dedicata al racconto di Israele.

"Per un qualche motivo la società israeliana è stata misericordiosa con l'assassino di Rabin - Yigal Amir, un colono ebreo estremista e sionista di destra - rilasciandolo dopo pochi anni, penso sia perché fosse stato solo il braccio di qualcosa di più grande. Per questo non ne ho voluto fare il centro del film, non volevo idealizzarlo", dice Gitai che nel film colloca il gesto nel clima dei religiosi fomentati.

Il regista, che è nato ad Haifa nel '50, origini paterne tedesche, soldato nella guerra del Kippur del '73, ricorda di aver conosciuto Rabin. "L'ho visto più volte e l'ho anche intervistato, lo apprezzavo perché era una persona semplice, magari poteva essere brusco a volte, ma tutto quello che diceva veniva dal cuore, non cercava di manipolarti. Lui è il tipo di israeliano che mi piace, tanto che venne apprezzato anche dai leader arabi dell'epoca".

Amos Gitai, che dalla fine degli anni '70 al '93 si autoesiliò in Francia perché vittima continuamente di censura, salvo fare ritorno in patria proprio negli anni del governo di Rabin, osserva oggi: "La cosa che mi preoccupa di più attualmente nella società israeliana è l'apparente mancanza di interesse verso i diritti, da quelli umani a quelli per le donne. Israele mi sembra che si stia ri-ghettizzando ed è una cosa che mi preoccupa molto - prosegue -. Israele è schizofrenico quanto l'Italia, ci sono al potere persone volgari e kitsch come quella che ha governato l'Italia lungamente nel precedente governo, ma anche persone equilibrate e intelligenti. Persone come quelle del primo tipo hanno fatto sì che l'Italia fosse d'ispirazione al mondo, ma purtroppo non in maniera positiva".

 

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