Cultura

Venezia. Il "Sangue del mio sangue" di Bellocchio

08-09-2015

 

VENEZIA. Una storia che parte da lontano, evoca la Monaca di Monza per raccontare le dure regole della Chiesa del Seicento in pieno fervore dell'Imposizione e si ricongiunge all'oggi caotico della truffa e della mafia. Un film, tra passato e presente, "che è un apologo sull'Italia di oggi". Marco Bellocchio racconta Sangue del mio sangue, ieri in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, da oggi nelle sale italiane in 100 copie da 01, accolto con brevi applausi.

Un film, dice all'ANSA, "libero, in cui seguendo la necessità di andare nel presente non mi sono preoccupato troppo dell'architettura generale, delle connessioni rigide tra la prima e la seconda storia". Questo perché a 75 anni il regista dei Pugni in tasca e dell'Ora di religione ha "voglia di essere libero, di badare alla qualità certamente, ma anche di fare quello che sento senza pianificare tanto. Vivo un tempo in cui o ti rimbambisci, ti deprimi o cerchi di divertirti con quello che fai e magari sei pure in una dimensione compulsiva da due film l'anno che dentro di te servono ad allontanare lo spettro della morte".

È qui a Venezia, in forma splendida, con questo film ma intanto ha finito il prossimo, Fai bei sogni, tratto dal bestseller di Massimo Gramellini. Il cinema tanto "è la sua vita", gli dice davanti ai giornalisti il figlio Pier Giorgio, che di Sangue del mio sangue è protagonista con tre ruoli diversi, il prete e il soldato di ventura entrambi soggiogati dalla suora Benedetta e il cialtrone contemporaneo che vuole ingannare un riccone russo vendendogli le prigioni antiche di Bobbio dove nel ‘600 era stata torturata la sciagurata monaca. "Il rapporto con mio padre si è costruito in tanti anni proprio sul set: passando settimane, mesi di lavorazione abbiamo vissuto in una dimensione unica e privilegiata e il cinema è diventato anche la mia vita", racconta l'attore.

Non basta il figlio, nel film ci sono anche la sorella Elena, il fratello Alberto in una sorta di riunione di famiglia, allargata con attori a lui cari come Roberto Herlitzka che era stato lo straordinario Aldo Moro di Buongiorno Notte, e poi Toni Bertorelli, Filippo Timi, Alba Rohrwacher, la giovane Lidiya Liberman che fa Benedetta. "Una necessità ma anche una cosa naturale, sono i figli con cui uno alla fine deve fare i conti, Sangue del mio sangue appunto. Siamo vissuti tutti insieme in quegli stessi luoghi e sui set, attese e delusioni, i pranzi e le cene", dice ancora Bellocchio e il luogo è Bobbio, il borgo vicino Piacenza dove è nato e ha girato il film.

"Bobbio è il mondo dove da ragazzo ho vissuto l'isolamento paesano e dove oggi che tutto è frammentato, con una parola impronunciabile ‘globalizzatò, è diventato aperto".

La famiglia, il luogo dove da 20 anni torna d'estate per fare il festival del cinema che porta il suo nome e la religione, quella costrittiva delle regole: in Sangue del mio sangue c'è in fondo una sintesi del suo universo. Sulla Chiesa in questi anni pensa di aver cambiato opinione? "Resto un anarchico - risponde - sempre più moderato per la verità. Non torcerei mai un capello, non mi vedo nelle manifestazioni dei No Tav ma il potere continua a darmi fastidio. Abbiamo un Papa più a sinistra della sinistra, ma non fatemi passare per un convertito, non lo sono assolutamente. Parlar male della Chiesa ora non mi viene naturale: anche se tante sono le cose in cui sono in disaccordo in tema di famiglia, sono onesto nell'apprezzare i cambiamenti di Francesco, i suoi gesti pubblici".

E poi le donne del film, un centro permanente. "Non se se capita per un sottinteso ideologico o reale, ma penso che gli uomini siano dei poracci - detto proprio così alla romana, ndr - almeno per la mia esperienza. Questa forza, vitalità, carattere io tendo ad attribuirla alle donne più che agli uomini".

Prodotto da Kavac Film, con Ibc Movie di Beppe Caschetto e con Rai Cinema, Sangue del mio sangue porta di nuovo in concorso a Venezia Bellocchio che dopo le contestazioni a Bella Addormentata aveva giurato di non metterci più piede. "Siamo tutti dentro le istituzioni, accettare il concorso - conclude Bellocchio - attira l'attenzione, non c'è niente da fare e mi sono detto chi sono io per rifiutarlo e magari togliere a questi magnifici attori possibilità di maggiore visibilità. Dunque eccomi qua, sono pronto per il bene del film".

 

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