La politica

Marino ritira le dimissioni, il Pd pronto a farlo cadere

30-10-2015

 

ROMA. Non aveva escluso il ritorno. E ora Ignazio Marino è di nuovo sindaco di Roma. Il chirurgo ci ripensa, si riprende pieni poteri e sfida a viso aperto il Partito democratico. Il marziano, che nel frattempo perde subito pezzi nella sua giunta, ben sette assessori, dà appuntamento in Aula per lo scontro finale. Uno showdown vissuto come un incubo al Nazareno e che il commissario Matteo Orfini non è riuscito ad evitare. Ma il Pd è pronto a tutto per far cadere l'irriducibile sindaco. Anche alle dimissioni in massa dei consiglieri dem insieme ad alcuni colleghi dell'opposizione per arrivare al quorum fatidico dei 25 necessari per mandare a casa Marino. Le dimissioni dei 25 arriveranno entro oggi. 

E in Campidoglio è ormai guerra. Alle 16.27 il primo cittadino ha fatto dietrofront firmando la lettera con cui ritira le dimissioni presentate lo scorso 12 ottobre. Dopo alcuni minuti si dimetterà il vicesindaco Marco Causi, seguito a ruota da 6 assessori. Ma il sindaco-chirurgo, orfano di metà della sua giunta, non si arrende. 

"Ritengo che ci sia un luogo sacro per la democrazia che è l'Aula", rilancia Marino che ora vuole a tutti costi portare la crisi politica in assemblea capitolina. Lì si dice pronto a confrontarsi con la sua maggioranza. "Per illustrare quanto fatto: le cose positive, gli errori e la visione per il futuro", precisa. Dice proprio "futuro", in barba ad Orfini. 

Ma il passaggio in Aula Giulio Cesare è un'ipotesi che al Nazareno hanno cercato di scacciare il più possibile lontano perché si tradurrebbe in una Caporetto politica. In una resa dei conti dove Marino potrebbe prendersi la sua rivincita sul partito che lo ha abbandonato, vestendo i panni della vittima e allo stesso tempo del vincitore morale della battaglia ingaggiata con il Nazareno. 

L'ultima mossa di Marino, il suo ripensamento, spiazza però i consiglieri del Pd in conclave ieri con il loro commissario Matteo Orfini. In casa dem nel pomeriggio si stava elaborando la controffensiva alla strategia Marino: dimissioni di massa dei consiglieri in caso di un dietrofront del sindaco. Ma il marziano li ha anticipati e messi un'altra volta in difficoltà. E il gruppo si spacca. Poi sembra prevalere la ragione di Stato e così i 19 dem stringono un patto con il Centro democratico, una consigliera della Lista civica Marino, entrambi della maggioranza, ma soprattutto con Alfio Marchini e Alessandro Onorato della Lista Marchini, e Roberto Cantiani del Pdl, tutti all'opposizione. Ancora in forse e corteggiato Mino Dinoi di Movimento Cantiere Italia. Che potrebbe essere sostituito da un altro. 

Marino nel frattempo va ad un incontro pubblico sulla riqualificazione urbana di via Guido Reni. C'è chi lo applaude, i giornalisti lo inseguono. Lui si dice felice per il "lavoro straordinario della giunta che sta cambiando la città". Più tardi vede la giunta orfana però di Esposito, Causi e Di Liegro, i primi a dimettersi. Sabella, Pucci, Rossi Doria e Marinelli ci sono ma hanno già fatto le valigie. Al suo fianco restano i fedelissimi Cattoi, Caudo, Leonori, Danese, Marino. Non deflette Marino, e dalla giunta esce il suo sogno, seppur a metà: la pedonalizzazione totale di via dei Fori anche se solo nei week end, nei feriali e per un anno. 

Oggi il sindaco ha ancora appuntamenti. Vuole presentare il nuovo Cda dell'Auditorium, quello che ha fatto tanto infuriare Orfini. Ma è un altro giorno. E in Campidoglio non vi è più certezza. 

 

 

La rabbia di Renzi

"Ora basta, così danneggia la città"

 

ROMA. Ignazio Marino, per le sue ambizioni politiche, forse per la voglia di affermarsi come anti-Renzi, sta danneggiando Roma. Chi lo seguisse nel suo disegno temerario di restare alla guida del Campidoglio, andrebbe contro l'interesse della città. Il ragionamento, che circola sottotraccia da giorni, apre le conversazioni dei parlamentari della maggioranza Pd, nelle ore in cui al Nazareno si lavora per chiudere, al più presto possibile, il dossier capitale. Al suo ritorno dal viaggio in Sudamerica, Matteo Renzi avrebbe voluto trovare il 'faldone' già chiuso, per aprire con novembre una pagina tutta nuova e dare il via alla gestione commissariale della città e del Giubileo. Ma la resistenza di qualche consigliere Dem che proprio non vorrebbe lasciare, permette al sindaco di mettere in atto la mossa meditata da giorni e ritirare le dimissioni. E così dal Nazareno parte l'indicazione: al sindaco non dovrà essere concesso neanche l'onore delle armi. 

Renzi ha rimesso piede a Palazzo Chigi da pochi minuti, di ritorno da un lungo viaggio tra Cile, Perù, Colombia e Cuba, quando dal Comune di Roma giunge la notizia che Marino ha stracciato le dimissioni. Il sindaco, raccontano, avrebbe voluto attendere fino all'ultimo minuto utile. Ma al Nazareno Matteo Orfini, appurato che non ci sono più margini di trattativa con il sindaco, ha chiamato a raccolta i consiglieri comunali Pd per raccogliere le lettere di dimissioni necessarie a porre fine alla consiliatura. "Finalmente - commenta velenoso un renziano - una mossa giusta". 

E allora anche il chirurgo accelera il suo estremo tentativo di resistenza: vuole arrivare in Aula e costringere il Pd a sfiduciarlo a viso aperto. A quel punto parte la resa dei conti finale. 

"Ha scelto lui questo epilogo - dicono fonti Dem - Non gli concederemo la passerella che desidera. Entro domani sarà tutto finito". 

Ma il passaggio è più complicato di quanto possa sembrare, perché non è così facile convincere tutti i 19 consiglieri Dem a dimettersi insieme. E la rabbia di Renzi e dei vertici del Pd non viene più dissimulata. Ogni ora in più che si perde nel "pantano" capitolino, "fa del male alla città e ricopre di fango il partito". Perciò, racconta un parlamentare Pd, il ragionamento che viene fatto ai recalcitranti in queste ore è: "Se pensate di poter evitare di dimettervi e non pagarne le conseguenze, sbagliate. Diremo a tutti che volete male alla città. Se volete avere qualche chance di essere ricandidati, date prova di responsabilità". 

In campo scende nel pomeriggio anche Luca Lotti, l'uomo più fidato di Renzi. E in serata dal Nazareno trapela l'ottimismo: entro domani saranno sul tavolo tutte le 19 lettere di dimissioni Pd e le altre 6 necessarie a raggiungere la maggioranza assoluta. 

"Ora che il segretario è tornato in città - assicura un deputato - nessuno si potrà sottrarre". 

Qualche preoccupazione trapela dalle fila dei Giovani turchi perché la vicenda sta mettendo in difficoltà il loro leader Orfini. Non subito, ma tra qualche mese, sibila qualche esponente della maggioranza Pd, Renzi gli presenterà il conto di una vicenda "gestita a dir poco male". 

Ma anche il premier, accusa la minoranza Pd, ha le sue responsabilità. Ogni giorno di "agonia" in più, fa diminuire le chance di rimonta alle amministrative del 2016, osserva un senatore bersaniano. E se si perde Roma, anche vincere nelle altre città (oggi è arrivata una prima disponibilità di Giuseppe Sala a correre a Milano), non cancellerebbe la sensazione di una sconfitta. Ma soprattutto, accusano dalla sinistra Dem, il Campidoglio è solo il sintomo più eclatante di una "malattia" che riguarda la gestione del Pd sul territorio. Renzi deve metterci la faccia, invocano, e rimediare.

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