Dall'Italia

San Raffaele. Definitiva la condanna per Daccò

17-12-2015

 

MILANO. La galassia di affari e la fitta rete di relazioni costruite nel corso degli anni da Pierangelo Daccò crollarono nel novembre 2011, quando l'amico e compagno di vacanze di Roberto Formigoni finì in cella per il dissesto finanziario dell'ospedale San Raffaele. A distanza di quattro anni è definitiva la sentenza a carico del faccendiere, tuttora detenuto in carcere. La Cassazione ha confermato, infatti, la condanna a 9 anni di reclusione per concorso in bancarotta. 

I guai giudiziari, per Daccò, però, non sono finiti. Il faccendiere nato come imprenditore di servizi sanitari è sotto processo a Milano per il caso Maugeri, che tra gli imputati vede anche l'ex presidente della Regione Lombardia e attuale senatore del Nuovo centrodestra Roberto Formigoni e l'ex assessore regionale alla Sanità Antonio Simone. 

In questo procedimento Daccò è accusato di aver fatto ottenere alla Fondazione Maugeri, che gestisce cliniche e strutture sanitarie nel Nord Italia, circa 200 milioni di euro di rimborsi indebiti attraverso delibere di Giunta favorevoli ottenute grazie ai suoi rapporti con la politica. In cambio, secondo l'accusa, Formigoni avrebbe ottenuto benefit di lusso per circa 8 milioni di euro, tra cui viaggi aerei, vacanze in yacht e un maxi-sconto per l'acquisto di una villa in Sardegna. La sentenza nel processo di primo grado è attesa per i prossimi mesi. 

Intanto, è arrivato il verdetto della Suprema Corte sul caso San Raffaele, che vede il faccendiere accusato di concorso in bancarotta e anche di associazione per delinquere finalizzata alla distrazione di fondi, all'appropriazione indebita e alla frode fiscale. 

Secondo la ricostruzione degli inquirenti milanesi, infatti, a partire dal 2005 dalle casse del San Raffaele, fondato da don Luigi Verzé, sarebbero stati distratti in totale circa 47 milioni di euro (5 arrivati direttamente a Daccò), di cui oltre 35 solo per l'acquisto di un jet privato. 

Sarebbero stati quindi sovrafatturati i costi delle prestazioni erogate all'ente per poi retrocedere l'importo maggiorato in contanti o con bonifici bancari in parte per le esigenze del vecchio management e del suo entourage e in parte per essere girati al faccendiere che avrebbe occultato il denaro su conti all'estero rendendolo irrintracciabile. 

Daccò era stato condannato nell'ottobre del 2012 a 10 anni di reclusione del gup di Milano Maria Cristina Mannocci nel processo con rito abbreviato, che consente lo sconto di un terzo della pena. Nel giugno del 2013 la seconda Corte d'Appello di Milano aveva ritoccato al ribasso la condanna, infliggendo nove anni di carcere. 

La Cassazione, poi, ha ordinato un appello ‘bis' per il ricalcolo della pena, che si è concluso con la conferma dei 9 anni. Condanna che ora la Suprema Corte ha reso definitiva, respingendo il ricorso dei difensori, gli avvocati Massimo Krogh e Luigi Panella. 

Nei giorni scorsi Daccò aveva ottenuto gli arresti domiciliari, ma è dovuto rimanere in carcere per l'indisponibilità del braccialetto elettronico, in attesa della sentenza della Cassazione che ha messo la parola fine sulla vicenda giudiziaria.

 

 

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