Economia

Borse. La tempesta non si placa

08-01-2016

 

 

MILANO. Nuovo violento scossone dei mercati finanziari internazionali in scia al crollo dei listini in Cina, con la svalutazione dello yuan a innescare ancora una volta grandi turbolenze. E un 'guru' di Wall Street come il finanziere George Soros getta benzina sul fuoco e avverte: "La Cina ha un problema di aggiustamento. Quando guardo ai mercati finanziari ci sono difficoltà che mi ricordano il 2008". 

Il timore del resto sembra essere proprio questo e alla fine non ce n'è per nessuno: fermata per eccesso di ribasso Shanghai perde il 7,04%, e in scia crollano tutti i mercati asiatici. Tokyo perde il 2,33%, Sydney il 2,2% e Seul l'1,1%. Col passare delle ore il contagio si allarga, van giù le materie prime fino a quando il petrolio aggiorna i minimi da 12 anni portandosi a New York a 32,1 dollari, salvo poi col passar delle ore contenere i danni e arrivare sulla parità alla chiusura dei mercati europei. 

Dopo l'avvio in caduta, anche i listini europei e Wall Street si ricompongono, ma il bilancio resta comunque pesante: dal calo del 3,2% in apertura Milano chiude poi in perdita dell'1,14%, con lo spread appena sopra i 100 punti base. Londra cede nel finale l'1,96% e Francoforte termina in calo del 2,29% mentre l'indice Dax va sotto i 10 mila punti. 

Non è andata meglio a Wall Street, dove - con un portavoce della casa Bianca che che fa sapere che gli Usa continuano a monitorare gli sviluppi della valuta cinese e i movimenti sui mercati - il Dow Jones ha perso il 2,32% chiudendo a 16.514,77 punti, il Nasdaq ha ceduto il 3,03% a 4.689,43 punti e l'indice S&P 500 ha lasciato sul terreno il 2,4% a 1.943 punti.

Il copione della giornata ricalca in parte quello di inizio anno. Le tensioni sullo yuan cinese hanno indotto una nuova svalutazione da parte delle autorità di Pechino, con il più deciso intervento da agosto. Come lunedì sono poi fioccati i cali a Shanghai, in una gara a vendere prima che scattasse la tagliola della sospensione per eccesso di ribasso, arrivata effettivamente dopo appena 29 minuti di scambi. 

La Banca centrale cinese ha comunque avvertito con chiarezza di poter tener testa alle speculazioni e che l'economia del Paese non ha bisogno di svalutazioni competitive. Fatto sta che già in giornata le autorità di Pechino hanno poi corretto alcune delle storture 'boomerang' introdotte, quelle misure per frenare la caduta dei mercati rivelatesi invece controproducenti: innanzitutto è stato rimosso il meccanismo di sospensione automatica che a fronte di perdite superiori al 7% fermava la Borsa per l'intera giornata (era entrato in vigore proprio questa settimana con i pessimi risultati visti). E poi in vista della temuta scadenza venerdì 8 dello stop alle vendite di partecipazioni in società quotate da parte dei grandi azionisti, deciso durante la crisi di luglio, è stata introdotta una nuova procedura 'aggravata' per lo smobilizzo di grandi quote sul mercato: gli investitori non potranno vendere più dell'1% nell'arco di 3 mesi, dandone notifica anticipata di 15 giorni. 

Anche soprassedendo sulle contraddizioni di un mercato cinese rigidamente regolato, resta il fatto che i timori di un rallentamento dell'economia di Pechino sono sempre più concreti. Le riserve valutarie del Paese continuano a calare, a fine 2015 sono scese di quasi 108 miliardi di dollari a 3.330 miliardi, sintomo di interventi importanti per sostenere lo yuan, in scia alla fuga dei capitali in atto. 

Mercoledì sera la Banca Mondiale aveva rivisto al ribasso le stime sulla crescita globale per il 2016 e 2017, sui possibili rischi di contagio dai mercati emergenti. E in questo contesto le tensioni tra Arabia Saudita e Iran, con anche l'"esibizione" nucleare della Corea del Nord di Kim Jong-un, non possono che aggravare il quadro. 

Un discorso ulteriore va fatto invece sulla continua discesa del petrolio, dove oltre ai timori sulla crescita cinese, e all'ormai strutturale sovrapproduzione, le tensioni tra i grandi paesi produttori non fanno che allontanare le probabilità di un taglio alla produzione concordato, appesantendo ulteriormente quotazioni e bilanci dei paesi produttori. Il rublo ad esempio nei cambi offshore viaggiava in giornata calo del 2% (i mercati a Mosca sono chiusi fino a lunedì per il Natale ortodosso).

 

 

Greggio

L'incubo dei 30 dollari a barile

 

ROMA. Il peggior inizio anno della storia, 100 miliardi di dollari di capitalizzazione andati in fumo in una settimana, un futuro sempre più incerto con il prezzo che sembra puntare inesorabile sotto quota 30 dollari. L'allarme Cina e la sovrapproduzione mettono ancora in ginocchio il mondo petrolifero, incapace di prendere la via del recupero malgrado le forti tensioni in Medio Oriente che, in passato, hanno sempre messo il turbo alle quotazioni. 

La situazione del settore appare in tutta la sua gravità guardando alle quotazioni dal primo gennaio a oggi. Il petrolio americano Wti ha perso infatti circa il 12% nei primi quattro giorni di scambi del 2016 e ieri è sceso sotto quota 33, chiudendo poi a 33,27 dollari, con il petrolio Opec piombato sotto la soglia dei 30 dollari per la prima volta dal 2004: si tratta di un crollo molto più consistente di quello già cospicuo registrato lo scorso anno, quando il mercato rispose con una flessione dell'8,7% alla decisione dell'Opec di mantenere invariate le quote di produzione, il cui obiettivo era mettere in difficoltà gli operatori dello shale oil americano. Una strategia che, almeno da questo punto di vista, appare vincente, se, come ha rilevato Standard & Poor's nei giorni scorsi, un quarto dei default dello scorso anno (29 casi) ha riguardato proprio il settore dell'oil and gas e in particolare i produttori americani. 

Ma con il petrolio a 30 dollari, una soglia che ormai gli analisti considerano possibile, anche la strategia dell'Opec potrebbe mostrare la corda: tuttavia la consistente sovrapproduzione e la situazione cinese, che non appare più come la gallina dalle uova d'oro per le big del greggio, pesano sull'altro piatto della bilancia. La prova che il mercato è decisamente saturo sta anche nel mancato 'risveglio' dei prezzi in seguito alla gravissima crisi di questi giorni tra Arabia Saudita (che intanto valuta la quotazione in Borsa del colosso Aramco in una chiave di maggiore "trasparenza", ma forse anche per rastrellare fondi in una fase così difficile) e Iran, dietro cui secondo molti si cela proprio una guerra del petrolio in vista del ritorno di Teheran all'export in seguito alla fine delle sanzioni. 

E così non solo le compagnie riducono gli investimenti, ma si trovano anche a fare i conti con un crollo in Borsa senza precedenti: da inizio anno, secondo i calcoli dell'agenzia Bloomberg, hanno bruciato oltre 100 miliardi di dollari di capitalizzazione. Anche ieri il segno meno è stato generalizzato: Royal Dutch Shell -2,8%, Total -2,4%, mentre Eni limita le perdite a -0,7%, per guardare solo all'Europa. Il futuro, insomma, è decisamente incerto per un settore che negli anni passati aveva vissuto un lungo periodo di vacche grasse con quotazioni arrivate a un passo dai 150 dollari. 

"Potrebbe andare ancora più giù - ha osservato ieri l'ad di Statoil Eldar Saetre - e questo sottolinea l'incertezza. Abbiamo ancora una situazione di squilibrio del mercato". 

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