Dal Mondo

Terrorismo. Ondata di arresti in Turchia

14-01-2016

Nell'attacco di Istanbul l'Isis potrebbe essere solo "una pedina" di "attori segreti" che lo hanno usato come "subappaltatore". All'indomani della strage kamikaze di dieci turisti tedeschi nel centro storico di Sultanahmet, il premier turco Ahmet Davutoglu conferma i legami dell'attentatore con lo Stato islamico, evocando però possibili mandanti occulti, e annuncia cinque arresti di sospetti che avrebbero aiutato il kamikaze.

 

ISTANBUL. Nell'attacco di Istanbul l'Isis potrebbe essere solo "una pedina" di "attori segreti" che lo hanno usato come "subappaltatore". All'indomani della strage kamikaze di dieci turisti tedeschi nel centro storico di Sultanahmet, il premier turco Ahmet Davutoglu conferma i legami dell'attentatore con lo Stato islamico, evocando però possibili mandanti occulti, e annuncia cinque arresti di sospetti che avrebbero aiutato il kamikaze. 

Si spinge molto oltre un quotidiano vicino a Erdogan, il filo-governativo "Star", che in prima pagina arriva ad indicare esplicitamente Vladimir Putin tra i mandanti della strage sullo sfondo delle tensioni delle ultime settimane tra Mosca e Ankara: "L'autore è chiaro", titola il giornale accanto alla foto del presidente russo con il fotomontaggio di una mano insanguinata. "Risponderemo ad ogni attacco contro di noi con la forza che giudichiamo necessaria", ha promesso ieri il premier di Ankara. Un attacco che, del resto, continua a non essere rivendicato dallo Stato islamico, di solito molto veloce a farlo. 

Nabil Fadli, il 28enne kamikaze nato in Arabia Saudita (nella foto Ansa), era appena arrivato dalla Siria, registrandosi come richiedente asilo in Turchia solo una settimana prima di farsi esplodere. Secondo la polizia non rientrava in nessuna blacklist di sospetti terroristi interna o internazionale. Il suo ingresso in Turchia diventa così un caso. L'uomo si era registrato in un ufficio che si occupa dell'accoglienza dei profughi siriani a Istanbul. 

Un video pubblicato dai media locali lo mostra mentre è in fila per rilasciare le sue impronte, che ne avrebbero poi permesso l'immediata identificazione. Lì sarebbe stata scattata anche la foto di Fadli finita sulle prime pagine di tutti i giornali. Con lui c'erano altri quattro uomini, sospettati ora di essere i suoi fiancheggiatori. Nei giorni successivi Fadli è sempre rimasto all'indirizzo comunicato alle autorità, che non sospettavano nulla del suo piano di farsi esplodere nella piazza dei turisti, a due passi dalla Moschea Blu. 

Una beffa per i servizi d'intelligence che rischia ora di aprire uno squarcio sulle procedure d'accoglienza in Turchia dei 2,5 milioni di rifugiati siriani. Come una beffa è risultato il fermo di martedì sera di una donna turca nel quartiere di Nisansasi a Istanbul. Dal suo cellulare nei giorni scorsi erano partite diverse chiamate dirette a un telefono usato da Fadli, ma l'apparecchio della donna era stato smarrito. Così già ieri è stata rilasciata dalla polizia. 

L'antiterrorismo turco cerca però di battere tutte le piste e tra martedì e ieri ha lanciato blitz a tappeto in otto province del Paese, arrestando 68 sospetti membri dell'Isis. Tra loro anche tre cittadini russi, fermati ad Antalya. I loro legami con gruppi terroristici stranieri trovano conferme anche da Mosca. L'accusa è di aver fornito supporto logistico al Califfato, mantenendo contatti diretti con i jihadisti in Siria. Al momento, però, non è emerso alcun collegamento diretto con l'attacco di martedì a Istanbul. 

Su cui a volerci vedere chiaro è anche la Germania, che piange tutte le 10 vittime. A Istanbul è giunto ieri il ministro dell'Interno tedesco, Thomas de Maiziere. Dopo aver visitato il luogo della strage con il premier turco Ahmet Davutoglu - che a sua volta ha omaggiato le vittime deponendo garofani rossi - il ministro ha fatto visita ai tedeschi feriti, colpiti insieme a un norvegese e un peruviano. 

Negli ospedali di Istanbul sono ancora ricoverati in sei, due dei quali in gravi condizioni, mentre gli altri nove sono già stati dimessi. Al momento "non abbiamo informazioni concrete sul fatto che l'attacco di martedì fosse rivolto a cittadini tedeschi", ha spiegato de Maiziere, aggiungendo che il governo non scoraggia i viaggi in Turchia. 

Ma Berlino vuole fare chiarezza. Dopo la collaborazione promessa martedì nella telefonata di cordoglio di Davutoglu alla cancelliera Angela Merkel, ieri è sbarcato a Istanbul anche un team di investigatori tedeschi che seguirà da vicino le indagini dei colleghi turchi.

 

 

Libia

L'ala dura frena sul governo di unità nazionale

 

IL CAIRO. L'ala dura della Tripoli filo-islamica ha annunciato che l'autoproclamato parlamento insediato nella capitale libica continuerà a riunirsi nonostante gli accordi per un governo di unità nazionale stipulati il mese scorso in Marocco. 

Parole che confermano lo stallo in cui il premier designato Fayez al-Sarraj sembra finito nel tentativo di formare entro domenica un esecutivo il cui primo compito dovrebbe essere quello fermare l'avanzata dell'Isis con il sostegno della comunità internazionale, evitando uno scenario di raid occidentali su uno "Stato fallito" e spaccato in quattro o cinque pezzi. La Francia, peraltro, già scalpita e monitora la situazione con i suoi aerei. L'annuncio che il Congresso nazionale generale (Gnc) tornerà a riunirsi due volte a settimana è stato dato dal suo primo vicepresidente, Awad Abdul-Sadiq, lamentando che il mediatore Onu Martin Kobler avrebbe "trascurato gli emendamenti proposti dal Gnc per partecipare attivamente al governo di concordia". 

Oltre che dal diplomatico tedesco, "stiamo aspettando risposte dall'Hor", ha detto Sadiq, riferendosi alla Camera dei rappresentanti di Tobruk. Come auspicato anche in una risoluzione dell'Onu, 30 giorni dopo quella data - quindi domenica prossima - Sarraj dovrebbe formare un "Governo di accordo nazionale" che "dovrebbe essere basato nella capitale Tripoli". 

In tempi così stretti, il condizionale Onu appare più che giustificato, anche se alla seduta del Gnc di martedì hanno partecipato 70 deputati su 120: più della metà, quindi, dando un'idea numerica della divisione che spacca la fazione filo-islamica tra chi è a favore dell'accordo e chi contro. Come dimostra il cambio di percorso cui è stato costretto il convoglio di Sarraj venerdì scorso, il premier designato ha difficoltà anche solo a spostarsi nella parte occidentale del paese controllata da Tripoli e Misurata. 

A fronte di questo stallo, o apparente rischio di slittamento, suonano verosimili le informazioni rilanciate da vari media sulla possibilità di un intervento militare straniero per combattere le milizie dell'Isis anche senza la richiesta di un governo di unità nazionale. Palazzo Chigi ha smentito che simili opzioni, almeno da parte italiana, siano state discusse nella riunione sulla Libia svoltasi martedì con il premier Matteo Renzi alla presenza anche dei vertici della Difesa. Uno scenario escluso, in un'intervista appena pubblicata, pure dall'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue Federica Mogherini. 

Anche la Francia ha smentito raid contro l'Isis, ma la stampa transalpina è tornata a rilanciare le due missioni aeree di ricognizione sulla Libia, compiute a fine novembre. E ce ne potrebbero essere altre per monitorare l'avanzata dell'Isis verso i terminal della mezzaluna petrolifera libica e non farsi cogliere di sorpresa come avvenuto in Siria.

 

 

Belgio

Ecco i covi usati dagli attentatori di Parigi 

 

BRUXELLES. Sono tre i "covi" che gli attentatori di Parigi hanno utilizzato in Belgio per preparare gli attacchi del 13 novembre. Lo fa sapere la Procura federale, fornendo ulteriori dettagli sulle operazioni svolte nei febbrili giorni dopo le stragi, ai primi di dicembre. Uno si trova a Bruxelles, a rue H. Bergé nel quartiere di Schaerbeek, un altro a rue du Fort a Charleroi e una casa a rue Radache ad Auvelais, provincia di Namur. 

Diversi media riportano che Abaaoud, morto nell'assalto al covo di Saint Denis, si era nascosto proprio in una casa a Charleroi poco prima degli attentati. Secondo il procuratore federale, l'appartamento di Schaerbeek è stato affittato sotto falsa identità, a nome di Fernando Castillo, il primo settembre 2015 e per un periodo di un anno. 

In questo covo sono stati ritrovati materiale esplosivo, una bilancia di precisione, tracce dell'esplosivo artigianale Tatp, cinture, uno schema disegnato a mano che rappresenta una persona con una cintura esplosiva. Inoltre, vi era un'impronta digitale di Salah Abdeslam e tracce di dna di Bilal Hadfi. 

La falsa identità utilizzata per l'appartamento di Charleroi è quella di Ibrahim Maaroufi. Anche questo secondo covo è stato affittato nello stesso periodo del primo, il 3 settembre 2015, per un anno anch'esso. Durante la perquisizione del 9 dicembre qui sono state trovate le impronte di Bilal e Abaaoud ma nessuna arma o esplosivo. Infine, la casa di Auvelais, affittata per un anno il 5 ottobre 2015 a nome di Soufiane Kayal. 

Questa stessa falsa identità è stata utilizzata da una delle due persone prese da Salah a Budapest il 9 settembre 2015 e portate a Bruxelles, ha precisato il procuratore federale. Gli affitti sono stati tutti pagati in contanti ai proprietari. La procura inoltre fa sapere che prima degli attentati, in prossimità delle abitazioni di Charleroi e Auvelais, circolava la Seat Leon usata più avanti per commettere gli attacchi. 

Sempre nei pressi di questi due covi è stata avvistata la Bmw nera, affittata da B. Mohamed, anche lui tra gli arrestati dello scorso 26 novembre. Intanto, sempre a Charleroi, i giudici hanno appena confermato l'arresto di un giovane, fermato ai primi di gennaio con l'accusa di appartenere a un'organizzazione terroristica. Si tratta di Youness E., nipote di Samir Shafik, presunto reclutatore dell'Isis, già agli arresti sin dallo scorso ottobre.

 

 

Raddoppiati in 12 mesi i cristiani uccisi nel mondo

 

STRASBURGO. Tra il 2014 e il 2015 il numero di cristiani uccisi nel mondo a causa della fede che professano è aumentato del 63% ed è più che raddoppiato il numero di chiese cristiane distrutte. In molti paesi essere cristiani diventa di giorno in giorno più difficile, innanzitutto a causa del diffondersi dell'estremismo islamico che porta alla radicalizzazione delle società mussulmane, ma anche a causa dell'arrivo dei nazionalisti al potere, come in India. Questa è la realtà fotografata nell'Indice mondiale della persecuzione dei cristiani redatto sin dal 1997 dall'ong internazionale Porte Aperte. 

Tra il primo novembre 2014 e il 31 ottobre 2015 sono stati uccisi nel mondo a causa della fede che professano almeno 7.100 cristiani. "E questo dato riguarda unicamente le uccisioni per cui si hanno prove certe, e quindi è una sottostima della realtà" afferma Michel Varton, direttore di Porte Aperte Francia. 

Come per l'anno precedente, il Paese in cui è stato registrato il numero più alto di omicidi di cristiani è la Nigeria (4.028), seguita dalla Repubblica Centrafricana (1.269). Mentre il luogo dove sono state distrutte più chiese è la Cina, 1.500 su un totale mondiale per il 2015 di 2.406. Nonostante questo, il Paese dove i cristiani sono maggiormente perseguitati è la Corea del Nord, prima nella classifica stilata da Porte Aperte per ben 14 anni consecutivi. "Qui chi viene scoperto ad essere cristiano è mandato nei cosiddetti campi della morte" dice Varton. 

Ma almeno in Corea del Nord la persecuzione dei cristiani è rimasta costante tra il 2014 e il 2015, come anche in altri sei paesi inseriti nell'Indice, che contiene in tutto 50 Stati. In 36 paesi invece la persecuzione è aumentata, mentre è diminuita solo in 7. Gli Stati in cui è stata registrata la crescita più forte sono Eritrea, salita in un anno dal nono al terzo posto nell'Indice, il Pakistan passato dall'ottavo al sesto, e Tagikistan ora al 31esimo posto e che l'anno scorso occupava la 45esima posizione. Nell'indice dei 50 paesi con più persecuzioni sono inoltre entrati quest'anno il Bahrein e il Niger. 

L'estremismo islamico è rimasto nel 2015 la prima "fonte" delle persecuzioni dei cristiani. "Di anno in anno questa tendenza non fa che rafforzarsi e ad avere ripercussioni in tutto il mondo. L'influenza dell'estremismo islamico ha come effetto una radicalizzazione delle società mussulmane e la conseguenza è un crescente rigetto di qualsiasi presenza cristiana" si legge nel rapporto.

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