Economia

Le Borse in profondo rosso

21-01-2016

La nuova tempesta che si è abbattuta sui mercati ha affondato le Borse europee, che hanno perso in un sol giorno oltre 233 miliardi di euro di capitalizzazione, mentre New York di miliardi di dollari ne ha bruciati 2.000, ma da inizio anno, dopo dati sull'inflazione al di sotto delle stime degli analisti.

 

MILANO. La nuova tempesta che si è abbattuta sui mercati ha affondato le Borse europee, che hanno perso in un sol giorno oltre 233 miliardi di euro di capitalizzazione, mentre New York di miliardi di dollari ne ha bruciati 2.000, ma da inizio anno, dopo dati sull'inflazione al di sotto delle stime degli analisti. 

I miliardi in fumo sono stati ovviamente virtuali, ma reali sono state le vendite che hanno colpito tutti i settori, a partire da quello petrolifero e dalle materie prime, penalizzati dalle quotazioni del greggio, sceso a 26,54 dollari a New York, e dei metalli, tutti in calo tranne l'oro e l'argento, a causa del rallentamento della Cina, principale consumatore mondiale di materie prime. In rialzo a 116,7 punti lo spread tra i Btp decennali italiani e gli analoghi Bund tedeschi. 

Che la giornata non si profilasse bene lo si è capito fin dalla chiusura di Tokyo (-3,71%), dove si è sentito il barrito dell'orso, poiché il listino ha ceduto oltre il 20% dai massimi dello scorso giugno, mentre Hong Kong ha lasciato sul campo il 3,82%. Più caute Shanghai e Shenzhen (-1,03%), sostenute da ipotesi di nuovi stimoli economici, dopo dati sulla crescita del Pil cinese (+6,9%) inferiori alle stime (+7%), oltre che dagli acquisti indotti dal Governo di Pechino. 

L'Europa non ha fatto di meglio ed è partita male fin da subito, in concomitanza con il calo del greggio sceso a 27,49 dollari in apertura, che ha scatenato vendite immediate sul comparto petrolifero. A fine seduta la peggiore è stata Atene (-5,7%), preceduta da Milano (-4,83%) e Londra (-3,46%), in calo del 20% dal record dello scorso aprile e quindi tecnicamente in fase di "orso". Giù anche Parigi (-3,45%), Madrid (-3,2%) e Francoforte (-2,82%). 

I listini hanno scontato anche i timori per la crescita mondiale dopo il taglio alle stime diffuse martedì dal Fondo Monetario Internazionale, in calo dello 0,2% rispetto alle previsioni dello scorso ottobre. 

Ieri poi dal summit di Davos la presidente Christine Lagarde ha rincarato la dose, ammonendo che ci sono "rischi all'orizzonte maggiori del previsto". 

Il minigreggio ha pesato su Seadrill (-29%), penalizzata anche da raccomandazioni di analisti, Saipem (-10,4%), in attesa di indicazioni sull'avvio dell'aumento di capitale da 3,5 miliardi, Tullow Oil (-7,6%) e Shell (-7%), che ha ribassato le proprie stime sugli utili. 

Il prezzo dei metalli, in calo tranne oro e argento, ha frenato invece Glencore (-9,8%) e Anglo American (-7,4%), mentre i titoli bancari, a partire da Mps (-22,2%) e Carige (-17,8%), congelate per eccesso di ribasso insieme a Banco Popolare (-10,8%) hanno affossato Milano. 

Sotto pressione i costruttori d'auto da Volkswagen (-5%) a Peugeot (-4,7%) ed Fca (-6,3%). Difficoltà anche per Porsche (-5,5%) e Ferrari (-6,7%), congelata per eccesso di ribasso ed in calo del 15,8% dai 43 euro della quotazione a inizio anno. 

Difficile dire a questo punto dove possano andare i listini, dato che, come commenta un gestore di Nikko Securities a Tokyo, siamo destinati ad assistere ad una sorta di "tiro alla fune tra nervosismo ed indicatori tecnici che dicono che i cali di Borsa sono andati troppo oltre". 

Alla base di tutto, spiega, c'è lo "squilibrio tra scorte e domanda di greggio" dunque, "finché le oscillazioni del prezzo del greggio non si attutiscono, i mercati saranno sempre in agitazione". Ed è il segnale che proviene in serata dei futures sugli indici di Tokyo, Shanghai, Hong Kong e Sidney tutti in rosso.

 

 

Davos

La paura della crisi gela gli economisti

 

Di Domenico Conti

 

DAVOS. Nessuno di loro lo dice troppo forte nei saloni e corridoi che li riparano dalla neve e dal freddo delle Alpi svizzere. Ma il gran consesso dei finanzieri, capitani d'industria e governanti riunito a Davos, anche se ostenta molta fiducia e persino euforia, rischia di essere l'ultima festa prima di una nuova crisi. Gli economisti riuniti al Forum economico mondiale sono divisi: fra chi vede una normale correzione dei mercati e si sente rincuorato dalle parole del vicepresidente americano Joe Biden che celebra il modello economico Usa delle "opportunità". E chi, invece, teme una terza fase della grande crisi iniziata proprio negli Usa ormai quasi dieci anni fa come Ken Rogoff, prof di Harvard ed ex Fmi: "Chi dice ‘questa volta è diverso per la Cina' tiene la testa sotto la sabbia". 

Per tutti, piombano come un fulmine a ciel sereno le parole di Christine Lagarde: dopo il taglio delle stime di crescita globali martedì, ieri il capo del Fmi ha avvertito che ci sono "dei rischi all'orizzonte maggiori del previsto". I mercati in caduta libera, nel frattempo, si sono incaricati di far sapere che gli investitori quei rischi li prendono sul serio. Da una c'è la fuga di capitali dagli emergenti ora accoppiata al dollaro in rialzo, una mina vagante per il debito di Paesi come il Brasile. Dall'altra il petrolio (ieri -7%) e le materie prime ai minimi. Che potrebbero persino dare una mano ai consumi, se non fosse che l'Europa è sull'orlo della deflazione e anche negli Usa i prezzi procedono a un ritmo esangue. 

"Non prevedo ulteriori scossoni sulle Borse" - ragiona a Davos il premio Nobel Edmund Phelps - "ma al calo del petrolio non c'è un limite aritmetico: 10, cinque dollari?". E avvicinandosi quel limite, il professore americano avverte che nessuno può escludere perdite massicce per qualche grande investitore Usa, potenziale miccia per una nuova crisi finanziaria. 

Il ragionamento della Lagarde, che da oggi potrà anche confrontarsi con Mario Draghi non appena l'italiano arriverà una volta finito il consiglio Bce, ruota soprattutto sulla Cina e il suo Pil frenato ai minimi di un quarto di secolo. Nouriel Roubini, guru finanziario e gran mattatore dei party di Davos, dice di non vedere un nuovo 2008, cioè una recessione globale o una crisi finanziaria. Ma nota anche che la Cina, con l'eventualità di uno "sboom" violento, rappresenta un rischio e che tocca a governi e banche centrali, in primo luogo a Pechino, scongiurarlo. E Michael Spence, altro Nobel americano, mette il dito nella piaga delle banche centrali. "Per ora ci troviamo solo di fronte ad una forte volatilità dei mercati, ma alla lunga è possibile (una crisi, ndr) perché avere per lungo tempo una situazione con tassi così bassi può essere pericoloso e insostenibile". 

Vuol dire che la politica delle banche centrali può destabilizzare. Ma c'è anche un'implicazione implicita, e cioè il fatto che, a differenza del 2008, oggi le banche centrali hanno sparato gran parte delle loro cartucce. Cosa faranno se una crisi finanziaria le cogliesse ora, che hanno già utilizzato il loro capitale ricorrendo persino all'inventiva sugli strumenti di debito da comprare per creare un po' d'inflazione? Gli occhi di tutti sono sulla Fed e sulla Bce, con una situazione che non si vedeva anch'essa da un quarto di secolo, il divorzio delle rispettive politiche monetarie con gli Usa che alzano i tassi e Draghi che lavora a un ulteriore quantitative easing. E le incognite sono davvero elevate, se a Davos Roubini azzarda l'ipotesi che un'istituzione come la Fed abbia sbagliato tutto a dicembre. "L'economia Usa sta rallentando, quindi la Fed potrebbe aver fatto un errore iniziando ad alzare i tassi". 

Il palinsesto di oggi