Dal Mondo

Damasco. Strage al santuario sciita

01-02-2016

 

 

ROMA. Un'altra strage dell'Isis, questa volta a Damasco, in Siria, in un quartiere sciita già preso di mira un anno fa dai terroristi sunniti di al Nusra. Tre esplosioni, provocate da un'autobomba e due kamikaze, hanno scosso la capitale siriana mentre a Ginevra sono in corso i difficilissimi negoziati di pace sotto l'egida dell'Onu: il bilancio del massacro è di almeno 60 morti e oltre 100 feriti. 

Ma il numero delle vittime potrebbe salire in quanto molti civili sono stati ricoverati in condizioni gravissime. 

Gli attentati sono avvenuti vicino al mausoleo di Sayyida Zeinab, a sud della capitale. In base alle ricostruzioni, un'autobomba è stata fatta esplodere nei pressi di una stazione dell'autobus, nel quartiere di Koua Sudan. 

Quando alcune persone si sono avvicinate per soccorrere i feriti, due kamikaze si sono fatti saltare in aria. Le esplosioni sono state talmente forti da provocare anche un piccolo cratere: le immagini della tv di Stato hanno mostrato diversi edifici danneggiati e auto carbonizzate nella zona. Poco tempo dopo gli attentati, i più gravi attacchi a un luogo di culto sciita in Siria, è arrivata la rivendicazione dell'Isis: "Due soldati del califfato hanno condotto un'azione da martiri nella tana degli infedeli nella zona di Sayyida Zeinab, uccidendo 50 persone e ferendone 120", è stato il messaggio. 

Il mausoleo sciita è il luogo di sepoltura della nipote del profeta Maometto ed è meta di pellegrinaggio per gli sciiti da Iran, Iraq, dai Paesi del Golfo e del Libano. Il sito è già stato preso di mira in passato: nel febbraio del 2015 un attacco suicida a un posto di blocco vicino al mausoleo causò la morte di 4 persone e il ferimento di altre 13. Nello stesso mese venne attaccato anche un autobus di pellegrini libanesi diretto alla moschea, in un attentato rivendicato dal fronte al Nusra, legato ad al Qaida, e costato la vita a 9 persone. 

Il santuario è stato teatro di diversi scontri nei primi anni dall'inizio della guerra in Siria, ma da allora è stato posto in sicurezza dalle milizie sciite di Hezbollah e dall'esercito siriano, che hanno creato posti di blocco intorno per proteggerlo ed evitare ai veicoli di avvicinarsi. Gli attentati hanno colpito Damasco mentre a Ginevra le Nazioni Unite stanno faticosamente cercando di far partire una terza tornata di colloqui, dopo le due fallite nel 2014. 

L'inviato speciale dell'Onu, Staffan de Mistura, si è detto "ottimista e determinato" sui colloqui. 

Dopo l'incontro con l'Alto comitato negoziale della coalizione dell'opposizione siriana, che non parla direttamente con il regime, de Mistura ha riferito che il gruppo "merita che io presti attenzione alle loro preoccupazioni". 

L'Onu mira a raggiungere un cessate il fuoco entro sei mesi e poi arrivare ad una transizione politica. In 5 anni di conflitto sono morte più di 250mila persone mentre oltre 10 milioni sono gli sfollati. 

Sui colloqui di Ginevra è intervenuto anche il segretario di Stato Usa John Kerry invitando tutte le parti coinvolte a "trattare in buona fede" per fermare "il bagno di sangue". 

Kerry ha avuto anche un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni in vista della riunione della coalizione anti-Isis che si terrà martedì alla Farnesina, il cosiddetto 'Small Group' dei Paesi maggiormente impegnati nel contrasto a Daesh. 

Sabato è trapelata la lettera con la quale il Pentagono ha chiesto a diversi alleati, Roma compresa, di fare di più nella lotta allo Stato Islamico: nel nostro caso di considerare la possibilità di raid contro i jihadisti in Iraq. 

E mentre in un nuovo video un militante dell'Isis, in apparenza un francese con i capelli biondi, minaccia nuovi attentati in Occidente, da Parigi il ministro della Difesa francese lancia l'allarme sul "grande rischio" di infiltrazione di terroristi tra i migranti che sbarcano a Lampedusa. 

Jean-Yves Le Drian si è detto infatti particolarmente preoccupato per la situazione in Libia, dove il governo di unità stenta a decollare e Daesh si sta rafforzando: "Sono lì, a 300 km dalla costa europea, e si stanno espandendo". 

"Renzi si svegli, Le Drian ci ha avvertiti", ha commentato Daniela Santanchè di Forza Italia.

 

Ennesimo eccidio di Boko Haram

 

Di Rossella Benevenia

 

ROMA. Quattro ore è durato l'inferno nella notte di Dalori, villaggio nigeriano attaccato e dato alle fiamme dagli integralisti islamici Boko Haram. Nelle casupole rase al suolo sono morti a decine, molti bambini sono bruciati vivi, chi fuggiva veniva falciato a colpi di mitra. 

Il bilancio delle vittime non è ancora definitivo, finora sono stati contati 86 morti e un centinaio di feriti, molti gravemente ustionati. 

E anche il confinante Ciad ha pagato il suo tributo di sangue ai terroristi nigeriani: stamattina, mentre nella giungla di Dalori si cercavano ancora eventuali superstiti, tre kamikaze si sono fatti esplodere in due villaggi sulle rive del lago Ciad. Hanno ammazzato nove persone tra cui cinque bimbi che stavano giocando in un campo di calcio, 52 i feriti. 

Il primo a raccontare la strage nel villaggio nigeriano situato a una decina di chilometri di Maiduguri, capoluogo dello stato nord-orientale di Borno, è stato un sopravvissuto: era in strada quando i Boko Haram verso le 7 di sera hanno fatto irruzione a Dalori, ha sentito il rombo delle motociclette e di un camion che si avvicinavano, si è arrampicato su un albero e lì è rimasto, impietrito, per tutta la notte. Ha visto i miliziani lanciare bombe incendiarie dentro le case, ha sentito le urla della gente che bruciava tra le fiamme. 

"C'erano anche grida disperate di bambini", ha detto ai soccorritori arrivati troppo tardi e ai soldati che nelle strade hanno trovato decine di cadaveri carbonizzati o ammazzati a colpi d'arma da fuoco. 

Nella giungla sono stati invece recuperati quasi un centinaio di feriti, molti in gravi condizioni, alcuni mutilati. Perché c'erano anche tre donne kamikaze tra chi in preda al panico correva via dalle abitazione incendiate. 

Tre kamikaze lasciate a confondersi tra la gente in fuga dai combattenti che si ritiravano dopo la carneficina: si sono fatte esplodere uccidendo altre donne, altri bambini, altri uomini inermi. Soprattutto nell'area prossima a Dalori, dove negli ultimi mesi le associazioni umanitarie hanno tirato su un campo tendato per gli sfollati che ormai non sanno più dove rifugiarsi, mentre l'esercito del governo centrale guadagna terreno ma non porta sicurezza e i Boko Haram sempre più spesso trasferiscono la loro guerra sanguinaria nei paesi vicini, Camerun, Ciad, Niger e Benin. 

Ventimila morti e due milioni e mezzo di profughi è il bilancio di quasi sette anni di guerra iniziata dai Bako Haram come rivolta anti-governativa, e poi sempre più radicalizzatasi fino a fondersi nella furiosa jihad dello Stato islamico. 

Gli attentati di ieri in Ciad sono gli ultimi 'esportati' sulle rive dell'omonimo lago: un primo kamikaze è arrivato a bordo di una motocicletta e si è fatto saltare in aria a Guitté. 

Due donne invece si sono fatte esplodere a Mittériné, vicino ad un campetto di calcio, dopo essere state individuate dalle milizie di autodifesa costituite proprio per fronteggiare le incursioni dei Boko Haram. Hanno ucciso anche cinque bambini che correvano dietro un pallone.

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