Dagli USA

Primarie. Vincono Trump e Hillary

22-02-2016

Donald Trump prosegue la sua marcia trionfale nelle primarie repubblicane conquistando il 32,5% in South Carolina, mentre sul fronte democratico Hillary Clinton riprende nei caucus del Nevada la testa della corsa con una vittoria non schiacciante (52,7% a 47,2%) ma importante su Bernie Sanders, spezzando il suo impeto, anche se non sembra aver sfondato tra i latinos.

 

WASHINGTON. Donald Trump prosegue la sua marcia trionfale nelle primarie repubblicane conquistando il 32,5% in South Carolina, mentre sul fronte democratico Hillary Clinton riprende nei caucus del Nevada la testa della corsa con una vittoria non schiacciante (52,7% a 47,2%) ma importante su Bernie Sanders, spezzando il suo impeto, anche se non sembra aver sfondato tra i latinos. 

Ora però il magnate newyorchese non potrà più sfruttare la frammentazione del voto dopo il ritiro del moderato Jeb Bush per il suo deludente quarto posto con il 7,8%, che rappresenta la fine di una potente dinastia ma anche il probabile preludio dell'abbandono a breve di altri due candidati altrettanto moderati, John Kasich e Ben Carson, piazzatisi alle sue spalle con percentuali poco più basse. 

Ormai in casa Gop è una corsa a tre. E il vero antagonista di Trump sarà il giovane e brillante senatore della Florida Marco Rubio, che ha conquistato il secondo posto, anche se di un soffio, dopo un testa a testa con il collega ultraconservatore del Texas Ted Cruz (22,5% a 22,3%), "tradito" dalla maggioranza evangelica. Solo una decina di punti dal tycoon, ma Rubio è l'erede naturale dei voti moderati, e dei finanziatori, di Bush. E, probabilmente tra poco, anche di Kasich e Carson. 

È su di lui infatti che si sta compattando l'establishment del partito repubblicano prima che sia troppo tardi per fermare l'incontenibile Trump, che ha rilanciato la sua polemica contro il Papa sugli immigrati messicani ("il muro ci sarà e sarà ancora più alto") e la sua crociata contro l'Islam ("il generale John Pershing fermò gli attacchi dei musulmani nelle Filippine all'inizio del Novecento sparando contro di loro proiettili bagnati nel sangue dei maiali"). 

L'ultimo sostegno a Rubio, quello di più alto profilo finora, preannunciato ieri dall'Huffingtonpost, arriverà dall'ex candidato repubblicano alla presidenza Usa, Mitt Romney, un vero pezzo da novanta. Prima delle ultime primarie Rubio, di origini cubane, aveva incassato l'appoggio della popolarissima governatrice del South Carolina, Nikki Haley, che si vocifera potrebbe correre in ticket con lui per la vice presidenza. 

Se in campo repubblicano si ridisegnano i contorni della sfida, in quello democratico resta aperto il duello tra Hillary e Sanders, che stanno già guardando alle prossime tappe in South Carolina e al supertuesday del primo marzo, quando voteranno 14 Stati con un quarto dei delegati in palio. L'ex first lady ha vinto con uno scarto di poco più di cinque punti, non molti considerando il distacco abissale di cui godeva alcuni mesi fa ma abbastanza per rivendicare la sua prima vera vittoria impedendo che la vertiginosa rimonta del rivale diventasse un sorpasso forse fatale. 

L'ex segretario di Stato ha sfruttato la sua potente macchina elettorale e il voto delle minoranze, in particolare quella afro-americana, ma non sembra aver sfondato tra i latinos. Lo staff di Sanders sostiene che il senatore ‘socialista' ha battuto Hillary di circa otto punti nel voto ispanico, tesi confutata dall'entourage della Clinton. Ma sicuramente il senatore del Vermont, anche se ha perso l'occasione per infliggere un colpo clamoroso alla sfidante, ha dimostrato di poter allargare la base del suo consenso e di poter fare breccia nel "firewall" della Clinton, il muro di protezione costruito da Hillary con il consenso delle minoranze d' America. 

Ora Bernie guarda al supertuesday, dato che secondo i sondaggi i giochi in South Carolina - dove nel 2008 oltre metà degli elettori delle primarie sono stati afroamericani, con Barack Obama candidato - per lui sembrano chiusi. 

 

 

Jeb si ritira, finita la dinastia dei Bush

 

WASHINGTON. Con l'abbandono della corsa per la Casa Bianca annunciato sabato sera dal due volte governatore della Florida Jeb Bush, dopo un deludente quarto posto alle primarie del Sud Carolina con il 7,8%, finisce una dinastia famigliare, una delle più potenti e influenti d'America, l'unica per ora a poter vantare due presidenti. 

Una storia cominciata con il bisnonno Samuel Prescott Bush, che fu consigliere del presidente Herbert Hoover, e proseguita con il nonno, Prescott Bush, senatore degli Stati Uniti per il Connecticut dal 1952 al 1963 dopo essere stato uno dei direttori della Union Banking Corporation. Poi per i Bush arrivò la Casa Bianca: prima con George Herbert Walker, dal 1989 al 1993, dopo una vicepresidenza con Ronald Reagan, quindi con il figlio George W., due mandati dal 2001 al 2009. 

Nipote del primo e fratello del secondo, il sessantunenne Jeb ambiva a fare il tris con il sostegno dell'establishment del partito e di grandi finanziatori che avevano fatto affluire cifre record nelle casse della sua campagna, ma è stato costretto a farsi da parte rapidamente, al terzo round delle primarie. Considerato l'intelligenza politica più fine della famiglia, con un forte senso etico e un rispetto degli altri che l'ha fatto apparire fin troppo gentile, esce di scena in punta di piedi trattenendo le lacrime: "Gli elettori hanno deciso diversamente", ha riconosciuto subito sabato sera. 

Per tentare di restare a galla, aveva fatto scendere in campo l'anziana madre, Barbara, che nel New Hampshire l'aveva involontariamente danneggiato dicendo che era "troppo garbato". Poi aveva arruolato anche il fratello George W., che però come il padre non ha lasciato un bel ricordo, soprattutto a causa del peso della guerra in Iraq, contro cui Donald Trump ha sparato ripetutamente. 

Ma prima ancora che dalla sua biografia, dalla controversa eredità di una dinasty che aveva tentato inizialmente di tenere lontana eliminando il cognome dal logo della sua campagna, Jeb è stato travolto dalla sua gentilezza, dalla sua docilità, dalla sua incapacità di colpi bassi in una gara cinica e in un'America che esige gladiatori. Trump lo aveva strapazzato per la sua debolezza ma l'ultimo sgambetto è stato di una donna, la popolarissima governatrice della South Carolina, Nikki Haley, che ha appoggiato Marco Rubio: "Un vero calcio nelle palle", ha commentato uno dei finanziatori della campagna di Jeb. 

 

Il palinsesto di oggi