Analisi e commenti

I raid Usa e l'uccisione di Chouchane non bastano a fermare l'avanzata dell'ISIS in Libia

Di Stefano de Angelis

24-02-2016

 

 

 

 

D opo anni di indecisioni e di temporeggiamenti, gli Stati Uniti e l'amministrazione Obama, colpiscono in Libia senza aspettare che nasca e si insedi il governo di unità nazionale di Fayez al-Sarraj, nonostante questo governo rappresenta un presupposto indiscutibile per poter combattere l'avanzata dello Stato Islamico nel Paese che fu di Gheddafi.

Gli aerei F-16 statunitensi, decollati dalla Gran Bretagna, ma supportati logisticamente dai nuovi droni partiti dalla base siciliana di Sigonella, hanno bombardato proprio in questi giorni il campo d'addestramento dell'Isis presso Sabratha, in quella regione storicamente definita Tripolitania. Il Pentagono ha confermato che il raid ha colpito la base dell'Isis situata settanta chilometri a ovest di Tripoli, centrando un obiettivo di sicuro valore, il tunisino Noureddine Chouchane, considerato l'uomo del Califfato responsabile degli attentati effettuati l'anno scorso al Museo del Bardo di Tunisi (dove il 18 marzo morirono 24 persone inclusi 4 turisti italiani più altri 11 feriti) e sulla spiaggia di Sousse (dove il 26 giugno morirono 38 persone per lo più turisti britannici). 

Sempre secondo il Pentagono, Chouchane, veterano della guerra in Iraq e Siria, trasferitosi in Libia per facilitare l'espansione dello Stato Islamico, è stato "probabilmente" ucciso nella distruzione di un edificio in cui sarebbero morti 41 fondamentalisti islamici tunisini e algerini, forse sorpresi nel sonno, dall'attacco aereo che secondo il sindaco di Sabratha ha avuto luogo alle 3,30am. 

Secondo fonti tunisine tra i morti vi sarebbe anche un giordano mentre almeno sei jihadisti tunisini sono rimasti feriti. 

Il campo d'addestramento di Sabratha è attivo da anni, e lì sono stati addestrati oltre 3.000 jihadisti tunisini, insomma una vera e propria centrale del terrore, miliziani inviati poi a combattere in Siria e Iraq nei ranghi dell'Isis, e altri destinati a tornare in Tunisia pe effettuare attacchi e attentati.

"La distruzione del campo di addestramento, e l'eliminazione di una figura esperta come Chouchane, avrebbero effetti sul gruppo jihadista in Libia, sulle attività di reclutamento e sulle potenzialità di pianificare attacchi in altri Paesi", ha precisato il portavoce del Pentagono, Peter Cook. Parole che esprimono un certo ottimismo, non del tutto giustificato dalle reali condizioni sul campo. 

Infatti in passato gli statunitensi hanno ucciso o catturato con raid aerei e di forze speciali, ameno altri 4 esponenti di spicco di al Qaeda, senza che questo abbia fermato o limitato le azioni terroristiche nel Nord Africa, e in Libia in particolare. 

Per questa ragione l'aspettativa espressa da Cook, che il raid abbia "un impatto immediato sulla capacità dello Stato Islamico di facilitare le sue iniziative in Libia, compreso il reclutamento di nuovi membri, la creazione di basi e la pianificazione di possibili attacchi esterni contro interessi Usa e occidentali nella regione" potrebbe andare presto delusa. 

La strategia statunitense prevede di perseguire nel tempo i responsabili di atti terroristici, e molti sono stati eliminati da droni, aerei e incursori in diverse aree del mondo, dall'Iraq all'Afghanistan, dalla Somalia allo Yemen, dalla Libia al Mali. 

Sulla base di queste valutazioni sul raid compiuto, non significa che gli Usa e i loro alleati siano in procinto di dare il via a un'azione militare contro l'Isis in Libia, peraltro da tempo ventilata ma mai attuata. Anzi, proprio questa azione segna una strategia del colpire in modo mirato, che non prevede l'utilizzo di truppe sul campo. 

Nel mentre il Paese resta diviso, anzi spaccato a metà, e nessuno nutre troppo ottimismo circa il futuro del governo di al Serraj. Le forze jihadiste stanno allargando il loro raggio d'azione arruolando miliziani anche tra gli uomini della tribù di Gheddafi e tra le popolazioni beduine del sud della Libia. E tutto ciò fornisce un'idea del capillare controllo del territorio, che tutt'oggi riesce ad avere l'Isis in alcune regioni fondamentali del Nord Africa. 

Inoltre, il sito libico "al Wasat", riferisce che l'Isis si sta organizzando per affrontare in battaglia le milizie di Misurata a ovest, e le truppe di Tobruk a est, allestendo ospedali da campo e trincee a Sirte, e nei villaggi di al Nawafiliya e Ben Jawad. Da ricordare che i miliziani jihadisti, proprio nelle ultime settimane, hanno sequestrato un ingente quantitativo di medicinali e attrezzature mediche durante una serie di attacchi contro convolgi della Croce Rossa. 

L'Esercito libico fedele al governo di Tobruk e guidato dal generale Khalifa Haftar, è però ancora impegnato a combattere contro i qaedisti di Ansar al-Islam a Bengasi, per poter concentrare le sue forze contro l'Isis. Haftar ha spiegato che "la battaglia per Bengasi è prossima alla fine e subito dopo ci sposteremo a Sirte". Ma a ben guardare, aveva detto la stessa cosa anche l'estate scorsa, e sono passati quasi otto mesi. 

La situazione pertanto non è facile, e di certo questa nostra guerra al terrore non si risolverà a breve. Senza un intervento deciso e concreto da parte di una larga coalizione internazionale, guidata dagli Usa ma comprendente anche i Paesi europei, la Libia e tutto il Nord Africa rischiano di cadere definitivamente in mano ai miliziani dell'Isis. Con un conseguente drammatico esodo di milioni di persone verso il continente europeo, e come tutti sappiamo l'Italia dista soltanto poche miglia di navigazione dalle coste libiche e tunisine. 

Quindi tutto lascia presupporre che i problemi e le emergenze che oggi affliggono il nostro Paese, come il continuo sbarco di profughi sulle coste siciliane, l'allerta terrorismo sempre più alta, un'Europa sorda dinanzi alle nostre istanze, e le risorse economiche per far fronte a tali emergenze ormai esaurite, sono destinati a restare al centro del dibattito politico e sociale italiano, ancora per molto, molto tempo. 

 

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