Dal Mondo

Libia. Uccisi due ostaggi italiani

04-03-2016

Un blitz delle milizie di Sabrata, a ovest di Tripoli, "contro una cellula dell'Isis" - è la loro versione - ha spezzato la vita di Fausto Piano e Salvatore Failla, due dei quattro tecnici della Bonatti rapiti in Libia lo scorso luglio. Gli altri due, Gino Tullicardo e Filippo Calcagno, "sono vivi", ha detto al Copasir il sottosegretario con delega all'Intelligence Marco Minniti, citando informazioni degli 007 sul terreno.

 

ROMA. Un blitz delle milizie di Sabrata, a ovest di Tripoli, "contro una cellula dell'Isis" - è la loro versione - ha spezzato la vita di Fausto Piano e Salvatore Failla, due dei quattro tecnici della Bonatti rapiti in Libia lo scorso luglio. Gli altri due, Gino Tullicardo e Filippo Calcagno, "sono vivi", ha detto al Copasir il sottosegretario con delega all'Intelligence Marco Minniti, citando informazioni degli 007 sul terreno. 

Ora la priorità è "salvarli", ha sottolineato il presidente dell'organismo parlamentare, Giacomo Stucchi. Concetto ribadito il direttore del Dis Giampaolo Massolo: "Ci sono altri due da salvare e non bisogna dire cose che possano compromettere le attività che sono in corso". 

Le famiglie si sono chiuse nel riserbo e nel dolore, e sperano ancora in un errore nell'identificazione dei cadaveri. Le salme dei due italiani, secondo quanto si è appreso, dovrebbero essere trasferite a Tripoli. 

La notizia degli scontri tra milizie e jihadisti a sud di Sabrata, nella località di Surman, è iniziata a circolare nella tarda serata di mercoledì, nelle stesse ore in cui i seguaci di Abu Bakr al Baghdadi tentavano un assalto, respinto, a Ben Guardane, in Tunisia. L'offensiva delle milizie contro l'Isis è iniziata all'indomani dell'assalto dei jihadisti nel cuore di Sabrata, il 24 febbraio: i seguaci di Baghdadi hanno ucciso 19 miliziani, decapitandone 12. Poi sono stati respinti. 

L'attacco è arrivato pochi giorni dopo il raid Usa su una base dell'Isis nell'area, oltre 40 le vittime tra le quali Noureddine Chouchane, la presunta mente delle stragi dello scorso anno in Tunisia, al museo del Bardo e sulla spiaggia di Sousse. 

Mercoledì notte, poco dopo la mezzanotte italiana, il "Media center" di Sabrata ha pubblicato online un video di circa 30 secondi: nel filmato si mostrano diversi cadaveri in un edificio, presentato come il "covo" dell'Isis che le milizie affermano di aver preso di mira nel raid. Una voce fuori campo scandisce la conta dei morti, arrivando fino a 14. Ovunque cartoni di latte o più probabilmente yogurt, e almeno un paio di sacchi a pelo di colore rosso, con i quali apparentemente gli occupanti dell'abitazione avevano messo insieme dei giacigli di fortuna. 

Ore dopo, un testimone libico rientrato in Tunisia da Sabrata ha raccontato che tra le vittime c'erano anche due italiani, "scudi umani" dei jihadisti. Sono iniziate a circolare le foto delle vittime "occidentali" e dei jihadisti uccisi nel blitz. Questa volta i cadaveri sono all'aperto, uno vicino alle ruote di un fuoristrada. 

L'inquietante tam tam sulla vicenda è stato squarciato in mattinata dal comunicato della Farnesina: "Relativamente alla diffusione di alcune immagini di vittime di una sparatoria nella regione di Sabrata in Libia, la Farnesina informa che da tali immagini e tuttora in assenza della disponibilità dei corpi, potrebbe trattarsi di due dei quattro italiani, dipendenti della società di costruzioni Bonatti e precisamente di Fausto Piano e Salvatore Failla". 

Con il trascorrere delle ore, diversi capi milizia di Sabrata hanno spiegato che non c'è stato alcun blitz contro un covo dell'Isis ma che il gruppo di jihadisti è stato colpito mentre si trovava a bordo di due fuoristrada, un Toyota e un Tundra. Otto i morti, mentre un siriano e una tunisina, moglie di "una delle vittime", e il figlio di 3 anni, sono stati catturati. 

Questa tesi è stata confermata da ambienti giudiziari italiani: i due italiani sarebbero stati uccisi "durante un trasferimento". Il presidente del Consiglio militare di Sabrata, Taher El-Gharably, ha raccontato che mercoledì le milizie avevano "inseguito un gruppo dell'Isis che fuggiva dal centro di Sabrata verso la periferia: c'è stato uno scontro a fuoco, intensi scambi di colpi che hanno provocato la morte di alcuni di loro, mentre il resto è fuggito". 

Il responsabile libico ha citato poi la "confessione" della tunisina catturata: la donna, secondo quanto riferito, ha affermato che i quattro tecnici italiani erano "nelle mani dell'Isis". 

Gharably ha aggiunto: "Nell'interrogatorio la prigioniera ha confessato che vi sono due italiani in un luogo nella periferia di Sabrata, la ricerca è ancora in corso". La donna ha poi confermato che prima del blitz i quattro erano stati separati, come anticipato dagli ambienti giudiziari italiani.

 

 

Spiazzati i servizi segreti 

 

Di Massimo Nesticò

 

ROMA. Una trattativa lunga, faticosa e infruttuosa durata mesi con un gruppo tribale islamista, ma dai connotati prevalentemente criminali. Poi il 19 febbraio il raid Usa contro militati tunisini Isis su Sabrata cambia lo scenario, si scatena il caos ed una serie di rappresaglie nell'area: i quattro ostaggi italiani potrebbero essere passati di mano e finiti ad un gruppo più radicale, oppure i sequestratori non si sentivano più sicuri ed hanno cercato di spostarsi, ma sono stati bloccati e uccisi. 

Non ci sono certezze che si tratta di uomini del Califfato. Se ne saprà di più quando un team di intelligence e Ros arriverà sul posto e farà le verifiche sui cadaveri dei rapitori. A ricostruire la vicenda e le informazioni, ancora parziali, che filtrano dal caos libico, è stato il sottosegretario Marco Minniti (nella foto Ansa a destra) al Copasir, che ha raccomandato prudenza in questa fase molto delicata che vede tutti gli sforzi concentrati nel riportare a casa gli altri due ostaggi, che sarebbero ancora vivi. 

Nel luglio scorso il rapimento dei quattro operai della Bonatti. Partono subito i tentativi dell'intelligence di stabilire il canale giusto con il gruppo dei sequestratori. Compito non facile in un Paese in cui spadroneggiano milizie tribali contrapposte le une alle altre. Trovato il contatto, partono le trattative per capire il tipo di contropartita richiesta. Ma non tutto fila liscio. 

Nel corso dei mesi i mediatori si rivelano inattendibili, la posta in gioco sale: si parla di richieste di denaro, ma non solo. I rapitori, inoltre, tramite mediatori più o meno attendibili, avrebbero contattato direttamente le famiglie degli ostaggi chiedendo alcune condizioni per la loro liberazione. 

La situazione appariva difficile, dunque, ma non impossibile, anche perché fino a pochi giorni fa gli 007 erano ragionevolmente certi che i rapiti si trovavano ancora nelle mani di un gruppo criminale e non di fanatici dell'Isis. 

Ma il 19 febbraio scatta lo "strike" americano a Sabrata che uccide una trentina di miliziani tunisini di al Baghdadi ed anche due ostaggi serbi. Scatta l'allarme anche per gli italiani, che si trovavano in zona. E scatta anche la rappresaglia dell'Isis il 25 febbraio con la decapitazione di una decina di uomini della forza di sicurezza della città. Nella zona è il caos: milizie contro Daesh. "Lo scenario - spiega il presidente del Copasir Giacomo Stucchi - cambia, le milizie presenti tentano di riprendersi le loro posizioni". 

In mezzo si trovano gli ostaggi italiani, all'epoca ritenuti dall'intelligence ancora tutti e quattro insieme. Potrebbe esserci stata a quel punto una cessione o un "furto" degli ostaggi, molto appetiti come merce di scambio. O anche un tentativo dei rapitori di spostarsi in un posto più al sicuro. 

Lo scontro a fuoco di mercoledì, la cui dinamica non è ancora chiara, è stato fatale a due italiani che viaggiavano in un convoglio attaccato da una milizia. Non è detto, secondo l'intelligence, che fossero stati separati dagli altri due, ma potevano semplicemente viaggiare in convogli diversi. 

Gli 007 sono molto cauti anche perché la situazione sul campo è quanto mai caotica: difficile distinguere tra gruppi criminali, milizie islamiste e Isis. Un'analisi dei cadaveri dei rapitori che viaggiavano, assieme ai due ostaggi uccisi, sul convoglio attaccato, potrebbe dare delle risposte: il gruppo che nel luglio scorso ha prelevato gli italiani era composto da libici, se invece i morti sono tunisini, ciò indicherebbe un passaggio di mano. 

Tutto gli sforzi ora sono concentrati sugli altri due prigionieri, che sarebbero ancora vivi e nella zona di Sabrata. Si tenterà ancora di contattare i canali precedenti, con la speranza che siano ancora quelli giusti.

 

 

Renzi invita alla prudenza

 

Di Serenella Mattera

 

ROMA. La tragica vicenda dei due lavoratori italiani uccisi in Libia non cambia la linea di Matteo Renzi: un intervento militare ci potrà essere solo su richiesta di un governo unitario libico, nell'ambito di una coalizione internazionale in cui l'Italia è pronta ad assumere un ruolo di guida. Dunque, niente fughe in avanti. 

Con grande attenzione viene seguita sia a Palazzo Chigi che al Quirinale la vicenda, dai contorni ancora non chiari, dell'uccisione dei due ostaggi italiani. Ma anche con la massima cautela, dal momento che gli altri due operai sequestrati sono vivi e l'obiettivo è riportarli a casa: ogni sforzo, assicurano fonti parlamentari, è ora concentrato su questa priorità assoluta. Questo spinge alla massima prudenza, che il governo applica all'intero dossier sulla Libia. 

Intanto accende la polemica politica la notizia data dal "Corriere della Sera" e dal "Sole 24 Ore" di un decreto della presidenza del Consiglio che assegna all'Aise, il servizio segreto che si occupa di sicurezza all'estero, il compito di dirigere operazioni di unità speciali militari in Libia, con tutte le garanzie funzionali dei servizi segreti. I quotidiani parlano anche di 50 incursori del Col Moschin pronti a partire. 

Sul territorio libico sono già presenti forze speciali inglesi, francesi e americane e la portaerei De Gaulle ha già superato il canale di Suez, in avvicinamento alle coste libiche. Ma per l'Italia dal presidente del Copasir Giacomo Stucchi giunge solo la conferma della presenza di uomini dei servizi. 

Quanto al Dpcm, fanno sapere informalmente fonti parlamentari, naturalmente Mattarella era informato (anche se non se n'è parlato nel Consiglio di difesa di lunedì) e il provvedimento firmato da Renzi lo scorso 10 febbraio è l'attuazione di quanto già stabilito - e approvato dalle Camere lo scorso dicembre - nel decreto missioni. Decreto diventato legge e che prevede espressamente un dpcm di attuazione. Nessun cortocircuito quindi Colle-Governo. Da qui lo stupore per la polemica di alcune forze politiche.

Indignazione invece viene espressa dai vertici Pd per la polemica sollevata dalle opposizioni - Matteo Salvini su tutti - sulla vicenda dell'uccisione di Fausto Piano e Salvatore Failla. E' una "volgare provocazione", dice il capogruppo Ettore Rosato. Mentre Renzi preferisce tacere. E per il momento, così come Mattarella, sceglie di non diramare alcun commento ufficiale. Paolo Gentiloni informa il Consiglio dei ministri in mattinata, poi Marco Minniti riferisce al Copasir. Ma "bisogna evitare di dire una parola di troppo in queste ore", sottolineano fonti qualificate della maggioranza. Anche perché la vicenda è ancora tutta da chiarire. Perciò, spiegano le stesse fonti, è difficile che l'informativa di Gentiloni, prevista per il 9 marzo, possa essere anticipata come chiedono le opposizioni. 

Intanto l'Italia, spiegano fonti di governo, è pienamente impegnata a supportare ogni sforzo negoziale per giungere alla formazione di un governo libico. Un nuovo voto è atteso per lunedì, ma senza grosse speranze di successo. La richiesta di intervento del governo locale è però indispensabile, sembra tuttora persuaso Renzi, per evitare il ripetersi di iniziative estemporanee, senza una prospettiva per il dopo. 

L'intervento, naturalmente, confermano dal Pd, dovrebbe essere approvato dal Parlamento. E a quel punto, sottolineano fonti Dem, sarebbe necessario anche per mettere tutte le forze politiche davanti alle loro responsabilità, fuori da sterili polemiche. Eppure per il momento le condizioni per una missione, almeno secondo Romano Prodi, "non ci sono". "Il nostro presidente del Consiglio e l'Onu hanno detto che un intervento militare in Libia ci può essere solo dopo la richiesta di un governo unitario. Attualmente siamo lontanissimi" da un simile scenario, ha tagliato corto l'ex premier al Tg3.

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