Dal Mondo

Libia. Oggi il rientro delle due salme

08-03-2016

 

 

IL CAIRO. Tra Roma, Tripoli e Sabrata si sta lavorando per far tornare al più presto, e senza "l'oltraggio" di una quasi inutile autopsia, i corpi di Salvatore Failla e Fausto Piano, i tecnici della Bonatti rimasti uccisi in Libia. "Stiamo lavorando incessantemente per fare rientrare il più presto possibile le salme dei due italiani. Se possibile rientreranno entro e non oltre la giornata di oggi", ha detto il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. 

L'annuncio ha smorzato le speranze che il trasferimento in Italia fosse possibile già in queste ore come aveva lasciato intendere il sindaco di Sabrata, Hussein Al-Zawadi, definendo "molto probabile che il rimpatrio avvenga oggi". Almeno in giornata, i corpi di Failla e Piano erano segnalati dal sindaco come a disposizione delle autorità giudiziarie a Surman, un centro praticamente legato a Sabrata con cui coordina le milizie. 

Le stesse che, intercettato il convoglio con cui venivano trasferiti Failla e Piano, ingaggiarono il conflitto a fuoco nel quale i rapitori sono rimasti uccisi assieme ai due italiani con dinamica dettagliata ancora da chiarire. 

Zawadi ha detto di non avere informazioni se sia stata compiuta un'autopsia o solo un esame autoptico meno invasivo ("Tutto è nelle mani della Procura", si è schermito). Sulla questione pesa il dolore della vedova di Failla: come ha ribadito il suo legale, la signora Rosalba percepisce l'autopsia come "un oltraggio". 

Gentiloni, ha riferito l'avvocato, "le ha detto che lo Stato si sarebbe mosso per evitare questo sfregio". Intanto si consolidano ipotesi ed emergono dettagli sui sette allucinanti mesi patiti dai quattro sequestrati. Innanzitutto il tradimento iniziale con cui potrebbero essere stati venduti ai sequestratori da qualcuno che sapeva del loro spostamento a bordo di un'auto guidata da un libico, e non come al solito via mare, per arrivare a Mellita. E poi l'angoscia: "Non vendeteci all'Isis", era una delle loro suppliche ai loro sequestratori. 

"Un momento difficile è stato l'inizio" perché "pensavamo di vivere un incubo", ha ricordato Filippo Calcagno rievocando poi l'ottimismo di Failla, poi tragicamente smentito: "Negli ultimi tempi" aveva "una fiducia ... Diceva 'dai, tranquilli. Ce la facciamo'", ha rievocato ancora Calcagno. Il tecnico ennese ha ricordato come, con l'ausilio solo di un chiodo, è riuscito a forzare la serratura della porta stanza in cui erano prigionieri riuscendo a liberarsi assieme a Pollicardo dopo essere stati abbandonati dai rapitori. Uno sviluppo avutosi nonostante, secondo quanto è stato possibile ricostruire, fosse stato concordato di trasferire tutti e quattro gli ostaggi in un altro luogo per effettuare uno "scambio" e consegnarli a uomini della intelligence italiana. 

I rapitori avrebbero però deciso di trasferire prima Failla e Piano e solo dopo Pollicardo e Calcagno forse per un problema pratico: le auto troppo piene di materiale da portarsi dietro dovendo smobilitare la 'base' dove erano tenuti i prigionieri. 

Il fatale incontro con le milizie sulla strada tra Surman a Sabrata, un tragitto inferiore a 15 chilometri, potrebbe essere spiegato con il tradimento di qualcuno che ha rivelato la liberazione degli ostaggi perché rimasto fuori dalla trattativa o tentato di fare il doppio gioco per alzare la posta. 

 

 

Gli Usa frenano sull'intervento militare

La decisione spetta all'Italia

 

Di Laurence Figà-Talamanca

 

ROMA. Prima l'endorsement al ruolo guida dell'Italia in un eventuale intervento militare in Libia. Poi i 'numeri' sugli uomini che Roma potrebbe schierare. Ora gli Stati Uniti frenano: "Spetta all'Italia decidere e definire i dettagli del suo impegno" nel Paese nordafricano. E' lo stesso ambasciatore americano a Roma, John Phillips, a tre giorni da un'intervista al 'Corriere della Sera' in cui parlava di 5000 militari italiani da impegnare, a voler precisare il senso delle sue parole. 

"Non si è trattato affatto di un suggerimento o di una raccomandazione da parte degli Stati Uniti", si legge in una nota dell'ambasciata di Via Veneto. "Ho semplicemente detto - spiega quindi Phillips - che l'Italia ha pubblicamente indicato la sua volontà di inviare circa cinquemila italiani. Per quanto riguarda la preparazione e la tempistica, si tratta di decisioni che non sono state ancora prese". Una cifra, quella di 5000 militari, peraltro evocata dal ministro della Difesa Roberta Pinotti oltre un anno fa, facendo un parallelo con il numero massimo di soldati inviati nella missione in Afghanistan. Ma dopo giorni di notizie che lasciavano pensare a un'accelerazione nella preparazione di un intervento anti-Isis, un freno era stato posto già domenica dal premier Matteo Renzi. 

"La guerra non è un videogioco, è una cosa seria - ha detto a 'Domenica Live' da Barbara D'Urso -, e bisogna aver rispetto per le parole. Con cinquemila uomini a fare l'invasione della Libia, l'Italia con me presidente non ci va". L'opposizione critica la scelta del premier di aver parlato di Libia in tv, anziché in parlamento. Sarà invece Gentiloni a fornire mercoledì - prima al Senato, e poi alla Camera - un'informativa urgente sulla situazione nel Paese. Un appuntamento che era già stato convocato sin dalla scorsa settimana, e poi reso ancor più necessario dalla morte di due dei quattro tecnici della Bonatti rapiti a luglio. In aula il ministro ribadirà probabilmente quella che è la condizione necessaria senza la quale, per il governo italiano, una missione militare non è neanche ipotizzabile: e cioè, che sia un esecutivo libico unitario a chiederla. 

Ma il governo di unità nazionale mediato dall'Onu tarda a vedere la luce per l'incapacità del parlamento riconosciuto, insediatosi a Tobruk, di dare la fiducia alla squadra del premier designato Fayez Sarraj. 

Mentre dal canto suo la 'rivale' Tripoli - il cui governo filo-islamista rivendica di essere "l'unico legittimo" - ha già messo in chiaro di non voler interventi stranieri. "Cinquemila soldati italiani? Preferiremmo tecnici, dottori, ingegneri. Ci servono civili per ricostruire la Libia, non soldati per distruggerla", ha ribadito anche oggi il vicepremier della capitale Ahmed Amihimid al Hafar al Corsera, chiedendo invece "armi, munizioni e sostegno logistico" per combattere l'Isis da soli. 

Sulle forze speciali già schierate sul territorio libico, è stato il sottosegretario alla Difesa, Nicola Latorre, a spiegare oggi la norma contenuta nel decreto sulle missioni internazionali: "Qualora si debba intervenire in operazioni di interesse nazionale, come ad esempio supportare un'azione di liberazione di nostri connazionali sequestrati, oppure un'azione di intelligence che non preveda un'azione militare, si possono utilizzare reparti speciali delle forze armate, con le immunità funzionali di chi opera nei servizi di intelligence. Si tratta - ha sottolineato - di unità numericamente assai esigue, poche decine di persone che non agiscono dal punto di vista bellico".

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