Dal Mondo

Due italiani uccisi per errore in Zimbabwe

15-03-2016

 

PADOVA. Padre e figlio uccisi perché, pare, scambiati per cacciatori di frodo mentre erano impegnati in una operazione antibracconaggio assieme ai ranger del parco naturale 'Mana Pools', nel nord dello Zimbabwe. 

Ad esplodere i colpo mortali contro Claudio e Massimiliano Chiarelli, secondo una prima ricostruzione ancora alla ricerca di conferme ufficiali, sarebbe stato uno dei ranger. Non è chiaro se il feritore sia stato poi bloccato o se si sia allontanato. 

Ci sono ancora molti elementi da chiarire nella tragedia che ha coinvolto i due italiani avvenuta verso le 16 di domenica nell'immenso parco ai confini con lo Zambia, riserva protetta per gli elefanti e terra di caccia abusiva per cercatori senza scrupoli di zanne di avorio. I bracconieri arrivano sopratutto dallo Zambia ed entrano nel parco dopo aver superato un fiume. 

Il Paese africano, dalle grandi bellezze naturali, è territorio d'eccellenza per gli appassionati di caccia. Carico di polemiche non ancora sopite il caso nel luglio scorso dell'uccisione del leone Cecil, simbolo del Parco nazionale Hwange. L'uccisione di padre e figlio è al centro di un'indagine delle autorità locali, seguita con attenzione dall'ambasciata italiana ad Harare, capitale dello Zimbabwe. 

Al momento, l'ipotesi più accreditata resta quella di un "tragico incidente", di uno scambio di persona, ma in assenza di certezze a priori non vengono escluse altre ipotesi. Una relazione con i primi esiti degli accertamenti in corso, secondo quanto si apprende da fonti locali, potrebbe essere pronta oggi. A casa dei Chiarelli, ad Harare, intanto, è un mesto e continuo pellegrinaggio di amici e conoscenti.  

Le autorità italiane, in contatto con la Farnesina, fin dai primi momenti hanno svolto un'azione di supporto alla famiglia. Claudio Chiarelli, cacciatore professionista e guida per safari, si era trasferito nel Paese africano nel 1982, assieme alla moglie di origine padovana, dopo un periodo passato in Toscana. 

Nello Zimbabwe era nato, qualche anno dopo, Massimiliano che una volta cresciuto aveva cominciato a seguire le orme paterne. Claudio era "un cacciatore professionista ma cacciava solo ed esclusivamente capi destinati all'abbattimento - ha raccontato il fotografo e documentarista Carlo Bragagnolo che con lui aveva fatto alcuni anni fa dei documentari dedicati alla caccia dei grandi animali - e non faceva sparare se non era sicuro che l'animale venisse abbattuto con un solo colpo. Aveva insomma delle regole ferree e una etica rigorosa, non era uno di quelli che speculava sulla caccia. 

Ai suoi dipendenti aveva anche dato abitazione, cure mediche, scuola garantita ai figli. L'Africa era casa sua e la rispettava in ogni modo".  In virtù della sua lotta contro i cacciatori senza scrupoli - faceva parte anche del programma di volontariato a favore del National Park proprio contro il bracconaggio - potrebbe essere diventato, ha aggiunto Bragagnolo, "una persona scomoda".  Il nome di Claudio Chiarelli era comparso nelle cronache nel maggio 2006, in quando faceva parte del gruppo che stava accompagnando in una tragica battuta di caccia, nello Zimbabwe, l'imprenditore della moda Giampaolo Tarabini, morto travolto da un elefante.

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