Analisi e commenti

Dopo Parigi piangiamo i morti di Bruxelles

Di Stefano de Angelis

23-03-2016

 

S i è da poco conclusa, finalmente, la latitanza del terrorista Salah Abdeslam, autore insieme ad altri quattro elementi, della notte di fuoco e morte che ha sconvolto Parigi lo scorso 13 Novembre, ed ecco che ci ritroviamo a piangere i morti di Bruxelles. L'attentato che ha sconvolto la capitale d'Europa in queste ore, rivendicato come rappresaglia per l'arresto del criminale franco-marocchino, ha riversato fiumi di sangue nelle strade dell'epicentro politico europeo, e gettato nel panico un intero continente oggi più che mai sotto scacco del terrorismo. Questa strage, l'ennesima compiuta su suolo Europeo nel giro di pochi mesi, ci pone dinanzi degli interrogativi di difficile soluzione e getta ulteriori ombre sul futuro della nostra lotta al terrore.

Il terrorista francese di origine marocchina era da mesi nascosto nel quartiere di Molenbeck, nella periferia di Bruxelles, quindi nel cuore dell'Europa e a poche centinaia di chilometri da una Parigi che piange ancora le sue vittime, una kasbah in cui le leggi occidentali non hanno alcuna forza e dove la polizia viene presa a sassate se passa con la macchina. La prima domanda che a questo punto sorge spontanea è la seguente: chi ha coperto Abdeslam in questi mesi? Nel trambusto creatosi a seguito del suo arresto e in preda all'euforia per aver preso il criminale più ricercato d'Europa, a molti è sfuggito un dato a quanto pare, ovvero che sono passati oltre quattro mesi da quella tragica notte, e in questo lungo periodo il terrorista vicino ideologicamente all'Isis, sarà stato per forza aiutato a nascondersi per sfuggire alle indagini degli inquirenti. 

Il luogo in cui è stato scovato dalla gendarmeria belga, risulta essere tra quelli segnati con il bollino rosso, eppure quattro mesi son serviti per capire che si trovava lì. Molenbeck oggi sembra più una cittadella irachena o siriana, che la periferia della capitale d'Europa, ma nonostante ciò nessuno si preoccupa di prendere iniziative volte a scongiurare l'avanzata del fondamentalismo tra i propri abitanti. Anzi, secondo recenti stime fatte da un osservatorio europeo, il quartiere oggi più che mai è una roccaforte per i terroristi di ritorno dal fronte siriano, i cosiddetti foreign fighters, con tutti i rischi che tale condizione comporta, e l'arresto di Abdeslam ne è una conferma.  

Praticamente abbiamo il terrore nel cuore di Bruxelles e di tante altre metropoli europee, un terrore che poche ore dopo l'arresto di un suo membro, ha compiuto senza problemi una carneficina con decine di vittime innocenti, evidenziato le lacune della nostra intelligence, e soprattutto ha chiarito una volta per tutte che stiamo in guerra e non stiamo combattendo. 

La seconda domanda che ci dobbiamo urgentemente porre, riguarda quanti Salah Abdeslam si ammassano oggi nelle periferie delle nostre metropoli occidentali? Tale quesito dovrebbe essere al centro dell'agenda politica europea e americana, ci sta costando vite umane con stragi imprevedibili e ripetute nell'epicentro della nostra civiltà, ma nonostante tutto rimane una domanda tabù, una di quelle domande che non si devono assolutamente fare, onde evitare di incorrere in minacce o etichettature di vario genere. 

Eppure proprio nei giorni scorsi, ben prima che la strage di Bruxelles fosse compiuta, è trapelata una notizia che, se riscontrata, getterà ulteriori ombre sul futuro della nostra sicurezza. Il sito dell'opposizione siriana "Zaman Wasl", ha pubblicato un database del califfato contenente ventiduemila documenti suddivisi in blocchi. Il primo blocco di documenti, portati fuori dalla Siria da un miliziano pentito e successivamente pubblicati in esclusiva dal sito, contenevano questionari di oltre millesettecento reclute entrate in Siria dalla Turchia. Zaman al Wasl ha poi pubblicato il contenuto di altri documenti con l'intestazione "Scheda Permesso" e spiega che si tratta di una sorta di "visto d'uscita" per i combattenti. Le nuove schede contengono dieci caselle che indicano nome vero e nome di battaglia, Paese d'origine, nome dell'emiro (del combattente), data d'ingresso e di uscita, ed il pegno che viene lasciato dal richiedente il permesso come "garanzia di rientro".

Il sito afferma che nella casella "Paese d'origine", ci sono combattenti di varie nazionalità che hanno lasciato la Siria tornando, molto probabilmente, nei loro Paesi d'origine per "diversi motivi". Il sito elenca i Paesi d'origine di centinaia di jihadisti, "in gran parte di nazionalità europee", come: Francia, Belgio, Germania, Gran Bretagna, Finlandia, Olanda e Italia ovviamente, oltre a Canada, Georgia, Kirghizistan, Macedonia e Azerbaigian. Tra i Paesi arabi primeggiano Libia, Arabia saudita e Sudan. 

Nelle schede c'è anche una casella che indica i motivi per il quale si chiede il permesso d'uscita. "Molti spiegano di voler poi portare la famiglia a vivere sotto il Califfato", scrive il sito ma ci sono altre schede con la casella sia della motivazione che del "pegno", lasciate misteriosamente vuote. Zaman al Wasl attribuisce la mancanza dei dati alla possibilità che "il jihadista goda della fiducia del suo emiro" che sarebbe certo del suo rientro, ma si può pensare anche ad uno stratagemma di jihadisti pronti ad attaccare su suolo europeo, per poi tornare impuniti nei terrori sotto controllo dell'Isis.

Questa notizia dai risvolti potenzialmente drammatici, si inserisce in un contesto internazionale assolutamente precario e caotico, con la capitale del Belgio ancora sconvolta da un massacro fin troppo prevedibile, quadro in cui l'Italia al momento gioca un ruolo di crocevia per molti terroristi. 

Nel mentre l'Europa non riesce a trovare una politica comune per gestire l'enorme flusso di migranti in arrivo sulle nostre coste, l'ipotesi che tra questi migranti in fuga dalla disperazione possano inserirsi dei fondamentalisti islamici è sempre più concreta. 

Nel mentre le periferie di città come Roma, Parigi, Londra e Bruxelles sono sempre più incandescenti, con interi quartieri ormai saldamente in mano a persone che sostengono la jihad contro l'Occidente, giovani pronti a imbracciare un kalashnikov e compiere una strage, e i drammatici attentati di questi giorni ne sono una testimonianza. 

Per tali motivi l'arresto di Salah Abdeslam è ben altro che la soluzione di un caso. Piuttosto può essere un piccolo risarcimento morale per tutti coloro che sono morti nelle strade di Parigi pochi mesi fa, ma il vero problema è di ben altra caratura. Come dimostrato dall'ennesima strage compiuta dal terrorismo islamico a Bruxelles, oggi ci sono centinaia, probabilmente migliaia di persone che sono pronte a compiere una strage e vivono nelle nostre città, le possiamo incrociare sui nostri marciapiedi, condividono con noi il nostro quotidiano. La morte oggi si aggira indisturbata per le nostre strade e si manifesta così, all'improvviso, in una sala da ballo, in una biblioteca, in un aeroporto o allo stadio, e noi non ci possiamo permettere di continuare a chiudere gli occhi, dinanzi a chi vuole ridurre la nostra civiltà ad un mucchio di cenere. 

Bruxelles piange le sue vittime, il mondo intero è in pericolo, il tempo delle chiacchiere è finito, ora bisogna reagire. 

 

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