Dal Mondo

Bruxelles. Rilasciato il reporter Cheffou

29-03-2016

Prove "insufficienti" contro Faisal Cheffou, il giornalista amico dei migranti: la caccia all'uomo col cappello riparte. La procura è convinta che non sia lui il terzo uomo del commando omicida immortalato dalle telecamere di Zaventem il 22 marzo e lo ha rimesso in libertà, sebbene confermando, al momento, i pesanti capi d'accusa che gli erano stati contestati, a partire da quello di strage terrorista.

 

BRUXELLES. Prove "insufficienti" contro Faisal Cheffou, il giornalista amico dei migranti: la caccia all'uomo col cappello riparte. La procura è convinta che non sia lui il terzo uomo del commando omicida immortalato dalle telecamere di Zaventem il 22 marzo e lo ha rimesso in libertà, sebbene confermando, al momento, i pesanti capi d'accusa che gli erano stati contestati, a partire da quello di strage terrorista. Ma i magistrati non avevano prove sufficienti a convalidare l'accusa formulata due giorni fa, ha fatto sapere la procura. 

Il nuovo 'errore' degli inquirenti belgi si aggiunge ad un'altra accusa, stavolta dalla Grecia. Atene inviò a Bruxelles già a gennaio 2015 le prove che Abaaoud, la 'mente' di Parigi, aveva messo gli occhi anche sul principale aeroporto belga, perché nella sua casa ateniese erano state trovate mappe e disegni dello scalo. 

Un avvertimento, a quanto pare, rimasto lettera morta. Mentre si aggrava il bilancio delle vittime degli attentati, salito a 35 - ma in ospedale ci sono ancora 96 feriti, di cui 55 in terapia intensiva - l'inchiesta prosegue con poco successo. Il 'terzo uomo' di Zaventem è ancora in fuga, così come l'accompagnatore del kamikaze di Maelbeek, di cui non sono state diffuse immagini ma che è stato visto nei filmati delle telecamere a circuito chiuso con un grande zaino sulle spalle mentre parlava con Khalid El Bakraoui poco prima che questi entrasse nel vagone dove si è fatto esplodere. Cheffou è stato rimesso in libertà nonostante, per giorni, la procura non solo non avesse smentito i media che lo identificavano come l'uomo con il capello, ma avesse addirittura formulato un capo d'accusa grave come quello di strage terrorista per i fatti del 22 marzo. 

Il giornalista freelance era stato riconosciuto solo dal tassista che ha accompagnato i tre terroristi a Zaventem, e la procura, a quanto risulta, non aveva altri elementi che comprovassero le accuse. La polizia ha quindi diffuso nuovamente il video di quella mattina, chiedendo aiuto per l'identificazione di quello che al momento è tornato uno sconosciuto. I raid di questi giorni e la raffica di fermi e arresti - altri tre sono stati convalidati oggi - non hanno aiutato molto le indagini. Qualche 'pesce grosso' è stato preso, come l'uomo ferito alla gamba a Schaerbeek venerdì, Abderahman Ameroud, già condannato nel 2005 a sette anni di carcere per complicità nell'omicidio del comandante afghano Massoud, leader della lotta contro i talebani ucciso un giorno prima dell'11 settembre 2001 a Takhar. 

Ma è un arresto collegato all'inchiesta francese su Reda Kriket, il francese fermato nella banlieue parigina di Argenteuil con un arsenale in casa. E sempre a lui è legato l'arresto ieri a Rotterdam di Anis B., suo possibile complice in un imminente attentato in Francia. Anche Kriket aveva vissuto a Bruxelles ed era legato ad Abaaoud, ennesima riprova di quanto la cellula Parigi-Bruxelles sia strettamente collegata. Il rilascio di Cheffou e le accuse della Grecia, che già a gennaio 2015 aveva inviato in Belgio tutte le prove raccolte nel computer e nella chiavetta Usb di Abaaoud, hanno riacceso la polemica sull'inefficienza delle autorità. Molti, troppi i segnali che le autorità belghe sembrano aver ignorato. 

Dall'uomo che tre mesi fa segnalò al vigile di quartiere di Schaerbeek 'strani' movimenti nell'appartamento dove i terroristi del 22 marzo vivevano e stavano fabbricando le bombe, alla polizia di Malin che sapeva da dicembre l'indirizzo dove poi è stato trovato Salah Abdeslam il 18 marzo. Infine, l'avvertimento della Turchia sul rientro dalla Siria del kamikaze della metro, Ibrahim El Bakraoui, peraltro già ricercato in Belgio per violazione dei termini di custodia. Errori difficili da spiegare, che seminano ostacoli nella ricerca dei sospetti.

 

 

Mosca. Verosimile l'ipotesi "bomber sporche"

 

MOSCA. L'incubo ultimo, la declinazione atomica del terrore jihadista, torna a serpeggiare nel gorgo di piste e sottopiste che come un rivolo si rincorrono da quando la cellula di Bruxelles ha scatenato gli attacchi ad aeroporto e metropolitana. 

La tesi che Salah e compagni avessero intenzione di mettere le mani su materiale radioattivo per creare delle "bombe sporche", più che includere le centrali atomiche nella loro lista di obiettivi per gli attentati, viene infatti riproposta da un esperto per la sicurezza sentito dall'agenzia russa Tass. Un giudizio basato su "fatti oggettivi". 

Intanto, sostiene l'esperto (che ha chiesto e ottenuto l'anonimato) va preso in considerazione che la cellula stava spiando l'abitazione del direttore del programma di ricerca e sviluppo nucleare belga: un filmato con oltre dieci ore di immagini è stato trovato in un pc sequestrato a dicembre a uno dei sospetti legati alla strage di Parigi, Mohammed Bakkali, attualmente in prigione. L'ipotesi che l'operazione di intelligence fosse legata a ottenere l'accesso alle due centrali nucleari belghe per organizzare un attentato andrebbe scartata a priori perché questo tipo di impianti può contare su standard di sicurezza "molto alti" e gli esplosivi di tipo rudimentale usati dai terroristi non avrebbero potuto causare danni "significativi". Un conto, insomma, è farsi saltare in aria coperti di chiodi, bulloni e fondi di bottiglia in un vagone affollato di pendolari inermi, un altro innescare una reazione a catena in grado di far esplodere una centrale. 

"Al contrario, l'uso delle bombe usate a Parigi e Bruxelles per irrorare l'ambiente circostante con isotopi altamente radioattivi, può causare un disastro, soprattutto se si considerano i danni legati a una contaminazione radioattiva di lungo periodo su una fetta consistente di territori in grandi città", spiega l'esperto. Che sottolinea di basare il suo giudizio su "fonti aperte liberamente consultabili". 

Come dire, nessuna informazione riservata, basta collegare i puntini e usare il buon senso. In questo scenario torna a inquietare il 'giallo' dell'omicidio nei pressi di Charleroi di Didier Prospero, l'addetto alla vigilanza di un istituto che produce isotopi nucleari a scopo medico. 

La procura si è affrettata ad escludere la pista terroristica e ha smentito la scomparsa del suo badge personale per entrare nell'istituto, come riportato da alcuni media. 

Ma visti i buchi inanellati di recente dagli inquirenti belgi la prudenza non è mai troppa.

 

 

Jihadisti passati per l'Italia

 

ROMA. El Bakraoui e Salah, due dei membri della cellula che ha pianificato e realizzato gli attentati di Parigi e Bruxelles. E poi Ouali, l'algerino che avrebbe fornito i documenti falsi allo stesso Salah e ad altri due terroristi, e Mohammed Lahlaoui, un marocchino arrestato in Germania due giorni dopo le stragi di Bruxelles sul cui telefono la polizia ha trovato collegamenti con uno dei kamikaze di Zaventen. Diverse tracce dei terroristi che hanno colpito il cuore dell'Europa portano in Italia e, sebbene gli accertamenti finora svolti da intelligence e antiterrorismo non hanno consentito di individuare la presenza nel nostro paese di una filiera stabile o di soggetti che possano aver offerto appoggio ai terroristi, si stanno nuovamente verificando tutte le informazioni, incrociando i dati, ricostruendo i contatti e l'eventuale rete logistica. 

Partendo dai nomi emersi dalle indagini di Parigi e Bruxelles ma allargando le verifiche anche a tutta una serie di soggetti, alcune decine, da tempo sotto osservazione perché ritenuti a rischio. Un lavoro lungo che passa attraverso una nuova analisi di chat, profili social e tabulati telefonici, dei contratti di affitto di auto e appartamenti, dei pagamenti effettuati con carte di credito e bancomat. Un lavoro che sconta un vizio all'origine, la scarsa circolazione delle informazioni d'intelligence a livello europeo, e che va di pari passo con la mancata approvazione del Pnr, il registro europeo dei passeggeri: due strumenti che consentirebbero un reale coordinamento tra i Paesi e una prevenzione più efficace. 

Proprio la vicenda di El Brakraoui ne è un esempio lampante: il terrorista che si è fatto saltare nella metro di Maelbeek, ha ricostruito Sky Tg24, alle 8.25 del 23 luglio scorso è atterrato all'aeroporto di Treviso con un volo Ryanair proveniente da Bruxelles. Il biglietto era stato acquistato con carta di credito da un altro uomo, Abderahman Benamor. Al momento del check-in El Bakraoui si è registrato con un documento d'identità belga. Il giorno dopo Khalid viene registrato su un volo Volotea in partenza dall'aeroporto di Venezia alle 6 con destinazione Atene e nelle 22 ore che resta in Italia pernotta presso l'hotel Courtyard by Marriott Venice Airport di Venezia. A quell'epoca El Bakraoui era ricercato dalle autorità belghe, che però non avevano inviato nessuna segnalazione all'Italia. 

Una settimana dopo Khalid, è la volta di Abdeslam Salah: il 1 agosto è a Bari, in auto con un amico, per imbarcarsi per la Grecia. Nei quattro giorni successivi sparisce - gli investigatori ipotizzino possa essere arrivato anche in Siria - e si ripresenta a Bari con il traghetto proveniente dalla Grecia il 6 mattina. 

Nel suo viaggio di ritorno verso Bruxelles utilizza 3 volte la carta di credito, per fare rifornimento, e poi lascia l'Italia. Al di là di Salah, Bari è un crocevia importante, tanto che i pm hanno un'indagine aperta che mira ad accertare se il capoluogo pugliese sia diventato una base per il supporto logistico e la fornitura di documenti a foreign fighters di ritorno da Siria e Iraq. Un'ipotesi che ha portato nei giorni scorsi all'arresto del 38enne iracheno Ridha Shwan Jalal. E sarà un caso ma Jalal era già stato fermato mentre tentava di imbarcarsi per la Grecia proprio il giorno in cui Salah rientrava in Italia. L'iracheno è l'uomo che mesi prima, in un'agenzia a Matera, aveva chiesto un preventivo per 20 biglietti aerei dall'Iraq a Parigi. Gli iracheni sarebbero dovuti partire a gruppi di 5 dall'aeroporto di Sulayrmaniyah, nel Kurdistan, e arrivare a Parigi dopo uno scalo ad Istanbul. 

La filiera dei documenti falsi è anche la pista che ha portato in carcere Djamal Eddine Ouali, l'algerino che secondo i belgi faceva parte di una rete che avrebbe fornito documenti a Salah, Laachroui (uno dei due kamikaze di Zaventen) e a Mohammed Belkaid, l'uomo rimasto ucciso nel blitz che ha portato alla cattura di Salah. L'uomo si dice innocente ma le indagini sono in corso soprattutto per accertare cosa abbia fatto nei tre mesi passati in Italia (è entrato ad inizio gennaio dal Brennero), chi abbia incontrato e con chi abbia avuto contatti. 

Una vecchia conoscenza italiana è invece il marocchino Mohammed Lahlaoui: l'uomo è stato arresto in Germania qualche giorno dopo l'attentato di Bruxelles e sul suo telefonino, ha scritto il settimanale Der Spiegel, gli investigatori hanno trovato contatti e sms proprio con Bakraoui. Il marocchino ha vissuto a Vestone, nel Bresciano, tra il 2007 e il 2014; ai domiciliari per reati contro il patrimonio e la persona, due anni fa fu espulso ma anziché tornare in Marocco è andato in Germania.

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