Dal Mondo

Panama Papers. Cameron sulle spine si difende

12-04-2016

 

LONDRA. Botta e risposta rovente alla Camera dei Comuni britannica dove David Cameron si è difeso dal fuoco incrociato delle opposizioni che volevano risposte alle tante domande sul suo coinvolgimento nello scandalo dei Panama Papers. 

Il premier conservatore ha cercato di fare chiarezza sulla vendita delle quote della società offshore creata dal padre, giurando di aver voluto "evitare un conflitto di interesse" prima di entrare a Downing Street; ha promesso nuove misure severe contro l'evasione; e ha rivendicato di aver avviato con la pubblicazione dei suoi redditi, seppur costretto dalle circostanze, una nuova era di trasparenza. 

Ma il capo dell'opposizione laburista, Jeremy Corbyn, non gli ha dato tregua: il primo ministro non ha chiarito nulla, ha tuonato in aula, la sua è solo una "lezione nell'arte della diversione". 

Cameron aveva esordito puntando tutto sul fatto di essere stato il primo capo di governo nella storia del Regno a rivelare i dettagli sulle proprie finanze. Ma anche negando ogni illegalità: da parte sua come da parte del padre Ian, scomparso nel 2010, la cui figura - secondo le sue parole sdegnate - è stata macchiata da accuse "offensive e profondamente false". 

Dopo essersi assunto nuovamente la responsabilità per aver evitato inizialmente di rispondere ai sospetti, il premier ha quindi affermato che la società offshore paterna Blairmore era "sottoposta a tassazione annuale" e regolarmente registrata come fondo d'investimento commerciale, non familiare. 

In ogni caso, la sua promessa ora è di rigore e trasparenza, a partire dall'annuncio di una stretta contro l'evasione fiscale - per ora sulla carta - che comprenderà una legge per punire penalmente le società che aiutano i loro clienti a non pagare le tasse, oltre ad accordi su nuove regole coi territori d'oltremare britannici che operano come paradisi fiscali. 

Non solo azioni 'punitive' però, nella visione del premier Tory: che rivendica nonostante tutto una differenza sostanziale tra lotta all'evasione e il diritto ad aspirare alla ricchezza. 

Parole contro cui si è scatenato il vecchio socialista Corbyn, secondo il quale i Panama Papers dimostrano una volta di più che le regole valide per i privilegiati non sono le stesse imposte "ai poveri" e ai comuni mortali. Cameron "non capisce quanto la gente sia arrabbiata" per le rivelazioni sul fondo offshore della sua famiglia a Panama, ha insistito nella sua requisitoria il numero uno del Labour. 

Sotto il suo governo, ha incalzato, "siamo passati attraverso sei anni di schiacciante austerity" e, forse, sarebbe stato possibile evitare di "spennare il Paese se i super ricchi non avessero rifiutato di pagare le loro tasse". 

Nell'acceso scontro in aula non è mancato un siparietto animato dal veterano laburista Dennis Skinner, indomabile 'deputato degli operai', espulso per aver sbeffeggiato il primo ministro. "Quest'uomo ha fatto più di ogni altro per dividere il Paese - ha polemizzato - continuerò a rivolgermi a lui come a Dave l'imbroglione". 

Prima e dopo il dibattito a Westminster, è andata avanti intanto un'inedita corsa a pubblicare i redditi da parte dei deputati di ogni schieramento. Pressato da media e opposizione, lo ha fatto il cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, che nel 2014/15 ha indicato un imponibile da 198mila sterline (44mila derivanti da dividendi) e ne ha pagate 72mila in tasse. 

Mentre quasi tutto il reddito di Corbyn, inattaccabile su questo punto con le sue 70mila sterline e spiccioli, si è rivelato frutto esclusivo dello stipendio di deputato. Fra i 'paperoni' della politica spicca invece il più agguerrito dei rivali interni euroscettici di Cameron: vale a dire il sindaco di Londra, Boris Johnson, ricco di famiglia, ma anche autore di successo, che nell'arco di quattro anni, dal 2011/12 al 2014/15, con un imponibile di quasi 1,9 milioni di sterline, ne ha pagate 916mila in tasse. Di sicuro lo scontro ha riportato conservatori e laburisti sulle loro tradizionali posizioni ideologiche e identitarie. 

Così da un lato il Labour corbyniano si è ritrovato a suo agio nella denuncia delle diseguaglianze sociali e dei paradisi fiscali, dall'altro i conservatori hanno tentano di ricompattarsi almeno per un giorno nella bufera dopo le divisioni sulla Brexit in nome della difesa al sacro diritto ad arricchirsi "legalmente".

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