Analisi e commenti

Il referendum sulle trivellazioni. Ecco perché votare "Sì"

Di Dom Serafini

12-04-2016

 

 

 

 

Dopo una settimana in Italia ho finalmente capito che per ridurre il rischio di inquinamento causato dai pozzi petroliferi nei mari italiani bisogna votare "Si" per il referendum del 17 aprile (all'estero le schede votate devono arrivare ai consolati entro il 14 aprile). 

Da come è posta sulle schede referendarie, il quesito potrebbe causare confusione perché è una domanda che chiede se vogliamo abrogare (eliminare) la legge che permette la trivellazione. 

Facendo alcune ricerche si stima che l'industria turistica in Italia generi un minimo di 66 miliardi di euro l'anno (ed un massimo di 147), mentre quella delle trivelle solamente 20 miliardi. E' quindi chiaro che tenere le trivelle va a vantaggio di pochi e a svantaggio di molti perché i pozzi petroliferi, non importa quanto ecologici siano, causano inquinamento e rischi di disastri ambientali. 

Altre industrie che potrebbero soffrire a causa di questo inquinamento sono quelle alimentari ed ittiche, mentre sarebbe un boom per gli affari della sanità e dell'industria farmaceutica. 

Delle 44 aeree del Paese inquinate (con sei milioni di persone esposte a rischio malattie), 11 hanno a che fare con l'industria petrolifera. Dei 20 Stati che si affacciano sul Mediterraneo, l'Italia è il Paese con il più alto numero di raffinerie. 

La metà del greggio destinato al bacino del Mediterraneo viene scaricato in Italia per essere poi esportato in Europa. Negli oleodotti italiani scorrono piú di 100 milioni di tonnellate di petrolio all'anno facendo dell'Italia il Paese più fortemente a rischio di inquinamento del mare da idrocarburi. 

Nel Mediterraneo, in media, si contano circa 60 incidenti marittimi all'anno, 15 dei quali con navi che riversano in mare petrolio e sostanze chimiche. In Italia, le zone più soggette agli incidenti sono lo stretto di Messina ed il canale di Sicilia, a causa di queste l'Italia ha il primato del greggio riversato in mare. 

É vero che l'Unione Europea ha reso più severa la normativa "Marpol", originalmente elaborata nel 1973 dall'Organizzazione marittima internazionale per prevenire l'inquinamento petrolifero, ma è anche vero che l'Italia deve combattere con la corruzione che la rende meno trasparente di altri Paesi (per la corruzione Transparency International colloca l'Italia al 61esimo posto nel mondo e penultima in Europa, peggio solo la Bulgaria). 

Vediamo ora di analizzare i dati economici, che purtroppo sono discordanti o incompleti. Alcune statistiche indicano che nel 2014 l'Italia ha avuto 48,6 milioni di turisti stranieri con entrate di circa 45 miliardi di euro, che sommate agli introiti del turismo nazionale hanno generato 147 miliardi di euro, pari al 9,4% del Pil del Paese. Altre statistiche riportano un totale di 66 miliardi di euro, pari al 4,1% del Pil nazionale. Il numero dei lavoratori, stimati a 2,5 milioni di persone, rappresenta il 10,9% dell'occupazione nazionale. 

Al confronto l'industria italiana del petrolio impiega 65.000 lavoratori, produce il 7% del consumo totale di petrolio in Italia. Le trivellazioni generano annualmente 20 miliardi. Per quanto riguarda quest'ultima cifra, i dati ufficiali si faticano a reperire, ma lo stato incassa 1,2 miliardi di euro in royalties, cioè il corrispettivo che le società petrolifere pagano sulla produzione di greggio. Queste royalties variano tra il 7 e il 10% per il petrolio su terra e il 4% per quello in mare. 

Ci saranno anche delle buone ragioni per voler tenere le norme attuali (votando "No"), ma nonostante la buona volontà, non le ho trovate. 

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