Analisi e commenti

Esteri e lotta al terrore. L'Isis una minaccia globale

Di Stefano de Angelis

14-04-2016

 

I l recente attentato compiuto a Lahore, in Pakistan, è stato effettuato dal gruppo talebano Jamaat-ul-Ahrar. Il loro portavoce, Ehsanullah Ehsan, nel rivendicarlo ha affermato che il bersaglio erano i cristiani che stavano celebrando la Pasqua e che la città di Lahore era stata scelta per dimostrare al primo ministro Nawaz Sharif di essere in grado di colpire anche nel Punjab, la provincia del partito di governo: "L'obiettivo erano i cristiani. Inoltre sappia il primo ministro che siamo entrati a Lahore e che può fare tutto quel che vuole, ma non riuscirà a fermarci. Gli attentati continueranno". 

In seguito all'identificazione delle vittime, la polizia ha dichiarato che molti morti e feriti sono islamici, non cristiani. Il dato è più che scontato, dato che il parco scelto per l'attentato è aperto al pubblico e che oltre il 97% dei pakistani sono musulmani. 

La notizia, per qualche strano motivo, ha indotto, almeno in Italia, decine di giornalisti e commentatori a ignorare le parole del portavoce di Jamaat-ul-Ahrar fino a negare che i cristiani fossero le vittime prescelte, cogliendo anzi l'occasione per dire che quella in corso non è un jihad contro i cristiani, il Cristianesimo e l'Occidente, ma essenzialmente una guerra interna all'islam. 

Nulla di più falso, altrimenti non si spiegherebbero gli attentati compiuti a Bruxelles, Parigi, Madrid, Londra e le minacce a Roma e al Vaticano. 

Men che meno si spiegherebbero quelli contro le chiese, e proprio durante la messa, né le chiese distrutte, rase al suolo, e le centinaia di giovani cristiane rapite, convertite o uccise; e non succederebbe che, durante i loro attacchi a centri commerciali, treni, campus universitari e villaggi turistici, i jihadisti uccidessero solo ed esclusivamente i cristiani, dopo averli individuati e separati dai musulmani. 

Oggi più che mai è importante chiamare le cose con il proprio nome. Aiuterebbe leggere "Eretica. Cambiare l'islam si può" (Rizzoli, 2015), il libro in cui Ayan Hirsi Ali, voce dell'Islam riformatore, spiega perché e contro chi i fondamentalisti islamici combattono la loro guerra santa, la tristemente famosa jihad. A muoverli, sostiene Hirsi Ali, è il fatto di intendere la shahada, la professione di fede musulmana "come un obbligo a vivere seguendo alla lettera i dettami del loro credo. Vagheggiano - dice Hirsi Ali - un regime basato sulla sharia e sono a favore di un islam identico rispetto a ciò che era nel Settimo secolo. Soprattutto, considerano un requisito della fede il dovere di imporla a tutti gli altri".

"Tutti gli altri" sono sia gli "infedeli", cristiani, ebrei, buddisti e credenti di altre confessioni, che gli islamici praticanti, che pongono l'accento sull'osservanza religiosa, ma riescono comunque ad adattarsi alla modernità e, inoltre, senza ritenere che conquistare il mondo all'islam, combattere gli infedeli, controllare gli altri fedeli, costringerli a praticare un islam "autentico" e punirli se rifiutano di piegarsi a questo diktat. La jihad, per gli islamici che Hirsi Ali chiama "di Medina", si combatte su entrambi i fronti: quello interno, il dar el-Islam, la casa dell'islam, e quello esterno, il dar el-harb, la casa della guerra. 

Uno dei fronti interni più terrificanti è l'Algeria, dove l'islam fondamentalista, con la nascita nel 1989 del Fis, il Fronte islamico di salvezza, ha sferrato la più brutale delle sue guerre, costata 150.000, forse 200.000 morti. I jihadisti algerini negli anni 90 inseguivano persino le bambine per strada e le sgozzavano solo perché andavano a scuola; e fermavano i bambini, sempre per strada, interrogandoli sul modo in cui pregavano a casa, con i genitori, dopo di che facevano irruzione nelle case delle famiglie che secondo loro non compivano le devozioni nel modo appropriato sterminandone tutti i componenti, donne incinte e neonati inclusi. 

Una delle azioni più devastanti dei fondamentalisti pakistani è stato l'attacco alla scuola militare di Peshawar nel dicembre del 2014, conclusosi con la morte di 132 studenti di età tra i 10 e i 18 anni. Un altro loro bersaglio, da anni, sono le scuole che impartiscono la temuta e odiata istruzione occidentale, la "cultura degli infedeli", e in particolare le scuole femminili, a migliaia distrutte o costrette a chiudere in seguito agli attentati subiti. 

È pakistana Malala Yousafzai, premio Nobel per la pace 2014, che fu gravemente ferita dai talebani quando aveva solo 15 anni perché "simbolo degli infedeli e dell'oscenità": la sua colpa, aver denunciato nel suo blog per la Bbc le violenze inflitte alle donne dai fondamentalisti, la loro proibizione di ricevere un'istruzione scolastica. 

Ma l'altro fronte, altrettanto importante per i jihadisti, è quello esterno, rappresentato dall'Occidente e dalla religione cristiana. Impossibile dire il contrario. 

La stessa frequenza con cui, dalla Nigeria di Boko Haram all'Algeria del Fis al Pakistan dei talebani, sono stati colpiti e continuano a esserlo gli studenti e le scuole dove si impartisce la "cultura degli infedeli", basta a provarlo. Del resto proprio Boko Haram significa "la cultura occidentale è il male", a testimonianza che siamo e rimaniamo noi i primi obiettivi dei jihadisti. Perché negarlo? 

 

 

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