La politica

Referendum costituzionale. La minoranza Pd non firma

20-04-2016

 

ROMA. Dalle aule parlamentari alle firme per il referendum: non si placa lo scontro interno al Pd sulle riforme. Ad innescare le nuove frizioni è stata ieri la mancata firma della richiesta di referendum da parte dei big della minoranza. Scelta che fa andare su tutte le furie il premier e segretario Pd Matteo Renzi. 

"Ormai non è più una novità: nel Pd c'è ormai una parte che fa opposizione su tutto", tuona il capo del governo da Città del Messico certificando di fatto che sulla battaglia referendaria d'autunno gli equilibri interni al Nazareno sono tutt'altro che assestati. A proporre la richiesta di consultazione popolare sul ddl Boschi, per la maggioranza, è stato il deputato Pd Matteo Mauri mentre, alla consegna delle firme in Cassazione, si sono presentati il capogruppo Ettore Rosato, Maurizio Lupi e Lorenzo Dellai quasi a dare un quadro plastico delle formazioni che, fra qualche mese, metteranno in campo la campagna per il Sì. 

Al Palazzaccio sono arrivate 237 firme raccolte in una manciata d'ore, ieri mattina, dai gruppi di maggioranza alla Camera ma non è arrivata l'adesione alla richiesta della minoranza Pd. Né Pierluigi Bersani, né Roberto Speranza, né Gianni Cuperlo hanno messo la propria firma. 

Questa richiesta "è una sgrammaticatura", è il commento di Bersani mentre Cuperlo osserva come sia "più logico, naturale e giusto che ad avanzare la richiesta di referendum sia chi la riforma non l'ha condivisa". Insomma, una scelta "di galateo istituzionale" per evitare che "chi si fa la legge voglia anche un plebiscito", è la motivazione fornita dalla minoranza Pd e spiegata anche da Miguel Gotor, uno dei senatori (assieme a Carlo Pegorer) che a Palazzo Madama non hanno firmato la richiesta. Richiesta alla quale invece hanno aderito almeno una decina di esponenti della sinistra Pd (da Maria Cecilia Guerra a Federico Fornaro) incrinando, di fatto, la compattezza della minoranza sul punto. "La decisione del referendum era stata presa tutti insieme, se qualcuno ha cambiato idea mi spiace ma non conta, perché tutti insieme andremo a chiedere il consenso ai cittadini", avverte dal Messico Renzi mentre da Montecitorio Rosato, caustico, osserva: "Non posso pensare che ci sia un chiamarsi fuori da quella che è una battaglia storica del centrosinistra". Ma una decisione della minoranza a riguardo è ancora lontana. 

"Ora la priorità sono le amministrative", è infatti l'invito di Cuperlo e saranno proprio le Comunali - con una partita che a Roma, in caso di convergenza del centrodestra su Giorgia Meloni si fa per il Pd ancora più in salita - ad influire, in modo o nell'altro, sulle posizioni di una sinistra Pd mai davvero convinta dal combinato disposto riforme-Italicum. 

Un incrocio che i Comitato per il Sì invece si apprestano a sostenere. E se tra qualche giorno potrebbe già partire la caccia al testimonial (si fanno i nomi di Luciano Violante, Franco Bassinini e Arturo Parisi) la Rete dei Sì che farà formazione ai promotori dei comitati territoriali si è già attivata. 

Mentre già due mesi fa i centristi hanno messo in piedi il loro comitato per il sì, coordinato da Ferdinando Adornato. Comitato che, riunendo Ncd, Udc e verdiniani, si presenta quasi come l'embrione di quel partito centrista e liberale che non vede alternativa a Renzi.

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