Dagli USA

Casa Bianca 2016. Nomination, i giochi sono fatti

27-04-2016

Donald Trump: "È fatta! Mi considero il candidato". Hillary Clinton: "Vinciamo la nomination e uniamo il partito!". Con l'ultimo Super Tuesday delle primarie americane i rispettivi frontrunner dei repubblicani e dei democratici vedono avvicinarsi il momento della consacrazione e sono proiettati verso l'ultimo sprint della sfida alla conquista della Casa Bianca con prove generali di showdown.

 

WASHINGTON. Donald Trump: "È fatta! Mi considero il candidato". Hillary Clinton: "Vinciamo la nomination e uniamo il partito!". Con l'ultimo Super Tuesday delle primarie americane i rispettivi  frontrunner dei repubblicani e dei democratici vedono avvicinarsi il momento della consacrazione e sono proiettati verso l'ultimo sprint della sfida alla conquista della Casa Bianca con prove generali di showdown. 

Donald Trump prende tutto nei cinque stati del nord-est alle urne (Maryland, Delaware, Pennsylvania, Connecticut e Rhode Island) che di fatto chiudono il capitolo "East Coast" prima di passare al test finale e decisivo di giugno in California. 

A questo punto l'unico elemento che sembra poter scalfire il tycoon di New York è la potenziale tegola giudiziaria circa la presunta frode da 40 milioni di dollari che vede coinvolta la Trump University, caso che - è decisione di queste ore - andrà a processo e Trump potrebbe essere chiamato a testimoniare durante la campagna elettorale. Hillary Clinton non fa l'en plein ma quasi, conquistando quattro stati su cinque, e dal palco della vittoria a Filadelfia, che ospiterà la convention democratica a luglio, lancia l'appello all'unità del partito. 

Lo sfidante "liberal" Bernie Sanders prende solo il Rhode Island nonostante un testa a testa fino alla fine in Connecticut, ed ora non parla più di "vittoria" sebbene si dica ancora determinato ad arrivare alla convention e a "combattere per una piattaforma progressista del partito". Hillary allora va oltre e, pronta per passare al prossimo capitolo, comincia a chiamare a sé i sostenitori di Sanders: "È molto di più ciò che ci unisce di ciò che ci divide". E promette: "Tornerò qui con la maggioranza dei voti e dei delegati". 

Il clima è da "giochi fatti" e Trump parte all'attacco: "Hillary presidente sarebbe orribile. Se fosse un uomo non prenderebbe più del 5% dei voti". Lei risponde a tono: "Se battersi per l'equità di salario è giocare la carta femminile, lo sottoscrivo". 

La certezza matematica ancora non c'è: ma la superiorità numerica nella conta dei delegati per Hillary Clinton la fa gioire al punto da accennare passi di danza. Nel discorso della vittoria allo sfidante Sanders riserva poco più che ringraziamenti di cortesia. 

Trump che punta al "magic number" - 1.237 delegati per evitare la convention aperta - deve aspettare la prova del nove con il voto in Indiana a maggio, dove tra l'altro entrerà "in vigore" il patto stipulato tra i due sfidanti repubblicani rimasti, Ted Cruz e John Kasich. 

In particolare, Ted Cruz spera ancora e tenta di attirare nuovamente l'attenzione su di sé con un annuncio a sorpresa sulla sua scelta per il ticket: la ex candidata per la nomination Gop Carly Fiorina sarà la sua vice. 

Intanto il magnate di New York va facendosi sempre più "presidenziale", anche se ancora ad intermittenza per non scontentare quell'elettorato che gli ha garantito l'inarrestabile cavalcata fin qui al grido di "no al politicamente corretto". 

Così eccolo a Washington, non nella sua Trump Tower con vista su Manhattan ma nella fossa dei leoni della tanto vituperata politica mainstream, ad enunciare la "Dottrina Trump" in politica estera. 

Questa volta non parla a braccio come gli piace fare, ma legge un discorso vigoroso eppure misurato, dove c'è tutto il "trumpismo" dello slogan "Facciamo l'America di nuovo grande" ("L'America prima di tutto" in questo caso), le promesse di eliminare l'Isis "e velocemente", la critica feroce al tandem Obama-Clinton, ma anche la consapevolezza di doversi misurare con temi grandi e grandissimi presi punto per punto.  

 

"Ticket" di Cruz con Carly Fiorina

 

WASHINGTON. All'indomani dell'ultimo Super Tuesday delle primarie americane da cui emerge come sempre più concreta la possibilità di una sfida ultima tra Donald Trump e Hillary Clinton, il repubblicano Ted Cruz non si dà per vinto e precorre i tempi mettendo già sul tavolo il suo ticket con Carly Fiorina come candidata vicepresidente. 

E' la "carta della donna" che si gioca per contrastare Trump, adesso che la "questione femminile" è diventata motivo di scontro tra il tycoon di New York e la frontrunner democratica, che già si considerano pronti per l'ultimo sprint verso la Casa Bianca. 

Fin dalla mattina si è parlato di un "annuncio importante" che Cruz avrebbe fatto dall'Indiana dove è in campagna elettorale in vista del voto a maggio. Con velocità sono poi circolate anche le indiscrezioni sui contenuti, confermati: "Se nominato candidato alla presidenza corro in ticket con Carly Fiorina come mio candidato vicepresidente", ha detto Cruz da Indianapolis. 

"Una persona di cui mi fido, una persona di cui l'America si può fidare", aveva sottolineato durante il lungo preambolo, prima di menzionare il nome della ex Ceo di Hp ed ex candidata a sua volta per la nomination del Grand Old Party che dopo essersi ritirata dalla corsa aveva dato il suo endorsement al senatore del Texas.

"Dobbiamo essere uniti - ha aggiunto Cruz con enfasi - e Carly è magistralmente capace di unire questo partito". Quindi l'elenco di doti riconosciute alla prescelta per il ticket fino alla caratteristica ultima che consente di rimarcare la distanza da Trump già tacciato di sessismo (anche rispetto alla stessa Fiorina in un dibattito tv): "Lei ha infranto il soffitto di cristallo". 

Due gli obiettivi che ha posto Cruz, salito sul palco con un annuncio insolito in generale in questa fase della campagna, e in particolare adesso che Trump sembra davvero vincere tutto: intanto il tempismo è da manuale considerati gli scambi a distanza post-voto dopo che Trump ha accusato Hillary di "giocare la carta della donna". C'è poi il tentativo estremo ed evidente di riportare su di sé l'attenzione, che va scemando dietro al protagonismo (e ai voti) di Trump. 

 

 

A lezione di "trumpismo"

 

Di Claudio Salvalaggio

 

WASHINGTON. Un'America meno interventista ma capace di eliminare l'Isis "molto velocemente" e di arginare "l'Islam estremista", un'America che paga meno per difendere i suoi alleati Nato e cerca il dialogo con Russia e Cina, un'America che ricostruisce il suo arsenale militare e nucleare ma risana il suo deficit: fresco del trionfo del Super Tuesday che lo fa sentire il "presunto candidato" repubblicano, Donald Trump si toglie l'abito del rissoso provocatore e prova ad indossare quelli presidenziali nel suo primo, attesissimo discorso sulla sua futura politica estera ed economica, se verrà eletto alla Casa Bianca. 

Per farlo va in un hotel di Washington, la città dell'establishment che non lo ama, ed usa il tanto deprecato "gobbo" per leggere, quello che un candidato presidente non dovrebbe mai usare, come aveva accusato in passato. "America first": l'America prima di tutto, e al di sopra di tutto, esordisce, assicurando con uno slogan che gli interessi e la sicurezza del Paese saranno la stella polare della sua "dottrina". 

Poi in 45 minuti traccia alcune linee guida per fugare i dubbi e le critiche di quanti finora ritengono che non abbia l'esperienza per guidare il Paese nelle agitate acque internazionali. Parte accusando la politica estera di Barack Obama in Medio Oriente, dall'Egitto a Israele ("alleato abbandonato"), dalla Siria alla Libia ("un completo e totale disastro"), chiama in causa la sua rivale Hillary Clinton per i fatti di Bengasi ma non risparmia neppure George W. Bush per la guerra in Iraq. 

"Abbiamo reso il Medio Oriente più instabile e caotico che mai", incalza, sostenendo che la sua politica nella regione sarà puntata sul rafforzamento della stabilità, e non su cambi radicali. Ma senza rinunciare a combattere l'Isis: "Con me ha i giorni contati", "se ne andrà molto, molto velocemente", promette senza però dettagliare il suo piano, forse per l'esigenza di essere "più imprevedibili" con il Califfato. Cosa tuttavia non facile quando si tratta di una lotta coordinata con numerosi alleati. 

Tra le sue priorità il tycoon indica anche lo stop all'importazione dell'estremismo islamico ma è piu soft, non evoca bandi dei musulmani. Né muri al confine con il Messico. 

Trump ribadisce inoltre che con lui alla Casa Bianca gli Usa non sono più disposti a svenarsi per difendere gli alleati: "Paghino di più o si difendano da soli", è il messaggio. Se fosse eletto quindi convocherebbe un summit con gli alleati Nato e quelli asiatici per rinegoziare obiettivi e impegni finanziari. 

Mano tesa a Russia e Cina: "Abbiamo divergenze ma non siamo destinati ad essere avversari", sottolinea, auspicando la ricerca di "basi comuni basate su reciproci interessi". Musica per le orecchie di Vladimir Putin, che tuttavia non viene mai nominato. Con Pechino però va ribilanciato il deficit commerciale. 

Trump solletica anche gli appetiti e l'orgoglio del mondo militare promettendo di investire nel settore ("il miglior investimento che possiamo fare") affinché il predominio americano resti indiscusso da parte di chiunque e ovunque. E non esita a indossare i panni del commander in chief assicurando che non esiterà a dispiegare la forza se non ci saranno alternative. "Ma la guerra e l'aggressione, a differenza di altri candidati", non sono il mio primo istinto", garantisce "The Donald".

 

 

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