Analisi e commenti

Esteri e lotta al terrore. Il pericolo di attacchi chimici e radiologici

Di Stefano de Angelis

27-04-2016

 

 

 

 

L'impiego di armi chimiche da parte dell'Isis in territorio iracheno e siriano ha confermato l'alta capacità offensiva degli arsenali terroristici e la ferma volontà di utilizzarli su larga scala. D'altra parte lo studio Beatrix per il Parlamento di Strasburgo, ripreso poi dal capo della Cia John Brennan, l'intervento del presidente Obama sul possibile terrorismo radiologico (bomba sporca) se non addirittura nucleare hanno evidenziato i timori occidentali verso un'escalation in campo Nbcr (nucleare, biologico, chimico, radiologico) delle azioni terroristiche nel mondo.

Se vogliamo, il pedinamento da parte degli uomini dell'Isis di un dirigente della centrale nucleare belga di Dol potrebbe essere già considerato un passo in questa direzione. Tale sviluppo in effetti avrebbe una sua logica.

È innegabile che una società mediatica subisca una rapida assuefazione a fenomeni anche devastanti: basti pensare al ben diverso impatto sull'opinione pubblica dell'attacco alla redazione di Charlie Hebdo rispetto ai recenti attentati in Bruxelles. Come nel cam-po pubblicitario è necessario pertanto per l'aggressore alzare continuamente la soglia per mantenere un livello di attenzione costante.

Inoltre, se si considera l'attuale crisi dello Stato Islamico, che spinge sicuramente i terroristi a reagire in maniera imprevedibile. Del resto è innegabile che la minaccia Nbcr si presti adeguatamente allo scopo. Il mistero cupo che la avvolge, la sua lontananza dalle esperienze comuni, il fatto che si sia raramente concretizzata negli ultimi decenni e l'obiettiva difficoltà di reazione le garantiscono il clamore mediatico che in passato ha già contraddistinto questi episodi (ad esempio la minaccia antrace negli Usa dopo l'11 settembre). Queste caratteristiche fanno sì che l'attentato Nbcr assicuri, anche aldilà dei danni effettivi arrecati, un ottimo rapporto costo/effetti.

Esaminate dal punto di vista dell'aggressore le possibilità non sono poche, come d'altra parte però le difficoltà di attuazione e di preparazione occulta, sicuramente meno facili rispetto a quelle di un attentato convenzionale.

Escludendo l'acquisizione di un'arma nucleare, decisamente meno difficile ai tempi del disfacimento del blocco sovietico, rimane la possibilità di un attacco/sabotaggio alle centrali nucleari. Vista però la loro struttura, già pensata per resistere a vere catastrofi, le misure di sicurezza esistenti, il numero esiguo di tali impianti, è da ritenere che loro vulnerabilità possa essere definita molto bassa.

Ciò considerando anche che il livello di attenzione senza dubbio è cresciuto e che il controllo del personale chiave, è da tempo in atto. Inoltre i terroristi da impiegare con successo in un tale tipo di attività non sarebbero molti, dovendo possedere un know how e una specializzazione tale non comuni da trovare, ma proprio per questo più facilmente tracciabili. Il discorso si fa diverso per il pericolo radiologico derivante dall'uso criminale di scorie radioattive.

Purtroppo il controllo in questo caso è molto più difficile. L'Occidente infatti utilizza quotidianamente la radioattività in svariati campi, dalla medicina alla metallurgia, con un'ampia diffusione sul territorio dei materiali radioattivi altamente pericolosi e delle relative scorie. In questo caso non è pensabile l'attuazione di attentati con effetti devastanti dal punto di vista umano, ma certamente sotto l'aspetto psicologico sì.

A tal proposito è da ricordare un episodio avvenuto in Brasile nei primi anni 80, anche se per incidente a seguito di furto e non per attentato. Due ladri di rottami rubarono una fonte di cesio 137 per le esigenze ospedaliere, la ruppero e la sparpagliarono. La contaminazione fu scoperta solo dopo 15 giorni.

Furono colpiti 249 individui, di cui quattro morirono e 14 svilupparono un profonda depressione. Fu necessario sottoporre a controllo ben 112.000 persone.

Per analogia quindi l'acquisizione di scorie, la loro dispersione nell'ambiente, l'annuncio relativo fatto dopo un periodo di possibile contaminazione, potrebbe anche non comportare molte vittime ma creerebbe una vasta ondata di panico, costringerebbe a screening su larga scala con esiti imprevedibili nei media e inoltre l'aumento di tumori stocastico legato all'assorbimento di radiazioni trascinerebbe il sentimento di paura nel tempo.

La risposta risiede in un certosino monitoraggio delle fonti attive, nel loro smaltimento, nella sorveglianza del personale in grado di accedere ai materiali, nel controllo delle frontiere terrestri e marittime e nella verifica periodica della possibile contaminazione di luoghi o trasporti di massa.

E' ovvio come tutto ciò presupponga una forte disponibilità di dotazioni tecniche e di personale specializzato, nonché un sensibilità alla minaccia costante nel tempo, tutte condizioni assolutamente non facili da assicurare.

In sintesi il pericolo di un attentato su base nucleare/radiologica appare focalizzato più sul radiologico che sul nucleare, con un potenziale basso dal punto di vista delle perdite umane arrecate, ma molto alto riguardo il terrore che potrebbe causare. 

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