Analisi e commenti

La cautela dell'Italia sull'impegno in Libia

Di Stefano de Angelis

05-05-2016

 

Soltanto pochi mesi fa a Roma si stimava di poter inviare in Libia fino a 5 mila militari, numero "evocato", o meglio auspicato, a inizio marzo dall'ambasciatore statunitense John Philips, ma negli ultimi giorni le indiscrezioni hanno ridotto l'entità dell'eventuale contingente da spedire sulle coste opposte alla Sicilia a meno di un migliaio. Numeri peraltro smentiti dal Ministero della Difesa che li ha definiti "privi di qualsiasi fondamento". 

Non si tratta solo di prudenza o di una malcelata voglia di prendere tempo: anche se a livello militare sono stati messi a punto piani con ambizioni e livelli di forze variabili, nel governo italiano come per tutta la comunità internazionale, mancano almeno un paio di riferimenti certi per poter dare il via a un intervento militare a sostegno dl governo di Fayez al-Sarraj.

Il primo è legato all'effettivo insediamento dell'esecutivo a Tripoli, dove vi sono ancora milizie jihadiste ostili ad al-Sarraj i cui uomini controllano solo alcuni palazzi governativi.

Senza il saldo controllo della capitale e dell'aeroporto non potrà insediarsi la missione Onu guidata da Martin Kobler, né potrà risultare credibile l'ambizione di al-Sarraj di rappresentare l'intera Libia.

Il secondo dipende dalle richieste che il governo libico formulerà in termini di supporto, militare che dovrebbe essere limitato all'addestramento delle forze locali, ed a un forte supporto aereo e d'intelligence per combattere lo Stato Islamico. Il condizionale è d'obbligo sia perché nessuna fazione libica si è espressa a favore della presenza di truppe straniere, figurarsi occidentali, sia perché la lotta ai jihadisti che controllano la regione di Sirte non sembra essere una priorità per al-Sarraj.

 Specie dopo la generica richiesta di aiuto all'Onu e ai Paesi vicini africani ed europei per proteggere le installazioni energetiche del Golfo della Sirte, il governo di al-Sarraj sembra preoccupato più dalle forze del governo laico di Tobruk guidate dal generale Khalifa Haftar, che dalla necessità di contrastare l'Isis le cui colonne marciano spedite verso il terminal di Sidra.

La compagnia petrolifera libica e le milizie a guardia di pozzi e terminal, hanno dichiarato fedeltà ad al-Sarraj che ora teme un'offensiva delle truppe di Haftar tesa a riprendere il controllo della regione.

Del resto il parlamento di Tobruk non ha ancora espresso la fiducia che legittimerebbe il governo di al-Sarraj ma che risulta ancora più improbabile alla luce delle dispute petrolifere.

Le molteplici tensioni che permangono in Libia, a questo punto rendono più che giustificabile la prudenza con cui Roma valuta l'eventuale invio di forze militari.

L'opzione minima prevede di schierare truppe per la difesa della base che la missione dell'Onu dovrebbe installare a Tripoli dopo l'insediamento di al-Sarraj.

In tutto tra i 300 e i 500 militari per garantire la protezione della base, la logistica e la scorta ai funzionari delle Nazioni Unite inclusi Martin Kobler e il suo consigliere militare, il nostro generale degli alpini Paolo Serra.

A questo contingente l'Italia potrebbe contribuire con una compagnia di fanteria e qualche componente specialistica per un totale di circa 150 militari. Questo in teoria perché ogni eventuale impegno militare italiano dovrà avere la legittimazione di un mandato dell'Onu, oltre che il costituzionale via libera parlamentare.

Improbabile invece una missione di supporto e addestramento con l'impiego di migliaia di militari (tra i quali almeno un migliaio di italiani), che non è stata al momento chiesta da al-Sarraj, né condizioni per un suo varo da parte del Palazzo di Vetro.

Da escludere inoltre, anche un intervento dell'Italia in operazioni belliche contro lo Stato Islamico, anche se nelle scorse settimane le esercitazioni che hanno visto l'impiego degli elicotteri da attacco Mangusta a bordo della portaeromobili Garibaldi hanno confermato la messa a punto di uno strumento offensivo efficace senza dover dislocare truppe e mezzi sul suolo libico. Insomma i famosi "boots in ground" sembrano un'opzione più che remota al momento.

Roma, infine, non sembra poi volersi far coinvolgere nella difesa dell'area petrolifera di Brega, Ras Lanuf e Sidra, i cui pozzi e terminal non sono gestiti dall'Eni, come hanno ricordato nei giorni addietro i nostri vertici di Governo.

Palazzo Chigi piuttosto preme invece perché con al-Sarraj si raggiunga un'intesa simile a quella stabilita con la Turchia per fermare i traffici di immigrati illegali, proposta che ha ottenuto consensi al G5 di Hannover e che potrebbe portare la flotta Nato oggi impiegata nel monitoraggio anti-terrorismo, ad una partecipazione attiva nella sorveglianza delle acque di fronte alle coste libiche.

Un contesto in cui, più che di una quarta flotta in aggiunta alle due europee e a quella italiana, si avverte la necessità di un nuovo mandato che consenta di colpire i trafficanti di esseri umani nelle acque e sul territorio libico bloccando i flussi migratori.

Allo stato dei fatti, il fantomatico Governo di al Sarraj per ora continuerà ad essere una chimera, perché tra la minaccia incombente dell'Isis, i continui sbarchi clandestini sulle coste italiane e la totale assenza di certezze sul futuro energetico del Paese, per ora il resto del mondo ha ben altro a cui pensare.  

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