Dagli USA

Trump sul sincaco di Londra: "Khan è un'eccezione"

11-05-2016

 

WASHINGTON. Non è un altro match tra Londra e New York, ma quasi. Il botta e risposta che riecheggia tra le due sponde dell'Atlantico questa volta è tra l'aspirante presidente repubblicano degli Stati Uniti Donald Trump che della Grande Mela è uno dei ‘re' e il neoeletto sindaco della capitale britannica, il laburista Sadiq Khan, il primo di fede musulmana simbolo della Londra città globale e multietnica. 

Il magnate che tra le altre cose ha proposto di vietare l'ingresso negli Usa a tutti i musulmani come strumento di lotta al terrorismo jihadista, ha affermato che per Khan farebbe "un'eccezione", permettendogli di entrare nel Paese. Ma il primo cittadino di Londra respinge la ‘mano tesa' e ribatte sottolineando la "visione ignorante dell'Islam" di Trump. 

"Questo non riguarda me - ha replicato Khan - ma i miei amici, la mia famiglia e chiunque abbia radici simili alle mie". Quindi l'appello: "Non faccia nessuna eccezione per me, riconsideri la sua visione dell'Islam". Era stato lo stesso Sadiq Khan ad evocare per primo l'ipotetico divieto, in una intervista apparsa sul Time. 

Ma non il primo che dal Regno Unito aveva respinto la ‘visione Trump': il capo del governo conservatore David Cameron aveva già criticato la controversa proposta del tycoon newyorchese, critiche che non intende ritirare e che anzi ha di recente ribadito ("era e resta sbagliato''). Anche ora che Trump è l'unico repubblicano a correre di fatto per la Casa Bianca e a Londra farà presumibilmente un ‘salto' prima del verdetto delle urne. 

E' infatti consuetudine per il candidato che conquista la nomination fare un ‘tour' per presentarsi oltreconfine in vista dello sprint finale delle presidenziali. E Trump alla nomination è molto vicino, nonostante la guerra con l'establishment del Grand Old Party ancora in corso. Ieri erano in palio altri 70 delegati repubblicani in tutto nelle primarie in West Virginia e Nebraska e il fatto che Trump corra ormai solo verso la meta del ‘magic number' (1.237) necessario per arrivare alla convention di Cleveland con le spalle coperte, non vuol dire che non abbia bisogno di voti, anche se la sua campagna è ormai tutta rivolta al ‘dopo' (ha deciso la squadra che lo assisterà nella scelta del vicepresidente e ha affidato a Chris Christie quella responsabile per la ‘transizione' alla Casa Bianca). 

Sul fronte democratico la frontrunner è ‘volutamente' più silenziosa: Hillary Clinton si presenta adesso come concentrata ad ‘ascoltare la gente sul territorio' e non a rispondere alle provocazioni di Trump (è rivelatrice la strategia del ‘no comment' agli attacchi di Trump che tira in ballo le infedeltà del marito Bill), scelta che la tiene sì lontana dai riflettori che restano così tutti puntati su Trump, ma le consente di evitare scivoloni su un terreno che resta per lei insidioso. 

Piuttosto si preoccupa del voto in West Virginia (in Nebraska i democratici hanno già effettuato i caucus) dove nella sfida con Barack Obama del 2008 conseguì una vittoria schiacciante, mentre oggi si ritrova ad affrontare un Bernie Sanders (favorito) determinato ad andare fino in fondo e che proprio nella ‘terra delle miniere' puo' infliggere una nuova sconfitta ad Hillary, rafforzando un messaggio politico dall'impatto potenzialmente dirompente sull'elettorato democratico in vista delle presidenziali. 

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