Dagli USA

Bernie non molla

11-05-2016

 

WASHINGTON. "Lotterò fino all'ultimo voto". Il candidato per la nomination democratica Bernie Sanders  vince in West Virginia e rilancia la sua corsa più determinato che mai ad arrivare fino in fondo, al voto in California a giugno e alla convention a luglio. 

Il senatore "socialista" del Vermont è consapevole che la distanza dalla frontrunner Hillary Clinton che lo stacca in termini di delegati con tutta probabilità non verrà colmata, ma quando promette "vinceremo questa campagna" lui parla d'altro: intende contare, spingere, influenzare l'agenda della ex First Lady che vuole tornare alla Casa Bianca da primo presidente donna degli Stati Uniti. 

Una presenza ingombrante sul campo, che non concede lo spazio necessario ad Hillary per chiudere la partita e dedicarsi al 100% alla sfida finale con Donald Trump. Elemento di disturbo specialmente adesso che spuntano allarmanti sondaggi con Hillary e Trump testa a testa in vista dello sprint finale e il fronte repubblicano che imbastisce prove di unità. 

Secondo l'ultimo rilevamento Reuters/Ipsos, tra i due la lotta è ormai serrata, con la ex segretario di Stato che riscuote il 41% delle preferenze sul piano nazionale e Trump il 40%. Mentre soltanto la scorsa settimana Hillary dominava con un vantaggio di 13 punti percentuali. Gli indecisi sono il 19%, ago della bilancia anche questo preoccupante se è vero inoltre, come rileva la Cnn citando exit poll in West Virginia, che in quello Stato un terzo dell'elettorato democratico - che martedì ha dato la sua preferenza a Sanders - a novembre non voterebbe per Hillary ma per Trump. 

Però Sanders ha per la prima volta aperto all'unità e proprio in chiave anti-Trump, quando martedì dal palco della vittoria ha lanciato un messaggio chiaro ai delegati diretti alla convention democratica di Filadelfia: "Se con Hillary Clinton abbiamo molte differenze, su una cosa siamo d'accordo: dobbiamo sconfiggere Donald Trump". 

Erano 29 i delegati messi in palio per i democratici in West Virginia: il senatore del Vermont ne prende 18 con il 51% dei voti, ad Hillary ne vanno 11 con il 36%. Ma non sono i numeri a contare questa volta, bensì il valore altamente simbolico della affermazione di Sanders che rafforza il suo messaggio politico. 

Forte della vittoria ad oggi in 19 stati, vuole avere voce in capitolo e far pesare la forza del suo appello alla "rivoluzione politica" che già spinge la frontrunner a "sinistra". Negli ultimi giorni Hillary Clinton ha infatti già aggiustato il tiro sulla sanità (e il "dopo Obamacare") avvicinandosi alle posizioni del senatore "socialista" che vuole per l'America "come in molti altri Paesi" la sanità pubblica universale, aprendo alla possibilità di intervenire quantomeno sulle fasce di età più alta. 

Intanto il Grand Old Party gettato nel caos dal fenomeno Trump sembra adesso rassegnato a "raccogliersi" attorno all'inevitabile candidato. Così è fissato per oggi un primo faccia a faccia potenzialmente decisivo tra il "presumibile" candidato e lo speaker Paul Ryan dopo lo scontro a distanza tra i due. Solo un paio di giorni fa Ryan, la più alta carica eletta del Gop, non voleva saperne di dare il suo endorsement a Trump, "non ancora" aveva detto. Ieri invece ha parlato della necessità di "cercare l'unità" e di Trump dice: "Non lo conosco bene, dobbiamo conoscerci".

 

Il mondo della politica abbandona la cravatta

 

Di Alessandra Baldini

 

NEW YORK. Con una eccezione cospicua, il mondo della politica abbandona la cravatta. Donald Trump è rimasto solo o quasi solo tra i leader del globo che sempre più numerosi snobbano il "nodo al collo". Il New York Times ha puntato i riflettori sulla peculiarità del candidato repubblicano che ormai sembra correre senza ostacoli verso la nomination. Tranne che all'inizio della campagna elettorale, a qualche fiera del bestiame in Iowa, il tycoon del cemento se l'è sempre messa, ed è un'italiana Brioni, quando non sono quelle con l'etichetta Trump che Donald fa produrre in massa da manodopera a buon mercato in Cina. 

Gli altri vip del palazzi la cravatta se la mettono invece sempre meno, con la conseguenza che per molti politici non è più un accessorio indispensabile dell'uniforme. Per Matteo Renzi, che pure regalò una cravatta allo "scravattato" Alexis Tsipras, levarsela è un'abitudine quando il comizio politico diventa troppo acceso. Mentre a Washington, Barack Obama la usa così poco che nel 2013 il sito web Business Insider si interrò': "Non è che il presidente sta uccidendo il business della cravatta?". 

Tanti esempi: Barack non l'ha messa alla conferenza stampa per la morte del giudice della Corte Suprema Antonin Scalia in febbraio, né in settembre alla cena che ha inaugurato la visita del presidente cinese Xi Jinping a cui lo stesso Xi si è presentato a colletto sbottonato così come il vice-presidente Joe Biden, il segretario di Stato John Kerry e il ministro dl Tesoro Jacob Lew. Secondo Tammy Haddad, consulente mediatico di Washington, l'allergia di Barack al "nodo al collo" è la metafora "di come questo presidente stia cercando di rendere la politica più umana". E non è solo l'amministrazione Obama: Jeb Bush non aveva cravatta quando ha annunciato la sua (fallita) corsa presidenziale, mentre Bernie Sanders la mette un giorno sì e uno no. 

Né è solo un trend americano (o nordamericano, vedi Sergio Marchionne): quando un Obama senza cravatta è andato a cena a Londra con i principi Harry e William, anche loro erano "scravattati". Mentre sabato scorso, per la cerimonia dell'inse-diamento sotto le volte gotiche della cattedrale di Southwark il nuovo sindaco della capitale britannica Sadiq Khan ha giurato in abito blu, camicia bianca e niente nodo al collo al termine di quella che molti sudditi di sua maestà hanno definito "la campagna più informale a memoria d'uomo".

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