Dagli USA

Casa Bianca 2016. Trump e il pericolo rifugiati

17-05-2016

 

 

WASHINGTON. Il rischio di nuovi attacchi in stile 11 settembre. Questo Donald Trump adesso evoca, puntando il dito contro i rifugiati che "arrivano qui e hanno telefonini con la bandiera dell'Isis". Non è la prima volta che il candidato per la nomination repubblicana menziona il grande trauma e la grande paura dell'America, ma adesso che la sua candidatura a commander in chief va facendosi di giorno in giorno più probabile, le sue parole pesano come macigni. 

Eppure solo qualche giorno fa sembrava aver ammorbidito la sua posizione sul paventato divieto d'ingresso negli Usa per i musulmani affermando che si tratta di un "suggerimento". Invece pare tenerci all'idea di fare di tutto per fermare il flusso migratorio, a suo avviso così pericoloso, al punto da poter mettere a repentaglio anche la "special relationship" con l'alleato più stretto e fidato, il Regno Unito, dopo le critiche giunte dall'altra parte dell'Atlantico dal neoeletto sindaco di Londra Sadiq Khan e dal primo ministro in persona, David Cameron. 

Trump si dice "offeso" dalle parole dei due politici, che reagivano alle sue sparate contro i musulmani, e in un'intervista all'emittente britannica Itv sottolinea, come fosse un dato di fatto, che alla luce delle loro considerazioni gli Stati Uniti potrebbero semplicemente non avere più un buon rapporto con la Gran Bretagna nel caso in cui lui diventi presidente. 

Il primo ministro Cameron ha definito la posizione di Trump e i commenti sui musulmani come "divisiva, stupida e sbagliata". Considerazioni che ha ribadito nei giorni scorsi e che non ha ritirato nemmeno ieri dopo l'exploit del tycoon in tv, pur sottolineando - via portavoce - l'impegno a mantenere la special relationship con gli Stati Uniti, chiunque ne diventi presidente.

 È poi con il primo cittadino di Londra, di fede musulmana, che Trump se la prende, e quella "visione ignorante" di cui è stato tacciato proprio non gli va giù. Allora chiama Sadiq Khan "maleducato" e ribatte: "Facciamo un test d'intelligenza". 

Ancora una volta, dall'ufficio di Khan nessuna intenzione di fare un passo indietro. Una "guerra di parole" e a distanza che finisce per infiammarsi in patria quando Trump insiste sul pericolo che viene da lontano, sul rischio del "nemico in casa". Viene sollecitato durante il programma radio "Green Line" del Nbpc, il sindacato della guardia di frontiera Usa, che chiede al candidato se creda della possibilità di nuovi attacchi in stile 11 settembre. E lui non si lascia sfuggire l'occasione di ribadire: "Il nostro Paese ha al momento sufficienti difficoltà senza permettere che i siriani si riversino qui". E ha continuato: "Ci saranno attacchi inimmaginabili, attacchi compiuti da quelle persone che stanno entrando adesso nel Paese", fino a notare come "i rifugiati che arrivano hanno con loro telefonini con sopra la bandiera dell'Isis. Chi paga per il loro abbonamento?". 

Il clima è tale che nemmeno il presidente Barack Obama sembra più disposto a tacere e fa uno strappo alla promessa di tenersi lontano dalla campagna elettorale con un affondo su Trump che non lascia spazio a dubbi: "In politica e nella vita l'ignoranza non è una virtù", ha detto davanti a 12mila laureati durante la cerimonia di consegna dei diplomi alla Rutgers University in New Jersey, pur senza mai menzionare per nome il tycoon candidato alla nomination repubblicana.

 

 

 

Hillary

"Se vinco Bill sarà lo zar dell'economia

 

di Claudio Salvalaggio

 

WASHINGTON. Ne eleggi uno, ne prendi due: è il messaggio lanciato da Hillary Clinton durante la sua campagna per le primarie di oggi in Kentucky, dove ha promesso che suo marito Bill sarà "incaricato di rivitalizzare l'economia" se lei sarà eletta alla Casa Bianca. 

"Perché lui sa come farlo, specialmente in posti come quelli minerari o poveri o in altre parti del Paese rimaste tagliate fuori", ha spiegato, alludendo ai successi economici degli otto anni di presidenza del marito, anche se fu sotto la sua amministrazione che vennero poste le basi per la futura crisi economica scoppiata nel 2007, con l'abolizione della legge bancaria del 1933 che separava nettamente le attività delle banche d'affari da quelle commerciali. 

In gennaio Hillary aveva ironizzato su Bill: "Comincerà a darmi consigli dal tavolo di cucina, poi vedrò se andremo oltre...". Ma già il mese scorso aveva confidato di volerlo far "uscire dalla pensione" perché aiuti la gente a tornare al lavoro. Ora gli ritaglia un ruolo per rilanciare l'economia, senza precisare quale incarico gli affiderebbe ma lasciando supporre un coinvolgimento di alto profilo, all'interno dell'amministrazione, dove la "Clinton machine" tornerebbe ad essere un tandem. Come quando Bill nominò Hillary capo dell'unità sulla Riforma della Sanità Nazionale. 

I suoi detrattori considerarono inappropriato che una First Lady giocasse un ruolo centrale nelle questioni politiche, mentre i suoi sostenitori replicarono che gli elettori erano consapevoli del ruolo attivo che avrebbe avuto durante la presidenza del marito. Del resto durante la sua campagna Bill aveva dichiarato che votare per lui significava prendere "due al prezzo di uno". 

Ora la moglie gli restituisce il favore promettendo quello che qualcuno ha già ribattezzato come un nuovo "Billary", una Casa Bianca per due. L'ex First Lady ha deciso di scommettere sino in fondo su Bill, nonostante resti controverso se il marito le sia più di aiuto o di ostacolo. 

Finora è stato un'arma a doppio taglio: nessuno l'ha sostenuta più di lui, ma involontariamente l'ha danneggiata mettendone in evidenza per contrasto i limiti, esponendola agli effetti dei suoi attacchi sopra le righe e offrendo il fianco alle critiche sulle proprie infedeltà extraconiugali, in particolare da parte del presunto candidato repubblicano Donald Trump. 

Portare il marito alla Casa Bianca non come primo First Husband ma come regista del rilancio economico potrebbe essere un buon colpo ma anche una mossa falsa, aumentando l'elenco, stilato dal New York Times, dei 12 motivi per cui Hillary potrebbe perdere la gara presidenziale. 

Nella lista figurano le sue gaffe, la sua incapacità di trasmettere entusiasmo e fiducia, il fatto di non piacere abbastanza, il rischio di scivolare troppo a sinistra per compiacere gli elettori di Bernie Sanders o a destra per intercettare i voti dei repubblicani anti Trump, il non reagire agli attacchi martellanti del tycoon, la spada di Damocle dell'Emailgate, il suo sostegno all'attacco in Libia. 

Ma, più in generale, come sintetizzano i suoi stessi sostenitori, il fatto di apparire come un candidato convenzionale in una campagna non convenzionale, un rappresentante dell'establishment in una stagione di rabbia e malcontento, uno sfidante oscurato dall'onnipresenza di Trump sui media americani. Basterà il vecchio Bill a salvarla? 

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